La Siria e il nuovo posizionamento nello scenario internazionale

Il crollo del regime di al-Assad e la fine del conflitto civile che imperversava in Siria dal 2011 possono essere annoverati tra gli eventi storici che hanno condizionato non solo le sorti di uno Stato e del suo popolo, ma anche relazioni inter-statali ed eventi di portata geopolitica estremamente rilevanti.

Collocata nel cuore di un’area geografica intrisa di storia e al contempo tormentata da decenni di tensioni e contrasti insanabili, la Siria non ha mai smesso di giocare un ruolo essenziale nelle difficili dinamiche regionali. Essa, infatti, in quanto parte di una regione geografica da sempre strategica – per la sua posizione intermedia tra Oriente e Occidente e per la sua ricchezza energetica – si inserisce inevitabilmente in un contesto agitato da scontri e interessi.

A volte al margine dei più grandi conflitti che hanno attraversato questo angolo di storia – primo tra tutti quello israelo-palestinese – altre volte la Siria è diventata protagonista di avvenimenti e “cause” storiche che hanno consegnato al mondo un’eredità traumatica. Si pensi naturalmente agli eventi legati allo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), che ancora oggi pesano sulla memoria dell’Occidente e sulla realtà politica del Vicino Oriente.

Più recentemente, il ruolo determinante della Siria nell’arena internazionale si è reso evidente alla luce del rinnovato conflitto armato tra Israele e i suoi avversari regionali (Hamas, Hezbollah e Houthi, tra i principali), sostenuti dall’Iran. Di fatto, il crollo del regime siriano filo-iraniano l’8 dicembre 2024 ha causato l’interruzione dei canali di supporto tra Iran e proxy regionali, e ha esercitato una pressione considerevole sul corso degli eventi. In altre parole, il nuovo governo siriano ha spezzato il corridoio tramite il quale l’Iran riforniva i suoi partner regionali e, nei mesi scorsi, ha sequestrato carichi di armi e munizioni diretti in Libano, sostenendo in questo modo anche gli interessi di Israele.

Sul piano geopolitico, il nuovo Presidente al-Sharaʿ si è sforzato con successo di dare un nuovo volto al movimento che ha rovesciato il regime di al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS), e al proprio, attraverso un’operazione di rebranding sostenuta dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha di fatto rimosso al-Sharaʿ e il suo ministro degli Interni dalla lista delle sanzioni per terrorismo.

Tra gli attori che si sono maggiormente impegnati per la reintegrazione della Siria nel sistema internazionale, gli Stati Uniti meritano particolare attenzione. Il 10 novembre 2025, al-Sharaʿ è diventato il primo capo di Stato siriano a entrare nello Studio Ovale dall’indipendenza del Paese dalla Francia, nel 1946. Si è trattato del terzo incontro tra i due Presidenti, dopo il primo a maggio in Arabia Saudita e il secondo a margine dell’Assemblea Generale ONU di settembre.

L’evento è storico: un ex affiliato di al-Qaeda viene accolto dal Presidente statunitense in carica, ventiquattro anni dopo gli attentati dell’11 settembre. L’incontro si è svolto all’insegna di tre tematiche fondamentali nel processo di riabilitazione del governo ad interim siriano: coalizione anti-IS, rimozione delle sanzioni sul Paese e rapporto Siria-Israele. Si tratta di tre temi piuttosto spinosi da affrontare per la loro portata storica, culturale ed economica.

Da un lato si registra un allineamento tra Siria e Stati Uniti in relazione a contrasto al terrorismo e sanzioni. Nonostante la perdita territoriale inferta allo Stato islamico nel 2019, le stime odierne segnalano la presenza di circa 50.000 prigionieri dell’ISIS detenuti nei campi del nord-est siriano[1], territorio controllato dalle SDF (Forze democratiche siriane) curde. La maggior parte di loro sono donne e bambini, mogli e figli di ex combattenti, e proprio per questo i centri di detenzione rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale e internazionale. Si tratta, infatti, di potenziali incubatori di estremismo, dove i giovani sono reclutati facendo leva su malcontento, rabbia e insoddisfazione.

