LE PROTESTE IRANIANE TRA CRISI INTERNA E ISOLAMENTO INTERNAZIONALE

Introduzione

Le proteste in corso in Iran, innescatesi nel dicembre 2025, non sono da leggersi come un episodio isolato o una semplice espressione di malcontento popolare. Esse rappresentano la manifestazione acuta di una crisi sistemica che mette in discussione le fondamenta politiche, economiche e sociali della Repubblica Islamica e la legittimità del regime stesso. Tale crisi è il prodotto di fattori endogeni strutturali e di un contesto internazionale marcatamente ostile, in un momento di profondo squilibrio per la regione.

Sono due i fattori principali di cui tenere conto. In primo luogo, l’isolamento politico ed economico a cui la Repubblica Islamica è stata sottoposta a più riprese negli scorsi decenni. Tale isolamento è il risultato della strategia di massima pressione (maximum pressure) perseguita dagli Stati Uniti e della dottrina del contenimento attivo e della guerra ibrida implementata da Israele, i cui effetti si sono manifestati visibilmente, ad esempio, con la “Guerra dei 12 Giorni” del giugno 2025.[1] Il regime si sta trovando incapace di resistere alle pressioni esterne –di Washington e dei suoi alleati – e di rispondere alle richieste interne – della popolazione in protesta. In secondo luogo, la risposta del regime di Tehran a questa pressione è [dc1] stata caratterizzata da una progressiva centralizzazione autoritaria del potere, da una gestione economica clientelare e opaca, e da un costoso potenziamento della proiezione di potenza nella regione che ha prodotto effetti disgregativi e dissociativi nei confronti del potere. La crisi è ulteriormente aggravata dalla sproporzione tra l’ingente impegno finanziario in politica estera e la catastrofe economica interna. Il mantenimento del network di proxy regionali, benché strumento cardine della strategia di deterrenza asimmetrica, rappresenta oggi un fardello finanziario insostenibile. L’Iran destina almeno 10 miliardi di dollari annui al sostegno all’Asse della Resistenza, comprendente milizie in Iraq, Siria, Libano (Hezbollah), Yemen (Houthi) e gruppi palestinesi.[2] Questa spesa mastodontica prosciuga risorse vitali in un momento in cui l’economia nazionale è paralizzata: il rial ha perso ogni stabilità, toccando 1,42 milioni per dollaro sul mercato libero a fine dicembre 2025, mentre l’inflazione ufficiale ha superato il 42% con i prezzi alimentari schizzati del 72%.[3] Mentre la popolazione soffre la penuria di beni essenziali e vede erodersi il proprio potere d’acquisto, la percezione che miliardi di dollari siano dirottati verso conflitti esteri alimenta un risentimento profondo. Slogan come “né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”, gridati durante le proteste, cristallizzano questa consapevolezza, trasformando la politica estera da motivo d’orgoglio nazionale a simbolo di un governo distante e dalle priorità distorte.[4] La strategia di potenza, un tempo garanzia di sicurezza, si converte in un potente moltiplicatore del malcontento interno, minando alla base la legittimità del regime.

Parallelamente, la risposta del governo al dissenso segue una logica repressiva che, nell’intento di preservare l’ordine, approfondisce il malcontento. Il regime persegue una narrativa securitaria che dipinge le proteste come frutto di un complotto estero, giustificando una risposta violenta. Il 9 gennaio 2026, il capo dell’apparato giudiziario, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha avvertito che non ci sarebbe stata “nessuna clemenza e indulgenza” per i “rivoltosi”. Questa retorica, che mira a criminalizzare il dissenso equiparandolo a un atto di guerra contro lo stato, è stata tradotta in azione con l’imposizione di un blackout totale di Internet a livello nazionale l’8 gennaio 2026, per isolare i manifestanti e ostacolare la diffusione di informazioni.[5]

