Nel corso degli ultimi tre mesi, gli Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi su alcune navi venezuelane nelle acque internazionali dei Caraibi. Le motivazioni ufficiali addotte per giustificare tali attacchi militari, che finora hanno portato alla morte di 87 persone, fanno riferimento alla guerra al narcoterrorismo che gli Stati Uniti stanno promuovendo nei confronti del Venezuela e di Maduro. Eppure, sembrano esserci delle ragioni per credere che questi attacchi, almeno ufficialmente diretti a colpire la tratta di narcoterroristi venezuelani, mirino a scopi ben differenti.
Le relazioni tra il Venezuela e gli Stati Uniti stanno toccando apici di tensione senza precedenti. Nell’autunno 2025 ha avuto luogo il più grande dispiegamento delle forze armate statunitensi nella regione dei Caraibi del XXI secolo. Un segno chiaro di questa tensione è visibile nella riapertura della base navale di Roosevelt Roads, a Porto Rico. È stata resa nuovamente operativa dopo circa un ventennio dalla sua chiusura nel 2004, per supportare le operazioni militari nel Mar dei Caraibi. Attualmente si registrano nella regione plurimi caccia da combattimento, più di dieci navi da guerra, compresa la portaerei USS Gerald R. Ford a propulsione nucleare, e la presenza di circa 15.000 marines. Il Venezuela ha risposto schierando le proprie forze armate a difesa della capitale e della zona costiera. Ma a cosa è dovuto questo stato di tensione e cosa ha segnato il passaggio alla gunboat diplomacy?
Gli Stati Uniti hanno sempre avuto un forte interesse geopolitico nei confronti dell’America Latina nella sua totalità. Già nel 1823 il quinto Presidente americano Monroe aveva definito, con quella che poi verrà conosciuta come Dottrina Monroe, le Americhe come una zona di esclusiva influenza statunitense. All’epoca, la dottrina era nata per sottrarre l’emisfero occidentale all’interferenza europea, ma nonostante il concetto sia così risalente, non ha mai smesso di essere vero o efficace. Con quella che da molti è stata definita come una ripresa o evoluzione della Dottrina Monroe, Trump sembra voler riaffermare con forza l’egemonia statunitense nella regione, che a lungo è stata vista come “U.S. back-yard”. Il Venezuela, con la sua posizione strategica, la sua prossimità all’arcipelago caraibico e i suoi giacimenti petroliferi, ha un’importanza particolare.
Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il Venezuela è stato interessato da un periodo di forte crescita economica, diventando il paese più ricco del Sud America e uno dei più ricchi al mondo. Il motivo dietro tale prosperità economica erano gli immensi giacimenti di petrolio nel suo territorio, nella Cintura dell’Orinoco e nella zona attorno al Lago Maracaibo. Tuttora il Venezuela è il paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo. L’economia del paese si è strutturata, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, attorno a questa materia prima, facendo grande affidamento sulle importazioni estere e senza la creazione di raffinerie adeguate sul territorio. La centralità del petrolio nell’economia venezuelana ha fatto sì che la nazione dipendesse dagli instabili prezzi di mercato dello stesso, con sorte alterna. Negli anni Settanta il Venezuela ha tratto grandi profitti grazie ai favorevoli prezzi del petrolio, ma la diminuzione degli stessi nel decennio seguente ha messo la nazione in ginocchio. Fino a quel momento il rapporto tra gli Stati Uniti e il Venezuela era stato pressoché stabile e cooperativo: gli esporti di petrolio dal Venezuela agli Stati Uniti erano di considerevole entità e a prezzi vantaggiosi per Washington. Con la crisi economica degli anni Ottanta, con la maggior parte della popolazione sotto la soglia di povertà e una corruzione dilagante, il paese necessitava di cambiamento. A rispondere a questa necessità fu il socialista Hugo Chávez, che nel 1999, dopo un colpo di Stato fallimentare qualche anno prima, divenne presidente della República Bolivariana de Venezuela. Con il nuovo leader, la cui ideologia risultava essere nettamente anti-neoliberista, i rapporti tra Stati Uniti e Venezuela si sono sensibilmente incrinati. Il Venezuela si è invece avvicinato alla Russia e all’Iran, che nel corso degli anni hanno fornito armi al Venezuela, e alla Cina. Il Venezuela, infatti, ha iniziato a esportare maggiori quantità di petrolio alla Cina e a intensificare le relazioni economiche con la stessa. Il presidente venezuelano ha perso così il sostegno degli Stati Uniti e gli alleati regionali sono divenuti la Colombia, la Bolivia, il Nicaragua e Cuba.
Nel 2013, la morte per malattia di Chávez portò alla successione del suo vicepresidente, Nicolás Maduro , che aveva ricoperto numerose posizioni di spicco durante l’amministrazione Chávez e che ha continuato la sua linea politica. Durante la sua presidenza, nella quale ha instaurato un regime autoritario, l’economia venezuelana è collassata per via dell’abbassamento dei prezzi del petrolio. Il paese ha attraversato un periodo di iper-inflazione, il cui effetto è stato aggravato dalle sanzioni poste dagli Stati Uniti sull’olio nero venezuelano a partire dal 2014. Tali sanzioni sono state motivate dal governo statunitense dalla violazione dei diritti umani da parte del regime autocratico imposto da Maduro.