L’incontro nello Studio Ovale ha sancito l’ingresso della Siria nella coalizione anti-Stato islamico, con Trump che si è assicurato un’assunzione di responsabilità da parte del Presidente siriano nella gestione dei campi, in cambio della rimozione delle sanzioni. A seguito del colloquio, il 18 dicembre 2025 il Congresso americano ha approvato anche la rimozione del Ceasar Act, il quale – voluto dallo stesso Trump nel 2019 – racchiudeva le sanzioni più dure contro il governo siriano e contro chiunque supportasse la produzione siriana di gas naturale e petrolio. Resta comunque la designazione della Siria come State Sponsor of Terrorism, il che implica il mantenimento di restrizioni finanziarie e sull’assistenza estera degli Usa, nonché controlli sulle esportazioni di prodotti dual-use e il divieto di vendita ed esportazione di prodotti della difesa.

È fondamentale tenere in considerazione che la rimozione delle sanzioni consente maggiori investimenti esteri nel Paese – soprattutto dai Paesi del Golfo – che potrebbero alimentare la corruzione interna se erogati in un contesto dove controlli e garanzie sono difettosi. Per la ricostruzione del Paese, la Banca mondiale ha stimato un costo di almeno 200 miliardi di dollari[2]. Pertanto, è prioritario assicurarsi che i fondi siano protetti e che non vengano sfruttati da gruppi armati o altre fazioni che traggono profitto da uno stato di instabilità continuato.

Dall’altro lato, gli Stati Uniti si trovano nel mezzo del rapporto tormentato tra la Siria – con la quale al momento sta cercando di intrecciare un’amicizia – e Israele – suo principale alleato nella regione. L’ostilità tra le due parti è costruita sulla sfiducia dello Stato ebraico nei confronti di un personaggio a tutti gli effetti controverso, al-Sharaʿ, dal passato fondamentalista; ma affonda le sue radici nella questione palestinese. La Siria, infatti, sostiene da sempre la Palestina, è materialmente coinvolta nel conflitto sin dal ’48 e fino al crollo del regime era un’aperta sostenitrice di Hamas e Hezbollah. In breve, Israele non si fida della Siria e il suo obiettivo è la smilitarizzazione dell’aera sud-occidentale del Paese, con il pretesto di voler mettere in sicurezza la minoranza drusa siriana.

Lo storico allineamento della Siria con la Russia resta un fattore da tenere in considerazione. L’avvicinamento del Paese agli Stati Uniti, infatti, non invalida automaticamente le relazioni con Putin, considerati sia la coalizione strategica decennale fra i due Stati che la multipolarità degli equilibri geopolitici attuali, dove allearsi con l’uno non implica sfiduciare l’altro. Di fatto, la Russia ha mantenuto la sua presenza sulla costa siriana. Al-Sharaʿ potrebbe trarre beneficio dal rapporto con Putin tramite accordi su energia e infrastrutture e, al contempo, potrebbe puntare all’estradizione di al-Assad, rifugiatosi proprio a Mosca dopo la fuga.

Mentre le nuove dinamiche regionali e i rapporti con gli altri Stati sono centrali nel processo di stabilizzazione della Siria, lo scenario interno – per il fatto di essere ancora fortemente frammentato – merita assoluta attenzione.

De-escalation, demilitarizzazione e riunificazione: verso unità e stabilità interna

Le divisioni interne

Il mosaico etnico-religioso che compone la Siria è probabilmente il principale limite del Paese nel suo progetto di stabilizzazione e ricostruzione interna. Guardando unicamente alla composizione religiosa, il quadro della popolazione siriana è incredibilmente frammentato: a fronte di una maggioranza sunnita (74%), il 13% è costituito da sciiti, di cui alawiti – cui appartiene la famiglia di al-Assad – e ismailiti, il 10% da cristiani (soprattutto a ovest) e il 3% da drusi (principalmente a sud)[3]. La leadership drusa è divisa tra coloro che supportano una maggiore autonomia – se non l’indipendenza – e coloro che, invece, appoggiano la loro integrazione nel nuovo governo siriano. Proprio i drusi sono stati protagonisti di una serie di scontri settari verificatasi nella regione meridionale di Sweida e che hanno coinvolto anche le forze governative. Ad agosto 2025, il leader druso siriano Hikmat al-Hijri ha proposto di creare una patria separata per la minoranza drusa, facendo eco all’epoca in cui, negli anni ’20, la provincia di Sweida costituiva un’entità a sé stante. Al-Hijri ha istituito una nuova milizia drusa, la cosiddetta Guardia nazionale, sostenendo l’intervento militare tra Israele e Siria, con la speranza di conquistare una forte autonomia salvaguardata dallo Stato ebraico o di essere annessi da quest’ultimo.