Il contesto storico e le origini dell’assedio

Per decifrare la profondità dell’attuale crisi di legittimità e l’intransigenza del regime di fronte alla pressione interna ed esterna, è necessario risalire al trauma fondativo che ancora informa la psicologia politica dell’establishment iraniano: il colpo di Stato del 1953. L’operazione congiunta dei servizi segreti britannici (MI6) e statunitensi (CIA) che rovesciò il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, rappresenta il momento in cui la sovranità iraniana fu sacrificata sull’altare degli interessi geopolitici occidentali. Questo evento non impose soltanto il ritorno dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, ma creò un paradigma duraturo: l’Occidente come forza manipolatrice e destabilizzante, e qualsiasi governo che non sia ostile ad esso come un pericoloso collaborazionista.[6]

Questa memoria collettiva dell’ingerenza è il substrato sul quale la Repubblica Islamica, nata dalla rivoluzione del 1979, ha costruito la sua legittimità e la sua politica di sicurezza. L’isolamento e le sanzioni contemporanei non sono percepiti come una reazione a specifiche politiche, ma come l’ultimo capitolo di una lunga guerra per il controllo sul Medio Oriente. La strategia di “massima pressione” statunitense e la campagna di sabotaggio israeliana, pur avendo un impatto materiale devastante, vengono lette attraverso questa lente storica, confermando la narrazione ufficiale di un Iran sotto assedio perpetuo da parte di nemici esterni. Tuttavia, è proprio la risposta del regime a questo assedio percepito ad aver generato le contraddizioni che oggi lo erodono dall’interno. Per contrastare l’accerchiamento, la leadership ha scelto di raddoppiare la strategia della proiezione di potere asimmetrico tramite l’efficiente ma dispendioso Asse della Resistenza. Questa scelta, che intendeva garantire sicurezza e influenza attraverso proxy regionali, ha nel tempo distorto le priorità nazionali, drenando risorse dall’economia domestica. Allo stesso modo, la gestione dell’economia è stata modellata dalla mentalità d’assedio: centralizzata nelle mani di entità parastatali legate alle Guardie Rivoluzionarie per evitare infiltrazioni nemiche, ha però alimentato corruzione e inefficienza.

Pertanto, l’eredità del 1953 non spiega solo l’ostilità di Tehran verso l’Occidente; spiega soprattutto le logiche disfunzionali che il regime ha interiorizzato. La difesa della sovranità, intesa come autarchia politica ed economica e sfida frontale alle potenze rivali, si è tramutata in una gabbia. Ha reso il sistema incapace di riforme pragmatiche, di un’apertura economica che allevi le sofferenze della popolazione, e di un dialogo politico interno, producendo infine il cortocircuito attuale: le stesse politiche adottate per sopravvivere all’assedio esterno sono diventate il motore principale della crisi interna e dell’erosione del consenso.

La pressione esterna tra guerra economica e campagne ibride

L’accerchiamento strategico contemporaneo dell’Iran si articola su due assi principali: coercizione economica totale e operazioni militari e di sicurezza sotto la soglia del conflitto aperto, mirando a logorare sia la capacità materiale che la legittimità del regime.

Il pilastro fondamentale è il regime sanzionatorio statunitense, ripreso a pieno titolo con il ritiro dall’Accordo sul Nucleare (JCPOA) nel 2018 e cristallizzatosi nella politica di massima pressione. Esso opera attraverso diversi strumenti, quali il disaccoppiamento dal sistema bancario internazionale SWIFT, l’embargo sulle esportazioni di idrocarburi, e il blocco all’accesso di tecnologie dual-use.[7] Il risultato macroeconomico è la paralisi del paese, con effetti quali il crollo del rial e l’iperinflazione. Questo quadro è stato ulteriormente irrigidito nel settembre 2025, quando il meccanismo di snapback è stato attivato da Regno Unito, Francia e Germania, ripristinando le sanzioni ONU e allineando di fatto la politica europea a quella americana.[8]

