Il 3 gennaio come spartiacque: la fine di Nicolás Maduro non è una transizione
Il 3 gennaio rappresenta uno spartiacque nella crisi venezuelana, ma non nel senso in cui molti osservatori avevano inizialmente immaginato. La rimozione forzata di Nicolás Maduro dal potere, attraverso un’operazione guidata dagli Stati Uniti, ha certamente posto fine a una fase politica, ma non ha inaugurato una transizione democratica automatica.[1] Al contrario, ha accelerato una riconfigurazione interna del potere orientata alla tenuta funzionale dello Stato, più che alla sua trasformazione.
La rapidità con cui l’apparato statale ha reagito alla scomparsa del vertice presidenziale ha messo in luce un elemento spesso sottovalutato: il sistema chavista non era strutturato come un potere monolitico dipendente dall’ex presidente ma come un equilibrio complesso tra più centri decisionali, capace di assorbire la perdita della figura apicale senza collassare.
Il dato centrale emerso dal 3 gennaio è dunque il seguente: la crisi venezuelana non è più leggibile soltanto come una crisi di legittimità elettorale, ma come una crisi di potere reale, in cui la distribuzione delleleve coercitive, amministrative ed economiche conta più del consenso politico formale.[2]
Il 28 luglio e il limite strutturale della vittoria elettorale
Per comprendere perché la rimozione di Nicolás Maduro non abbia aperto automaticamente la strada a una leadership alternativa, è necessario tornare al 28 luglio, data che aveva segnato una vittoria politica e simbolica dell’opposizione democratica. Le elezioni avevano infatti mostrato un consenso significativo attorno alla figura di María Corina Machado, conferendole una legittimità popolare e internazionale difficilmente contestabile sul piano normativo.[3]
Tuttavia, già in quel momento, il risultato elettorale aveva evidenziato un limite strutturale: la legittimità prodotta dalle urne non si era tradotta in legittimità presso l’apparato coercitivo dello Stato, in particolare presso le Forze Armate Bolivariane.[4] Questo scarto tra consenso politico e riconoscimento militare è il nodo centrale che spiega l’evoluzione successiva della crisi.
Perché le Forze Armate non hanno riconosciuto l’opposizione
Nel sistema venezuelano, le Forze Armate non agiscono come un’istituzione neutrale, ma come un attore politico a pieno titolo, portatore di interessi propri, accumulati nel corso di anni di integrazione profonda con il potere esecutivo.[5] In questo contesto, María Corina Machado è sempre apparsa come una figura estranea a tali equilibri: priva di legami organici con l’apparato militare, senza capacità di offrire garanzie credibili in termini di continuità, sicurezza e protezione degli interessi consolidati.
Di conseguenza, la sua vittoria elettorale ha assunto un valore prevalentemente simbolico, più che operativo. Essa ha rafforzato la narrativa internazionale sull’esistenza di un’alternativa democratica, ma non ha modificato il calcolo strategico delle Forze Armate, che non hanno mai riconosciuto María Corina Machado come un’opzione di governo praticabile nel breve periodo.[6]
Questo spiega perché, al momento della rottura del 3 gennaio, l’apparato coercitivo non abbia colto l’occasione per riallinearsi con l’opposizione. La scelta non è stata tra Nicolás Maduro e María Corina Machado, ma tra instabilità e continuità controllata.[7] In assenza di una leadership dell’opposizione capace di garantire enforcement, la seconda opzione è apparsa razionale agli occhi degli attori che detengono il potere reale.
In questo senso, il 28 luglio non rappresenta l’inizio di una transizione fallita, ma la conferma di un limite strutturale: in Venezuela, la legittimità elettorale è condizione necessaria ma non sufficiente per governare. Senza il riconoscimento, o quantomeno la neutralità delle Forze Armate, anche una vittoria politica chiara resta confinata al piano simbolico.
È proprio questo squilibrio che spiega perché Washington, pur riconoscendo il capitale politico dell’opposizione, non abbia puntato su María Corina Machado come perno immediato della fase post-Maduro. Dal punto di vista statunitense, affidare la gestione della crisi a un attore privo di legittimità presso l’apparato militare avrebbe significato accettare un rischio elevato di frammentazione e conflitto interno.[8]
Continuità istituzionale e ambiguità di legittimità: perché Delcy Rodríguez
Nel vuoto lasciato da Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez ha assunto il controllo dell’esecutivo appellandosi alla continuità costituzionale. Formalmente, il passaggio di poteri può essere presentato come coerente con l’architettura istituzionale esistente: la vicepresidente garantisce la prosecuzione delle funzioni dello Stato in assenza del presidente.[9]
Tuttavia, questa continuità giuridica convive con una profonda ambiguità politica. Per anni, una parte significativa della comunità internazionale ha rifiutato di riconoscere piena legittimità alle istituzioni del madurismo; oggi, le stesse istituzioni diventano il veicolo necessario per evitare il vuoto di potere.[10] Ne deriva un paradosso: la legittimità normativa resta fragile, ma la legittimità funzionale, la capacità di mantenere l’ordine e far operare l’apparato statale, diventa il criterio dominante nel breve periodo.