L’appello dei drusi all’autonomia riflette le spinte separatiste avanzate anche da altre minoranze nel Paese, che premono per la creazione di un governo federale. Al riguardo, l’Arabia Saudita ha espresso il suo rifiuto categorico. Le divisioni, però, sono anche intra-settarie: la volontà di indipendenza e l’opposizione al governo centrale manifestate dalla Guardia nazionale, ad esempio, non coincidono con la volontà della maggioranza drusa a Sweida, che ha ufficialmente preso le distanze dal disegno separatista di al-Hijri, riconoscendo l’autorità di Damasco.

A prescindere dalle divisioni religiose, nel variopinto mosaico siriano dobbiamo aggiungere anche la componente curda a nord e i miliziani che hanno sostenuto l’ascesa di al-Sharaʿ, e che adesso non ne apprezzano la svolta moderata. A questo proposito, a febbraio 2025 è stato costituito un nuovo gruppo dal nome Saraya Ansar al-Sunna (“Brigate dei sostenitori della Sunna”), che ha già perpetrato attacchi terroristici ai danni di cristiani e alawiti.

Le elezioni parlamentari

A marzo 2025, è stata promulgatala una Costituzione provvisoria, che stabilisce per l’Assemblea del popolo un mandato della durata di 30 mesi, rinnovabili fino all’adozione di una Costituzione permanente. Le elezioni parlamentari sono state indette il 5 ottobre e si sono svolte secondo modalità discutibili, a causa della loro scarsa rappresentatività popolare. I tre aspetti da focalizzare sono i seguenti:

  1. L’Alto comitato – un organo istituito appositamente dal governo al fine di garantire imparzialità e trasparenza – ha selezionato i candidati scegliendo tra figure accademiche, tecniche e politiche, ed esercitando un potere di veto nei confronti di quegli esponenti sgraditi all’Esecutivo (perché troppo vicini al regime caduto o perché appartenenti a gruppi terroristici o separatisti). Il totale dei candidati è stato pari a 1578.
  2. Il Presidente ha avuto la facoltà di nominare un terzo dei seggi, ovvero 70 deputati su 210.
  3. Le elezioni si sono svolte a suffragio indiretto, dal momento che i votanti non hanno scelto direttamente il candidato, bensì un delegato che successivamente sarà chiamato a scegliere il titolare effettivo della carica.

Ciò che emerge in maniera piuttosto chiara è il ruolo dominante svolto dall’Esecutivo nell’indizione di queste elezioni e, di conseguenza, come il peso del governo gravi inevitabilmente sui suoi risultati. Non a caso, sono diverse le istituzioni e organizzazioni in difesa dei diritti umani che hanno criticato l’intero iter elettorale. Il Syria Justice and Accountability Centre (SJAC), ad esempio, ha lamentato il fatto che il processo elettorale sia stato «posto interamente sotto il controllo diretto o indiretto del Presidente»[4]. Al-Sharaʿ ha motivato la sua ingerenza nelle elezioni con il Decreto n. 143 del 2025, contestato da diversi fronti proprio per il fatto di contenere disposizioni ben lontane dal riconsegnare al popolo siriano un contesto elettorale libero e giusto, come auspicato a seguito del crollo della dittatura.

In sintesi, è stato evidente il ruolo limitato della popolazione siriana nell’eleggere i propri parlamentari: il corpo elettorale era ristretto a 7.000 grandi elettori, selezionati dal governo in base a criteri di “affidabilità politica” e “rilevanza comunitaria”. Si ricordi, però, che attualmente il numero di rifugiati e profughi – privi della documentazione necessaria per andare al voto – è molto alto. Le Nazioni Unite attestano quasi 7 milioni di sfollati interni e oltre 4 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi[5]. Allo stesso tempo, le condizioni del Paese rimangono profondamente critiche, dopo oltre un decennio di guerra civile.