Parallelamente, Israele conduce una campagna strategica di logoramento asimmetrico, nota come dottrina della guerra fra guerre (Mabam).[9] Questa campagna ibrida, protratta nel corso di oltre un decennio, è progettata per degradare le capacità di sicurezza iraniane senza scatenare un conflitto convenzionale su vasta scala. Tale strategia comprende sabotaggi ed assassinii mirati, come gli attacchi alle centrifughe di Natanz nel 2020 e 2021 o l’uccisione dello scienziato capo Mohsen Fakhrizadeh nel 2020.[10] A queste si aggiungono raid aerei sistematici in Siria per interdire la logistica delle IRGC (le Guardie della Rivoluzione Islamica) e azioni di escalation simbolica, come il bombardamento del compound consolare iraniano a Damasco nell’aprile 2024 o le azioni mirate contro gli alleati iraniani nella regione quali, ad esempio, Hezbollah o gli Houthi.[11] La Guerra dei 12 giorni ha visto questa strategia tradursi in aggressione militare israelo-americana su suolo iraniano, portando a gravi danni alle infrastrutture nucleari e militari. La massiccia risposta tramite droni e missili contro Israele non ha comunque potuto nascondere il divario militare e i limiti della deterrenza convenzionale e della rete di alleanze di Teheran. Il risultato dimostra l’impunità degli attaccanti e l’incapacità del regime di proteggere i propri asset più sensibili. Questa pressione esterna costante non fa che rafforzare la narrativa ufficiale dell’assedio, fornendo al regime il pretesto per la sua deriva autoritaria interna e per la costosa proiezione di potenza regionale. Di fronte alla palese vulnerabilità delle sue difese convenzionali e dell’Asse della Resistenza, l’unico deterrente ritenuto sufficiente a garantire la sopravvivenza del regime in uno scenario di conflitto totale appare essere, agli occhi di una parte dell’establishment, l’arma nucleare.

La reazione del regime

La reazione di Tehran vede un insieme di meccanismi interni che, paradossalmente, approfondiscono la crisi che intendono contenere. La risposta si articola su tre piani interdipendenti: una gestione economica clientelare e militarizzata, una repressione violenta giustificata da una narrativa securitaria, e una crescente paralisi decisionale al vertice del potere. La crisi economica è affrontata non con riforme distributive ma con un’ulteriore centralizzazione.[12] Il controllo di settori strategici come energia e telecomunicazioni viene consolidato nelle mani del complesso parastatale delle IRGC attraverso fondazioni (bonyad) e holding opache. Questo modello, che assegna le risorse in base alla fedeltà politica, frena lo sviluppo, concentra la ricchezza nell’élite del regime e scarica il costo della crisi sulla popolazione, erodendo il potere d’acquisto e alimentando il risentimento sociale. Al malcontento generato, il regime risponde con il classico binomio repressione-narrazione. Le proteste sono dipinte come il frutto di un complotto estero orchestrato da Stati Uniti, Israele e rivali regionali. Questa retorica dell’assedio, utilizzata anche dal presidente Masoud Pezeshkian nel dicembre 2025 quando invocò l’unità in una “guerra totale” contro i nemici, serve a trasformare il dissenso in una questione di sicurezza nazionale, giustificando così l’intervento brutale delle IRGC e dei Basij, caratterizzato da uso della forza letale, arresti di massa e detenzioni arbitrarie.[13] In risposta all’ondata di proteste, l’11 gennaio 2026 il portavoce del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, già parte dell’IRGC, ha inoltre affermato che il paese si trova ad affrontare un grave attacco dall’esterno, tacciando le proteste come parte di una strategia terroristica messa in atto dai nemici del regime e che risponderà di conseguenza.[14]  Successivamente, il 12 gennaio il governo iraniano ha organizzato una dimostrazione a Teheran a supporto del regime, presentata come una manifestazione contro il terrorismo sionista-americano, a  cui hanno partecipato decine di migliaia di persone, compresi il Presidente Pezeshkian ed altri ufficiali governativi.[15] Tuttavia, l’efficacia di questo copione si sta esaurendo sotto la pressione di una crisi più profonda: la frammentazione del vertice e l’assenza di una leadership solida. L’autorità dell’86enne Guida Suprema Ali Khamenei si è erosa, spostando il centro decisionale verso organi collegiali come il Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale, dove le fazioni negoziano in modo inefficace. L’assenza di un successore chiaro, unita alle lotte intestine esacerbate dalla sconfitta nella Guerra dei 12 Giorni, crea una paralisi che impedisce risposte coerenti. L’amministrazione Pezeshkian, ostacolata dalle fazioni ultraconservatrici e dalla priorità data alla sicurezza, risulta così incapace di attuare le riforme economiche promesse, mentre la stessa narrativa securitaria e repressiva sfugge al suo pieno controllo, rivelando un sistema in cui le divisioni d’élite e le disfunzioni governative accelerano la delegittimazione.

