La Norvegia modello economico di successo da cui prendere spunto, i dati lo confermano.
Prima al mondo per la spesa pubblica per l’istruzione (7.4% del PIL); seconda in Europa per spesa pro capite nella sanità (10.5% del PIL)[1]; con un bilancio di governo per 29 anni consecutivi – escluso il 2020 – in surplus del 10,5% medio annuo. Quest’ultimo dato risulta ancora più clamoroso se confrontato con il bilancio medio dei governi dell’eurozona in deficit da 29 anni del -3,05% medio annuo.
Il paese scandinavo è spesso chiamato in causa come modello, ma per arrivare a quello che la Norvegia è oggi ci son voluti decenni di politiche strutturate e la disponibilità in grandi quantità di una risorsa fondamentale: il Petrolio.

L’economia Norvegese
Oggi il regno di Norvegia è uno dei Paesi più sviluppati dal punto di vista economico e del welfare ma non è sempre stato così. Infatti l’economia norvegese, intorno agli anni 60, era tutt’altro che florida, basata sulla pesca e con un PIL a livelli decisamente più bassi; se nel 1961 il PIL italiano era di 44,84 miliardi di dollari, quello norvegese ammontava a solo 5,63 miliardi di dollari.
Tuttavia – due anni prima – nel 1959 – la fortuna bussò alle porte del popolo norvegese, con la scoperta di una riserva di gas al largo di Groningen, in Olanda; e grazie anche alle nuove ricerche ed un settore petrolifero in continua evoluzione, verranno scoperti molti giacimenti di idrocarburi il tutto il Mare del Nord e, tra questi, anche il primo giacimento di petrolio. Tutti i governi dell’area avevano trovato una “gallina dalle uova d’oro”. Tra gli anni ‘70 e ‘80 furono rinvenuti numerosi altri giacimenti (come Åsgard nome ispirato alla mitologica città degli dèi nordici, ed Ekofisk uno tra i più grandi giacimenti di petrolio al mondo) che tuttora sono fonte di estrazione continua. Nel momento di massimo utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica, l’esportazione dell’oro nero porterà nelle casse dello stato norvegese miliardi di dollari. Ma prima di produrre enormi ricchezze per il Paese, il cui PIL è aumentato di 5 volte grazie al petrolio, ci son voluti circa 30 anni per far divenire quest’industria economicamente efficiente; in questi primi anni di scoperte erano le compagnie ad occuparsi sia della ricerca che della gestione delle riserve.
Il governo norvegese, ovviamente, aspirava al pieno controllo dei giacimenti di propria competenza, cercando di far accrescere il proprio peso all’interno del settore: così, all’inizio degli anni ’70, nacquero le prime società norvegesi che si occupavano delle fasi di estrazione e lavorazione: tra queste la Norsk Hydro, la Saga Petroleum e la Statoil, società private ma fortemente controllate dallo Stato e, in seguito a diverse fusioni nel 2018 nasceva Equinor.
Oggi l’azienda è quotata al N.Y.S.E (la Borsa di New York) ed opera in 36 paesi con una capitalizzazione di circa 63 miliardi di euro e un fatturato annuo – nel 2024 – che si aggira intorno ai 94,5 miliardi di euro. [2]Il settore dell’oro nero, secondo i dati del governo, nel 2024 valeva il 13,6% del PIL; ciò vuol dire da un lato che la Norvegia è particolarmente esposta al rischio di cambio di prezzo del petrolio ma dall’altro esso rappresenta circa il 20% degli introiti statali ed il 27% dei beni esportati all’estero.[3]
Government Pension Fund Global
La procedura comunemente adottata da uno Stato in cui la bilancia commerciale pende in maniera significativa dal lato delle entrate, è l’investimento di queste ultime nei mercati finanziari… Analogamente il governo norvegese ha reinvestito i proventi delle imprese petrolifere e le licenze in un fondo. Partiamo dal principio: nel 1990 la Norvegia ha creato un fondo sovrano, il cosiddetto Government Pension Fund Global (I fondi sovrani sono dei fondi di investimento posseduti direttamente da Stati sovrani, operano su scala mondiale e investono in strumenti finanziari e altre asset class, tra cui azioni, e beni patrimoniali). Di fondi sovrani ne esistono tantissimi. Si tratta di istituzioni che nascono solitamente, in Paesi con una bilancia commerciale molto positiva, ossia con un rapporto fra esportazioni e importazioni che pende di più dal lato delle esportazioni. Esportando molto, gli Stati si ritrovano a disporre di molta liquidità rappresentata soprattutto da entrate di valuta estera. La loro costituzione cambia nei diversi Paesi, ma hanno comunque tutti una struttura abbastanza comune: per dirne una, tutti hanno un consiglio direttivo selezionato dal governo che agisce in una certa autonomia.
Tornando alla Norvegia, il fondo norvegese è attualmente il più grande al mondo ed ha raggiunto un valore di oltre 1700 miliardi di dollari a fine 2024.[4] Parametrandolo al reddito pro-capite, è come se ogni cittadino avesse circa 300.000 dollari di patrimonio già dalla nascita. Questo perché formalmente il fondo non è di proprietà dello Stato, ma appartiene al popolo norvegese. Il suo scopo, infatti, è quello di salvaguardare ma anche aumentare la ricchezza delle future generazioni di norvegesi.
Il Consiglio Etico
Il fondo è gestito dalla Banca Centrale di Norvegia, la Norges Bank, che si avvale di un Consiglio Etico per prendere decisioni sugli investimenti. Il consiglio etico svolge un compito fondamentale nella gestione a lungo termine del fondo. Infatti nel suo report annuale stila delle linee guida da seguire per evitare determinati investimenti. E il tutto ovviamente è fonte di un importante dibattito pubblico, soprattutto per capire in che modo determinare l’andamento delle società in cui si investe. Tra le linee guida ci sono diverse regole: ad esempio, il fondo non può investire in società che producono armi e tabacco o che hanno causato gravi danni ambientali. Sono vietati anche investimenti in titolo di Stato siriani o nordcoreani e in società che vendono armi a questi Paesi. Altre società non gradite sono quelle che violano i diritti umani o dei lavoratori. Se dovesse sorgere qualche dubbio sull’applicabilità di queste linee guida? Beh, a quel punto le società verrebbero messe sotto il controllo attento del Consiglio. E ogni società che non passa lo scrutinio viene esclusa dagli investimenti del fondo. Dopodiché la decisione viene resa pubblica, con un notevole danno di immagine per le società escluse.
Come si può evincere dalla lista pubblicata direttamente sul loro sito.[5]