Nel 2017, sotto il primo mandato di Trump, i rapporti tra Washington e Caracas si sono inaspriti ulteriormente. Gli Stati Uniti sono arrivati a dichiarare illegittima l’elezione di Maduro del 2018 in quanto non conforme agli standard democratici, sostenendo invece la presidenza ad interim di Juan Guaidó. Nel 2020, verso la fine del mandato Trump, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha accusato Maduro di narcoterrorismo. Il presidente venezuelano era infatti ritenuto essere alla guida del cartello di narcoterroristi “Cartel de los Soles”, pertanto era stata posta dagli Stati Uniti sulla sua testa una taglia di 15 milioni di dollari.
Dopo un periodo di limitato allentamento delle tensioni sotto la presidenza Biden, nel secondo mandato Trump le ostilità sono state riprese. A partire dal settembre 2025 le forze armate statunitensi hanno condotto oltre venti operazioni militari contro delle navi venezuelane nelle acque internazionali dei Caraibi. Le azioni erano dette esser mirate a eliminare i narcoterroristi venezuelani, additati come responsabili della dilagante crisi di droga che gli Stati Uniti stanno affrontando. Il 21 novembre 2025 è avvenuto un colloquio telefonico tra Trump e Maduro, in cui il primo ha presentato un ultimatum: lasciare il Venezuela e dimettersi in cambio dell’incolumità. Maduro ha invece richiesto garanzie ulteriori, tra cui l’amnistia per sé e alcuni dei suoi collaboratori stretti. Il colloquio, che aveva fissato una scadenza informale per Maduro nella data del 28 novembre, sebbene tenutosi in toni cordiali, non è riuscito a raggiungere l’accordo sperato. Il 22 novembre gli Stati Uniti si sono dichiarati pronti ad autorizzare delle operazioni della CIA contro Maduro.
Nel frattempo, il 24 novembre 2025, gli Stati Uniti hanno ufficialmente designato il Cartel de los Soles come un’organizzazione terroristica straniera. La taglia sulla testa di Maduro è stata portata a 50 milioni di dollari. La nuova designazione ha segnato un momento di svolta delle già critiche relazioni diplomatiche dei due paesi ed ha messo a disposizione di Washington una serie di modalità aggiuntive per interfacciarsi con il cartello e con colui che è ritenuto esserne il capo. Il 28 novembre 2025, il presidente Trump, attraverso un messaggio su X/Twitter, ha comunicato di considerare chiuso lo spazio aereo del Venezuela, ed il 2 dicembre 2025, durante una riunione di Gabinetto, lo stesso Trump si è dichiarato pronto a predisporre ulteriori attacchi via terra, se dovesse essere necessario.
Molti analisti sostengono che le motivazioni di guerra contro il narcoterrorismo non siano sufficienti a spiegare, né tantomeno giustificare, l’operato di Trump. In primo luogo, perché non vi è prova che gli attacchi, che sono stati definiti dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani come in violazione del diritto umanitario internazionale, abbiano effettivamente colpito dei trafficanti di droga. In secondo luogo, le tratte nel Mar dei Caraibi usate dai trafficanti di droga venezuelani sono dirette principalmente all’Europa. Tendenzialmente, la tratta percorsa dai trafficanti di droga per introdurre la propria merce negli Stati Uniti è quella nel Pacifico. Se l’intenzione statunitense fosse esclusivamente quella di intercettare tali merci, l’esecuzione di operazioni armate nel Pacifico sarebbe uno strumento più efficace. In terzo luogo, è opinione diffusa che questi attacchi siano molto più violenti e di magnitudine molto maggiore rispetto a quelli che gli Stati Uniti hanno condotto in situazioni analoghe.
Fermo restando che non vi è dubbio alcuno che gli Stati Uniti stiano affrontando una situazione di emergenza per via della diffusione di sostanze stupefacenti e che Maduro abbia favorito in passato l’operato di gruppi criminali sul suolo venezuelano, sembra implausibile ritenere che gli attacchi recenti mirino solo a limitare l’ingresso di droghe negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, però, si ritiene egualmente improbabile che le azioni recenti siano orientate a un’invasione diretta del Venezuela da parte degli Stati Uniti, sia perché un’ampia parte della base di supporto di Trump non sarebbe favorevole a tale iniziativa, sia perché le forze finora schierate da Trump non sembrerebbero suggerire tale finalità. Inoltre, l’esperienza dimostra che, nella maggior parte dei casi, un’imposizione di questo genere sortisce effetti contrari a quelli sperati. L’ipotesi più plausibile è che gli attacchi a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi mirino ad accrescere la pressione su Maduro e causare un cambio di regime in Venezuela, esacerbando l’insoddisfazione della popolazione. Infatti, negli ultimi anni, come conseguenza della crisi e della repressione del regime di Maduro, milioni di venezuelani sono stati costretti a lasciare la propria nazione ed emigrare all’estero. Un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni registra che, nel 2022, i cittadini venezuelani rappresentano una delle popolazioni più sfollate al mondo. L’obiettivo del cambio di regime consentirebbe di spiegare l’ultimatum fornito tramite il colloquio telefonico e le modalità con cui gli attacchi sono eseguiti. Lo stanziamento di truppe nella regione dei Caraibi e la “chiusura” dello spazio aereo venezuelano sarebbero quindi uno strumento di leva volto a terminare la presidenza di Maduro. Un possibile sostituto per il ruolo potrebbe essere individuato in Maria Corina Machado, l’ex deputata dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e leader dell’opposizione venezuelana, che di recente è stata insignita del premio Nobel per la pace proprio per il suo impegno a favore dell’affermazione della democrazia e dei diritti umani.