L’Asse della Resistenza da strumento strategico a fardello interno

L’ Asse della Resistenza rappresenta oggi il cuore di un paradosso strategico. Da strumento di potenza regionale a basso costo e alto rendimento, si sta convertendo in un fardello finanziario insostenibile e in un moltiplicatore di rischi, esacerbando le contraddizioni interne e la crisi del paese.

Storicamente, questa architettura di deterrenza asimmetrica ha garantito all’Iran una profondità strategica formidabile, permettendogli di proiettare influenza e minacciare avversari come Israele e Arabia Saudita senza impegnare direttamente le proprie forze convenzionali. Tuttavia, i costi di mantenimento di questo ecosistema sono divenuti proibitivi. Per un’economia paralizzata dalle sanzioni, dove le entrate petrolifere sono crollate e la valuta nazionale ha perso ogni stabilità, questa spesa rappresenta un drenaggio insostenibile di risorse che, in un contesto di inflazione galoppante e contrazione economica, potrebbero essere destinati a stabilizzare l’economia domestica o ad alleviare la sofferenza sociale. La crescente consapevolezza popolare di questo trade-off sta erodendo la legittimità del regime. Lo slogan “né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”, gridato nelle piazze, cristallizza la percezione di un governo che privilegia costose avventure estere a scapito del benessere dei propri cittadini. Questo sentimento trasforma la politica estera, un tempo fonte di orgoglio e legittimità, in un potente simbolo di distanza e di priorità distorte, alimentando direttamente il malcontento sociale e politico analizzato nel capitolo precedente. L’Asse della Resistenza, concepito come baluardo di sicurezza nazionale, si rivela così anche come un moltiplicatore della crisi di consenso che mina le fondamenta stesse della Repubblica Islamica.

La natura delle proteste

Le proteste che hanno ripreso vigore a fine dicembre 2025 rappresentano una crisi potenzialmente esistenziale per la Repubblica Islamica. La loro peculiarità non risiede solo nell’estensione geografica, che ha coinvolto oltre cento centri urbani, ma nella formazione di un vasta coalizione sociale: commercianti del bazaar, storici pilastri economici e sociali della rivoluzione del 1979, hanno compiuto un gesto politico di rottura chiudendo i negozi; a loro si sono affiancati operai in rivolta per il crollo dei salari reali, e la vasta massa di giovani urbanizzati.[16] Tale composizione eterogenea segnala la frattura di consenso ben oltre le tradizionali sacche di opposizione, indicando un malessere che ha ormai pervaso il nucleo stesso della società iraniana. Il movimento è caratterizzato da un repertorio di slogan esplicitamente anti-sistemici, il cui significato politico evolve dalla semplice condanna alla proposta di un’alternativa simbolica radicale. Accanto all’onnipresente grido “Morte al dittatore”, che denuncia direttamente la Guida Suprema, si è diffusa in alcune frange, specialmente giovanili, l’evocazione della dinastia Pahlavi.[17] Questo fenomeno non riflette una nostalgia monarchica consapevole o un programma politico definito. Per una generazione nata dopo il 1979, la figura dello Shah e dei simboli pre-rivoluzionari funge piuttosto da potente astrazione polemica: rappresenta l’antitesi assoluta dell’attuale sistema teocratico, un “altrove” politico che simboleggia un rifiuto totale in assenza di alternative riformiste credibili e visibili all’interno del quadro costituzionale vigente.

Di fronte a questa mobilitazione multiforme, la risposta del regime è calcolatamente repressiva e reazionaria. Nelle province periferiche e in alcuni centri minori, le forze di sicurezza che non hanno esitato a fare uso di munizioni vere, causando decine di vittime come negli scontri di Malekshahi.[18] Nelle grandi metropoli, invece, come Teheran, Isfahan o Shiraz, si è osservata una certa esitazione e una minore propensione all’uso della forza letale su vasta scala.[19] Questa divergenza suggerisce un calcolo da parte dell’establishment: una repressione sanguinosa di massa nel cuore del paese potrebbe minare la già precaria coesione delle stesse forze di sicurezza e innescare una spirale di instabilità ingestibile, soprattutto in un momento di estrema vulnerabilità regionale e di pressione internazionale senza precedenti. A tali risposte va pi aggiunto il blocco della rete internet in tutto il paese, in modo da scongiurare il più possibile il coordinamento tra manifestanti e un ulteriore ampliamento del dissenso.