Di conseguenza il Consiglio Etico ha un peso enorme nelle decisioni di investimento del fondo e quindi del futuro dei cittadini norvegesi. È probabilmente per questo motivo che il governo ha affidato un compito così delicato ad un team di tecnici, due uomini e tre donne, manager pubblici e privati, ma anche un’esperta di diritti umani. La regola che può suonare più strana è che il fondo non può investire in Norvegia, così facendo il fondo non è collegato all’andamento del Paese. Infatti, l’obiettivo principale del fondo, dal punto di vista economico, è proteggere l’economia norvegese dalla volatilità del mercato del petrolio.
Se non investe in Norvegia, dove investe e in che cosa investe? Investe nelle più grandi aziende di tutto il mondo. Come dicono sul loro sito istituzionale, hanno investito in Apple, Nestlé, Samsung e altre 11.083 società in tutto il mondo.[6]

Perché non concentrarsi su una quantità minore di società in modo da ottimizzare tempi di analisi delle stesse? Il problema è molto più pratico di quello che sembra. Quando hai tutti questi soldi da investire, devi scegliere dei recipienti molto grandi in cui mettere i tuoi soldi. E quali recipienti sono più grandi se non intere economie? Certo, serve anche per ridurre il lavoro di analisi e di scelta. Pensate cosa vuol dire seguire le notizie di 11.083 società ogni trimestre, anche solo ogni anno. E ovviamente non si lavora così su questi numeri. Infatti uno degli obiettivi principali è diversificare. Per questo motivo noi sappiamo che il fondo detiene l’1,4% di circa tutte le compagnie quotate del mondo, non solo per numero di società, ma anche tra settori e Paesi diversi. In particolare gli investimenti sono diretti verso 69 Paesi del mondo e sono divisi in vari settori e in diverse valute, al fine di ottenere un portafoglio il più diversificato possibile. Gli investimenti poi sono suddivisi in quattro macroaree. Come abbiamo visto, in primis il fondo investe in azioni di società quotate (71,4%), poi investe in titoli di Stato e obbligazioni private (26,6%) e infine nel mercato immobiliare (1,8%) e nelle energie rinnovabili (0,1%). Il Consiglio Etico, quando acquisisce azioni di ogni azienda, per garantire una stessa visione sostenibile e di lungo termine, si garantisce la presenza nel CDA di ognuna di esse. Tutti questi investimenti e tutte le linee guida sostenibili condivise dal consiglio etico che poi applica nel CDA di ogni azienda acquisita, sono pubblici e posso essere controllati, come ogni altro minimo dato, sul loro sito ufficiale, dove si può andare a vedere anche l’andamento del fondo negli anni; si pensi che il fondo è cresciuto ben 70 volte rispetto alle dimensioni del 1998.