Ne risultano delle elezioni dal carattere ampiamente simbolico e private del loro scopo democratico, e un Parlamento che non garantisce un’effettiva rappresentatività popolare. L’esito del voto, infatti, dipinge un quadro grossomodo monocromatico: la maggioranza dei seggi è occupata da uomini musulmani sunniti, ex miliziani o capi tribali che hanno combattuto contro il regime di al-Assad. Inoltre, per ragioni di sicurezza sono rimaste escluse dal processo elettorale la regione di Sweida e le province nord-orientali di Hasakah, Raqqa e Deir ez Zor.

Il nodo centrale per la stabilità del Paese sta proprio nel saper garantire nel lungo periodo diritti, rappresentanza politica e riconoscimento ai gruppi minoritari che lo abitano, mantenendo la sua unità politica e territoriale. Il governo ad interim dovrebbe essere capace di conciliare la libertà di espressione e di associazione – in una Siria che procede verso la sua democratizzazione – con il contenimento delle spinte secessioniste. Ma per arrivare all’unificazione e alla stabilità dello Stato è necessario prima passare per la de-escalation e la demilitarizzazione.

Il problema nasce nel momento in cui una porzione di territorio nella quale coabitano numerosi gruppi, distinti e indipendenti (quantomeno nelle aspirazioni), è costretta a identificarsi come Stato nazionale per poter esistere nel contesto geopolitico esistente e prevalente. Alla luce di questo, uno scenario auspicabile ma utopico potrebbe vedere l’esistenza di un governo centrale stabile, garante della Costituzione – quindi di diritti e doveri solidi – di sovranità e unità territoriali, e responsabile degli affari esteri; e al contempo, poteri locali minori e delegati, che garantiscano rappresentanza popolare e parziale autonomia, nel rispetto delle leggi nazionali. Non si tratterebbe di una federazione, bensì di una sorta di Stato plurinazionale, che integra nella Costituzione il diritto a una parziale autodeterminazione entro i limiti della legge fondamentale.

Questo scenario, però, che richiederebbe comunque e senza dubbio un’operazione preliminare di smilitarizzazione, non conferirebbe sufficiente unitarietà e stabilità allo Stato, che anzi potrebbe soffrire di un’eccessiva autonomia regionale – soprattutto in quelle aree dove la piena sovranità e libertà di azione sul territorio sono prerogative per la realizzazione dei suoi interessi primari; si pensi alle regioni settentrionali e orientali ricche di risorse energetiche. Oltre a questo, la partizione in entità regionali autonome presuppone una omogeneità etnica e religiosa locale che non può sussistere realmente.

I rapporti tra Damasco e SDF

Il discorso si intreccia con le dinamiche tra Damasco, Forze democratiche siriane e Ankara, che restano uno dei principali fattori destabilizzanti per la Siria in questo momento storico. Il 10 marzo 2025, il governo siriano ha stipulato un accordo con le SDF, già in passato entrate in aperto conflitto con la vicina Turchia, la quale organizza saltuarie incursioni militari contro di loro da circa un decennio.

La questione è direttamente legata al rilancio del settore energetico siriano: le divisioni interne, le violenze settarie e la confusione sulle responsabilità burocratiche sono, infatti, il principale ostacolo alla sua rinascita. Dagli anni ’50 fino al 2010, il settore ha vissuto una crescita impetuosa grazie all’ingerenza di aziende internazionali, con tecnologie e pratiche annesse. In quegli anni, le compagnie straniere rappresentavano circa la metà della produzione, ma dal 2011 in poi – con l’imposizione di sanzioni internazionali e il deterioramento della situazione securitaria nel Paese – hanno iniziato a ritirarsi o a sospendere le loro operazioni per causa di forza maggiore. Naturalmente, dopo il collasso del regime e la rimozione delle sanzioni, diversi Stati – primi tra tutti Turchia e Stati Uniti – hanno espresso il loro interesse nel vivificare il settore energetico siriano.

In questo senso, la regione nord-orientale della Siria (controllata, appunto, dalle SDF) costituisce il punto focale della questione per il fatto di essere ricco di risorse energetiche ma non ancora sotto il pieno controllo del governo centrale. Le due parti si sono scontrate in diverse occasioni, per ultimo a dicembre 2025 e inizio gennaio 2026, e questa persistente instabilità interna rende la regione meno appetibile in termini di investimenti esteri nei settori energetico e infrastrutturale. Per questo, stabilire un’intesa fra l’Esecutivo e le Forze democratiche siriane è vitale.