Le reazioni di Washington e Tel Aviv

L’esplosione del malcontento sociale in Iran a fine dicembre 2025 ha costretto Washington e Tel Aviv a un rapido adattamento delle rispettive strategie.

Da Washington, la risposta si articola su un duplice binario: sostegno verbale e materiale alla protesta popolare, accompagnato da una estrema cautela sull’eventualità di un intervento militare diretto. L’amministrazione Trump, come riportato da analisti di sicurezza, ha colto l’occasione per rilanciare la sua narrativa di sostegno al popolo iraniano, con il POTUS che ha minacciato pubblicamente di “intervenire direttamente per supportare le proteste”.[20] Questa posizione, senza precedenti per il suo esplicito sostegno al regime change, mira a incrinare ulteriormente la legittimità di Tehran e a mantenere alta la pressione internazionale. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, la strategia concreta rimane ancorata agli strumenti della coercizione economica e diplomatica. L’obiettivo ultimo, come sottolineano gli analisti, è favorire l’emergere di “una struttura politica più moderata” che abbandoni le politiche destabilizzanti nella regione.[21] Tuttavia, Washington è anche consapevole dei rischi di un collasso improvviso del regime: un vuoto di potere in Iran potrebbe scatenare una prolungata instabilità interna, con imprevedibili ripercussioni regionali e la possibilità di un’espansione dell’influenza di attori rivali come la Cina o la Russia. Pertanto, l’outcome desiderato non è necessariamente un’implosione caotica, ma piuttosto una transizione controllata che preservi un certo ordine statuale mentre neutralizza la minaccia nucleare e missilistica iraniana.

Tel Aviv, al contrario, persegue una linea notevolmente più aggressiva e operativa, nella convinzione che il momento di massima vulnerabilità interna dell’Iran rappresenti un’occasione irripetibile per infliggere colpi strategici decisivi. La campagna ibrida israeliana, condotta per anni sotto la dottrina della “guerra fra guerre”, si è rapidamente adattata al nuovo contesto. Oltre alle continue operazioni di sabotaggio e agli assassinii mirati, Israele ha intensificato le sue attività di influenza e psy-ops. Fonti regionali, tra cui il ministro degli esteri turco, hanno accusato il Mossad di condurre apertamente una campagna per incitare la popolazione iraniana alla rivolta, utilizzando account sui social media per invocare la fine del regime.[22] Questa strategia di destabilizzazione attiva ha un obiettivo chiaro: accelerare l’erosione della legittimità del regime, facilitando potenzialmente un cambio di governo. Il calcolo di Tel Aviv si basa sulla percezione che un Iran debole e focalizzato sulle crisi domestiche rappresenti una minaccia esistenziale ridotta.[23] L’outcome ideale per Israele è quindi un Iran non solo incapace di proseguire il suo programma nucleare e di proiezione di potere, ma anche strutturalmente frammentato e costretto a ritirarsi dalla politica di potenza regionale. La visita del Primo Ministro Netanyahu a Mar-a-Lago nel dicembre 2025, interpretata come una ricerca di un “via libera” americano per ulteriori attacchi, sottolinea la determinazione israeliana a sfruttare la finestra di opportunità, anche a rischio di una escalation.[24]

Conclusioni

La crisi sistemica che attraversa l’Iran si trova in una fase di definizione, il cui esito dipende da tre variabili fondamentali: la sostenibilità del movimento di protesta, la coesione dell’establishment e la pressione esterna. Tre traiettorie plausibili possono essere definite, nessuna delle quali esclude totalmente le altre e che potrebbero presentarsi in sequenza o sovrapporsi.