Ma cosa ci fa la Norvegia con i soldi di questo fondo?
A parte mantenere gli investimenti già fatti, i profitti degli investimenti vengono reinvestiti dallo Stato nell’educazione, in infrastrutture e nel sociale, ed è così che la Norvegia riesce a mantenere uno stato di welfare così importante. In altre parole, servono a coprire gli anni in cui le tasse raccolte sono minori delle spese previste in quell’anno, ma non solo…per esempio nel 2020 il governo norvegese ha dovuto ritirare ulteriori 37 miliardi di dollari per combattere la pandemia. Insomma è un ottimo modo per tenere i conti in ordine e proteggersi da rischi che non erano prevedibili (detto in gergo Cigno Nero). Affinché il fondo avvantaggi il maggior numero possibile di persone anche in futuro, i politici norvegesi hanno concordato una regola fiscale che garantisce che non spendano più del rendimento atteso del fondo. In media, il governo deve spendere solo l’equivalente del rendimento reale del fondo, che si stima essere circa il 3 percento all’anno. In questo modo, le entrate petrolifere vengono immesse gradualmente nell’economia. Allo stesso tempo, viene speso solo il rendimento del fondo e non il capitale del fondo.
Fondo sovrano italiano sul modello di quello norvegese: si può fare?
Il successo del fondo norvegese è fortemente legato alla presenza di risorse naturali – in particolare il petrolio – che hanno generato entrate extra-fiscali rilevanti e surplus di bilancio consistenti. Queste entrate hanno permesso alla Norvegia di accumulare un patrimonio enorme e di gestirlo in maniera oculata attraverso investimenti diversificati.
Per l’Italia, invece, la situazione risulta ben diversa. Il Paese non dispone di una risorsa analoga al petrolio, e il suo bilancio è caratterizzato da un elevato livello di indebitamento. Di conseguenza, per finanziare un fondo sovrano, l’Italia dovrebbe riuscire a generare avanzi di bilancio significativi o trovare fonti di finanziamento alternative, come ad esempio la privatizzazione di asset pubblici o il rafforzamento degli utili delle partecipate statali.
Bisogna evidenziare anche la complessità della struttura economica, fiscale e politica italiana, [7]che comporta ulteriori ostacoli nel replicare un modello basato su surplus economici di larga scala:
Struttura economica frammentata
- Dominio delle PMI: L’economia italiana è fortemente basata su piccole e medie imprese. Queste realtà, pur costituendo il tessuto economico del Paese, tendono a generare margini di profitto limitati rispetto a grandi aziende o settori legati a risorse naturali.
Struttura Fiscale e Inefficienze Amministrative
- Sistema Fiscale Complesso: La complessità del sistema fiscale italiano, caratterizzato da una burocrazia articolata e norme spesso frammentate, porta a inefficienze nella raccolta delle entrate.
Contesto Politico e Continuità delle Politiche
- Instabilità Istituzionale: La frequente instabilità politica e i continui cambiamenti di governo influenzano negativamente la capacità di pianificare e implementare strategie economiche a lungo termine.
- Visione a Lungo Termine: La gestione di un fondo sovrano richiede continuità e una visione strategica stabile, elementi spesso mancanti nel panorama politico italiano.
Risulta oggettivo che senza una riforma profonda e strutturale del sistema economico e fiscale, l’adozione di un fondo sovrano “alla norvegese” rimane una sfida molto ardua per l’Italia.In conclusione, sebbene l’idea di istituire un fondo sovrano in Italia sul modello norvegese sia affascinante, la realtà della struttura economica e fiscale italiana – con la sua dipendenza da un tessuto di imprese frammentato, inefficienze amministrative e un elevato debito pubblico – rende questo obiettivo estremamente complesso. Senza una serie di riforme strutturali e una maggiore efficienza nella gestione delle finanze pubbliche, replicare il successo norvegese risulta un’impresa difficile da realizzare.
[1] Fonte: Trading Economics; NORVEGIA – INDICATORI ECONOMICI; 2024; https://it.tradingeconomics.com/norway/indicators
[2] Fonte: Equinor; Annual Report 2024; 2025
[3] Ribeca V.; Come la Norvegia è diventata ricca grazie al petrolio;Starting Finance; 2023; https://www.youtube.com/watch?v=5FM2aCLY7nk&t=232s
[4] Fonte: Norges Bank investment management; Il valore del fondo; 2025; https://www.nbim.no/en/investments/the-funds-value/
[5] Fonte: Norges Bank investment management; Osservazione ed esclusione delle aziende; 2025; https://www.nbim.no/en/responsible-investment/ethical-exclusions/exclusion-of-companies/
[6] Fonte: Norges Bank investment management; Valore di mercato totale; 2025; https://www.nbim.no/en/investments/all-investments/#/
[7] Timpone G.; Perché l’Italia non ha e né può avere un fondo sovrano come la Norvegia; investireoggi; 2021; https://www.investireoggi.it/fondo-sovrano-norvegia-italia-risparmio-investimenti/

Laureando in Economia Aziendale delle Imprese Sostenibili, ha sviluppato un forte interesse per la politica monetaria, l’economia, la finanza aziendale e i mercati finanziari, approfondendo tali ambiti attraverso studi extracurriculari e analisi dei protagonisti del settore. Un’esperienza in ambito militare ne ha rafforzato disciplina, leadership e capacità analitiche. Appassionato di astrofisica e astronomia, coniuga rigore scientifico e visione interdisciplinare.
L’articolo mette in luce in modo chiaro ed efficace il modello norvegese, sottolineando come una gestione oculata delle risorse naturali possa portare a prosperità a lungo termine. È interessante vedere come trasparenza, investimenti strategici e sostenibilità abbiano reso la Norvegia un esempio di successo economico.
davvero molto
interessante