Contemporaneamente, mantenere dei buoni rapporti fra i due attori è anche nel migliore interesse degli Stati Uniti nell’ambito del contrasto all’ISIS, dal momento che attualmente i centri di detenzione di ex affiliati e dei loro familiari sono proprio sotto il controllo delle SDF. Nonostante questo, la priorità degli Stati Uniti adesso è fornire tutto il supporto necessario al governo siriano, a prescindere e anche a scapito di precedenti accordi di intesa con le Forze democratiche siriane, diventate un attore non più necessario.

Dal canto suo, Erdoğan – tra i primi sostenitori di al-Sharaʿ – preme su Damasco affinché non accordi eccessive concessioni alle SDF, con particolare riferimento alla loro integrazione nell’esercito siriano come gruppo piuttosto che come singoli individui. Ankara, infatti, vede le Forze democratiche come una ramificazione siriana del PKK, dunque come una potenziale minaccia anche interna.

Nonostante la sospensione dei colloqui tra al-Sharaʿ e SDF programmati per luglio 2025 a Parigi, le due parti hanno recentemente raggiunto un accordo di cessate-il-fuoco, dopo giorni di scontri intensi. Il 6 gennaio, infatti, le forze governative si sono scontrate con le SDF ad Aleppo; l’offensiva è poi proseguita nelle città di Raqqa, Deira az Zor e Tabqa, e il 10 gennaio, hanno concordato un cessate-il-fuoco con la mediazione degli Stati Uniti. Le quattro città “riconquistate” dall’esercito siriano sono di grande valore strategico, da un lato perché simbolo di una (ri-)presa di possesso da parte del governo del territorio siriano, dall’altro per la loro importanza sul piano economico. Le dichiarazioni del Presidente al-Sharaʿ riguardo Aleppo – la città rappresenterebbe più del 50% dell’economia siriana[6] – sono politicamente motivate perché amplificano il suo peso rispetto al sistema economico del Paese, ma ne sottolineano l’importanza. Dall’altra parte, Raqqa e Deira az Zor sono sedi di grandi giacimenti di gas e petrolio, mentre il controllo di Tabqa è correlato alla gestione della diga dell’Eufrate, la più grande della Siria.

Considerata l’attuale posizione di forza del nuovo Esecutivo, il cessate-il-fuoco ha stabilito anche la cessione da parte delle SDF dei valichi di frontiera e l’inserimento dei loro soldati nell’esercito siriano come singoli individui. Inoltre, le istituzioni presenti nella zona precedentemente semi-autonoma del nord-est ricadono adesso sotto l’autorità del governo centrale.

L’operazione del governo ad interim trova una giustificazione nell’incapacità di trovare un accordo di disarmo e integrazione con modalità pacifiche. Tuttavia, la scelta di intervenire militarmente per assumere il controllo del nord-est potrebbe rivelarsi controproducente e poco sostenibile nel lungo periodo, in quanto non elimina il problema e anzi riconferma un approccio divisivo. Anche dopo l’accordo, infatti, le SDF hanno accusato il governo di violazioni e affermato che le loro truppe non saranno disarmate con la forza. Il processo di riunificazione e integrazione dovrebbe essere conciliante e democratico, e svolgersi rispettando i tempi che questo comporta. Tutto ciò, per evitare incidenti come quello verificatosi a dicembre 2025, quando due soldati statunitensi e un interprete sono rimasti uccisi in un attacco perpetrato da un membro delle forze di sicurezza siriane presumibilmente diretto dall’ISIS.

Il riconoscimento della componente curda come parte integrante dello Stato, con cittadinanza piena e diritti costituzionali, è un elemento fondamentale e stabilizzante. Allo stesso modo, lo è l’integrazione nella macchina governativa delle istituzioni civili locali – dotate di lunga esperienza nell’amministrare una regione fortemente plurale.

Inclusione, accountability ed engagement internazionale alla base

L’analista siriano Hassan Hassan ha rimarcato il fatto che nel valutare l’attuale situazione in Siria non si dovrebbe sottostimare quella che definisce “ansia rivoluzionaria”[7]: il nuovo corso siriano, infatti, è il frutto della rivoluzione del 2011 e il governo ad interim si sente figlio di quest’ultima. Di qui, la tolleranza del popolo nei confronti di un potere ancora lontano dall’essere democratico e la resilienza del Paese di fronte alle numerose sfide interne ed esterne.