Il primo scenario possibile è quello di una soppressione autoritaria e stabilizzazione precaria. In questo quadro, il regime, facendo leva sul controllo degli apparati di sicurezza e sul collasso organizzativo della protesta, riesce a ripristinare l’ordine pubblico senza modificare le proprie politiche economiche o di sicurezza nazionale. Il risultato sarebbe la perpetuazione della crisi strutturale in una forma latente, con un’economia depressa, una società sotto stretta sorveglianza e un continuo logoramento a bassa intensità nella regione.

Il secondo scenario riguarda una transizione negoziata dall’interno del sistema. La persistenza delle tensioni socio-economiche e il peso strategico dell’Asse della Resistenza potrebbero favorire l’ascesa di una fazione pragmatica all’interno delle élite, interessata a scambiare un disimpegno regionale graduale con un allentamento delle sanzioni. La futura successione alla Guida Suprema costituirebbe in questo senso un momento critico per un tale riallineamento. L’esito non sarebbe un cambiamento di regime, ma una sua significativa riarticolazione, con un maggiore peso per le componenti tecnocratiche e di sicurezza nazionale rispetto a quelle ideologico-clericali.

Il terzo scenario è quello di una escalation calcolata verso l’esterno. Di fronte a una minaccia percepita alla stabilità interna, il regime potrebbe optare per un’ulteriore accelerazione delle capacità missilistiche o nucleari, o per un’azione provocatoria regionale, con l’obiettivo di consolidare il fronte interno e di testare i limiti della deterrenza avversaria tramite una strategia di rally around the flag. Questo approccio, mentre mirerebbe a rafforzare la legittimità del regime in chiave nazionalista, comporta il rischio elevato di ulteriori confronti militari, contribuendo ad un’escalation regionale.

La determinante principale nel breve periodo rimane la capacità delle proteste di trasformarsi da esplosione di malcontento in una forza socialmente radicata e strategicamente persistente. Parallelamente, la risposta delle potenze estere, tra sostegno alla protesta, mantenimento delle sanzioni e rischio di azioni militari, continuerà a influenzare in modo decisivo il futuro della Repubblica Islamica.


[1] Vali Nasr, “Maximum Pressure on Iran Is Not Working,” Foreign Affairs, 15 maggio 2020, https://www.foreignaffairs.com/articles/middle-east/2020-05-15/maximum-pressure-iran-not-working.

[2] Ottolenghi, Emanuele. 2025. “L’Iran investe ancora ingenti risorse nell’Asse della Resistenza.” Huffington Post Italia, October 12

[3] Hajdari, Una. 2025. “Iran, la svalutazione del rial scatena le proteste dei commercianti.” Euronews, December 29. https://it.euronews.com/business/2025/12/29/iran-la-svalutazione-del-riyal-scatena-le-proteste-dei-commercianti.x

[4] Al Jazeera. 2026. “Protests Grow as Iran’s Government Makes Meager Offer Amid Tanking Economy.” Al Jazeera, 6 gennaio. https://www.aljazeera.com/news/2026/1/6/protests-grow-as-irans-government-makes-meager-offer-amid-tanking-economy.

[5] Sky TG24. 2026. “Iran, continuano le proteste. Blackout di internet a Teheran.” Sky TG24, 8 gennaio. https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/08/iran-proteste.

[6] Al Jazeera. 2025. “History of US-Iran relations: From the 1953 regime change to Trump strikes.” Al Jazeera, June 23. https://www.aljazeera.com/news/2025/6/23/history-of-us-iran-relations-from-the-1953-regime-change-to-trump-strikes.

[7] GCC Business Watch. 2025. “Sanctions & SWIFT Alternatives: What Iran’s Isolation Means for GCC Financial Systems.” GCC Business Watch, June 20. https://gccbusinesswatch.com/news/sanctions-swift-alternatives-what-irans-isolation-means-for-gcc-financial-systems/.

[8] Soussan, Guy. 2025. “The EU Reimposes Nuclear-Related Sanctions on Iran.” Steptoe International Compliance Blog, 30 settembre. https://www.steptoe.com/en/news-publications/international-compliance-blog/the-eu-reimposes-nuclear-related-sanctions-on-iran.html.

[9]  Yaakov Lappin, “Understanding the IDF’s ‘War Between Wars’ in Syria,” The Jerusalem Post, 16 gennaio 2024, https://www.jpost.com/israel-hamas-war/article-782857.

[10] D’Agostino, Susan. 2021. “Alleged Sabotage at Iran’s Natanz Nuclear Facility Comes Amid Talks on Reviving the Iran Nuclear Deal.” Bulletin of the Atomic Scientists, 13 aprile. https://thebulletin.org/2021/04/alleged-sabotage-at-irans-natanzs-nuclear-facility-comes-amid-talks-on-reviving-the-iran-nuclear-deal/.

[11] FRANCE 24. 2024. “The Israeli raid on Damascus, an ‘unprecedented’ escalation of tensions.” FRANCE 24, April 3, 2024. https://www.france24.com/en/middle-east/20240403-the-israeli-raid-on-damascus-an-unprecedented-escalation-of-tensions

[12] Synopsis. 2026. “$1 equals 14,00,000 Iranian rial and 42 percent inflation: Why has Iran’s currency plunged to a record low against the US dollar?” The Economic Times, 9 gennaio. https://economictimes.indiatimes.com/news/new-updates/iran-protests-1-equals-1400000-iranian-rial-and-42-percent-inflation-why-has-the-irans-currency-plunged-to-a-record-low-against-us-dollar/articleshow/126429482.cms.

[13] De Felip, Marco. 2026. “In Iran già almeno 45 morti e oltre duemila arresti per le proteste in piazza.” Greenreport.it, 7 gennaio. https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/59486-in-iran-gia-almeno-45-morti-e-oltre-duemila-arresti-per-le-proteste-in-piazza.

[14] Iran Freedom. 2025. “Iran Protests: Tehran Bazaar Merchants’ Uprising Intensifies in Iran Amid Economic Collapse.” Iran Freedom, December 29. https://iranfreedom.org/en/iran-protests/2025/12/iran-protests-tehran-bazaar-merchants-uprising-intensifies-in-iran-amid-economic-collapse/82122/.

[15] Alba, Antonella. 2026. “Iran, in migliaia nelle strade dopo l’appello del principe Pahlavi in esilio negli Usa.” Rai News, 8 gennaio. https://www.rainews.it/articoli/2026/01/iran-la-protesta-dilaga-38-morti-e-2200-feriti-ucciso-un-agente-di-polizia-29ddfb90-a6d6-40e9-9a11-24b30b68da66.html.

[16] Amnesty International. 2026. “In Iran nuovo ciclo di proteste, morti e feriti in aumento.” Comunicato stampa, 9 gennaio. https://www.amnesty.it/in-iran-nuovo-ciclo-di-proteste-morti-e-feriti-in-aumento/.

[17] Institute for the Study of War (ISW). 2025. “Iran Update, December 30, 2025.” Understanding War, 31 dicembre. https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-december-30-2025/.

[18] Fox News. 2026. “Trump vows to ‘step in directly’ to support Iran protesters, warns regime against crackdown.” Fox News, January 6. https://www.foxnews.com/politics/trump-vows-step-in-directly-support-iran-protesters-warns-regime-against-crackdown.

[19] ISPI. 2026. “Usa e Iran, la nuova fase della crisi: perché Washington non molla la presa (ma evita la guerra).” ISPI Online, January 12. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-e-iran-la-nuova-fase-della-crisi-perche-washington-non-molla-la-presa-ma-evita-la-guerra-174221.

[20] Ahren, Raphael. 2026. “Turkish FM accuses Mossad of stoking Iran protests, says Netanyahu aims for regional conflict.” The Jerusalem Post, January 10. https://www.jpost.com/middle-east/article-882890.

[21] Vaknin, Yossi. 2026. “Netanyahu Is Trying to Drag Trump Into Changing Another Regime: Iran’s.” The New Republic, January 8. https://newrepublic.com/article/204991/netanyahu-trump-iran-regime-change.

[22] Lee, Carol E., and Dan De Luce. 2025. “Netanyahu plans to brief Trump on possible new Iran strikes.” NBC News, December 20. https://www.nbcnews.com/politics/white-house/netanyahu-plans-brief-trump-possible-new-iran-strikes-rcna250112.

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