Senza dubbio, l’uscita di scena di al-Assad ha eliminato uno dei principali fattori destabilizzanti nel Paese e nella regione, ma le divisioni interne rimangono una questione politica aperta. Un passo importante verso la riunificazione dello Stato e la sua democratizzazione risiede nel garantire una corretta rappresentanza popolare, che rispecchi concretamente l’effettiva composizione del Paese, sulla base dei diritti fondamentali impressi in una Costituzione. Per ottenere questo, il processo di selezione del corpo parlamentare non può essere stabilito dall’Esecutivo, come invece è accaduto. Inoltre, affidarsi all’esperienza e alle competenze di gruppi che amministrano determinati territori da anni può essere un elemento utile per il governo centrale, senza comportare necessariamente la cessione di territori o un’eccessiva autonomia locale.

Nell’ottica di mantenere un rapporto pacifico tra tutte le parti coinvolte, al-Sharaʿ dovrebbe anche assicurare che i crimini commessi negli anni della dittatura siano investigati e puniti. Il concetto di accountability è sostanziale se si vuole impedire l’attuazione di una giustizia personale o settaria. Per fornire un esempio, gli alawiti sono stati bersagliati come gruppo per il fatto di essere la minoranza alla quale appartiene l’ex dittatore.

L’attribuzione di responsabilità dovrebbe avvenire in maniera imparziale e trasparente, a seguito di indagini e accertamenti approfonditi e ponderati. In merito a questo, a metà maggio dello scorso anno il Presidente siriano ha annunciato la creazione di una National Commission for Transitional Justice, avente esattamente il compito di investigare gli abusi perpetrati dopo il 2011 dal regime di Assad. Per assolvere correttamente alla sua funzione, la Commissione – che ad agosto aveva concluso la stesura dei suoi regolamenti interni, designato un team e iniziato a coordinarsi con Interpol – dovrebbe essere un organo indipendente. E ufficialmente lo è. Tuttavia, si deve notare che la sua istituzione è avvenuta tramite decreto presidenziale, così come la scelta del suo presidente, il quale a sua volta ha nominato i membri del team.

Infine, il supporto internazionale dovrebbe essere indiscusso, non solo sul piano economico ma anche nella preparazione delle Forze dell’Ordine, nella costruzione di un sistema di sicurezza robusto e nella raccomandazione di buone pratiche di governo. Mantenere la Siria in una condizione di pace e relativa stabilità è un proposito importante per gli Stati limitrofi e per la regione tutta, ma anche gli Stati Uniti coltivano interessi profondi. Per loro, si tratterebbe di una vittoria strategica, con la sottrazione della Siria – storicamente allineata alla Russia e soprattutto all’Iran – all’asse “nemico”. Ulteriori conflitti interni, infatti, fungono da margine di respiro per potenziali attori ostili, come ancora una volta l’Iran. Sarebbe poi una vittoria personale per Trump, il Presidente americano che ha non solo assistito, ma anche sostenuto attivamente l’uscita della Siria da quattordici anni di guerra, dopo aver criticato fermamente i passati e fallimentari interventi americani in Asia sud-occidentale.


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[1] Petronella F.; Siria, un (ex) jihadista a Washington: cosa ci dice l’incontro fra Trump e Al-Sharaa; Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI); 2025; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/siria-un-ex-jihadista-a-washington-cosa-ci-dice-lincontro-fra-trump-e-al-sharaa-223132

[2] Ibid.

[3] The World Factbook; Syria; Cia.gov; 2026; https://www.cia.gov/the-world-factbook/countries/syria/#people-and-society

[4] Syria Justice and Accountability Centre (SJAC); Joint Position Paper Regarding the Temporary Electoral System for the Syrian Parliament; 2025; https://syriaaccountability.org/joint-position-paper-regarding-the-temporary-electoral-system-for-the-syrian-parliament/

[5] UNHCR; Syria emergency; 2025; https://www.unhcr.org/emergencies/syria-emergency?utm_source=chatgpt.com

[6] Middle East Eye; Syrian president discusses Kurdish rights and the SDF; 2026; https://www.youtube.com/watch?v=pmloz5ba0DA

[7] Petronella F.; Country to Watch 2026: Siria; Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI); 2025; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/country-to-watch-2026-siria-226168

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