È in questa logica che Delcy Rodríguez emerge non come “soluzione democratica”, ma come opzione di contenimento.
I tre blocchi del potere: una struttura che precede Maduro
L’assetto del potere venezuelano dopo il 3 gennaio può essere compreso solo attraverso l’analisi dei tre blocchi che ne costituiscono l’ossatura reale.
Il blocco Rodríguez: amministrazione, negoziazione e reti transnazionali.
Il primo blocco ruota attorno ai fratelli Rodríguez. Delcy Rodríguez incarna la gestione esecutiva della fase post-Maduro, mentre Jorge Rodríguez mantiene un ruolo centrale nella mediazione politica e legislativa. Questo blocco controlla snodi amministrativi fondamentali, dispone di canali di comunicazione con attori esterni ed è percepito come l’unico segmento del regime in grado di garantire compliance verificabile.[11]
In questo contesto prende forma una delle ipotesi più controverse ma analiticamente rilevanti: la possibilità che Delcy Rodríguez abbia facilitato, o quantomeno non ostacolato, la rimozione di Nicolás Maduro.[12] Più che come un atto di tradimento personale, questa dinamica va letta come una scelta razionale in un contesto di coercizione asimmetrica, in cui le alternative comportavano costi esistenziali per il blocco stesso.
Il peso di Delcy Rodríguez è rafforzato dalle sue reti transnazionali, che includono il Golfo, in particolare il Qatar, oltre a circuiti europei ed eurasiatici, e dalla sua esposizione a pressioni giudiziarie internazionali.[13] Paradossalmente, proprio questa vulnerabilità la rende un attore più facilmente vincolabile da parte di Washington.
Il blocco Cabello: coercizione informale e rischio di destabilizzazione
Il secondo blocco è rappresentato da Diosdado Cabello. Il suo potere non deriva tanto dalla gestione istituzionale, quanto dal controllo di infrastrutture politiche e coercitive informali: reti territoriali, apparati di sicurezza paralleli, capacità di mobilitazione del PSUV e dei cosiddetti colectivos.[14]
In una fase di contenimento, Diosdado Cabello rappresenta una variabile di rischio strutturale. Se percepisce la riconfigurazione del potere come una minaccia diretta alla propria sopravvivenza politica, potrebbe tentare una forzatura interna.[15] L’ipotesi di un colpo di mano non è un pronostico, ma una possibilità che pesa nel calcolo di tutti gli attori, inclusi gli Stati Uniti.
Il blocco Padrino-FANB: l’arbitro decisivo
Il terzo blocco è quello determinante: le Forze Armate Bolivariane. Vladimir Padrino López emerge come figura chiave, non solo come ministro della Difesa, ma come architetto della disciplina militare che ha mantenuto l’apparato allineato anche in fasi di scarso consenso verso l’ex presidente.[16]
Il fatto che le Forze Armate abbiano accettato una leadership transitoria interna, anziché favorire una rottura radicale, indica una preferenza netta per la stabilità controllata. Senza il loro sostegno, nessuna transizione è sostenibile.
Petrolio e fasi della transizione: la strategia materiale di Washington
La recente conferenza stampa del Segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito la logica statunitense. Washington ha delineato una strategia in tre fasi: stabilizzazione, recupero e transizione.[17]
Nella prima fase, la priorità è evitare il collasso. È qui che il petrolio assume un ruolo centrale: la proposta di trasferire e commercializzare 30–50 milioni di barili di greggio venezuelano sotto supervisione internazionale non è solo economica, ma politica.[18] Il petrolio diventa una garanzia materiale di compliance, una prova concreta dell’allineamento delle autorità di fatto.
La seconda fase, quella del recupero, prevede investimenti e riapertura graduale dei mercati, ma sempre in modo condizionato.[19] Il recupero non è un diritto automatico, bensì una concessione progressiva.
Solo nella terza fase compare la transizione democratica, senza però un calendario vincolante. Questo rivela una gerarchia di priorità: ordine e controllo prima della democrazia.
La transizione sospesa: midterms e incentivo al tradimento
Un elemento cruciale del calcolo venezuelano è il fattore temporale legato alle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Dal punto di vista del blocco al potere, il comportamento razionale consiste nel cooperare nel breve periodo, evitando rotture evidenti, per poi testare la tenuta dell’impegno statunitense dopo le midterms.[20]
Se l’amministrazione Donald Trump dovesse uscire indebolita dal voto, il costo di una rinegoziazione o di una rottura degli accordi diminuirebbe sensibilmente. In questa prospettiva, il rispetto degli impegni attuali può essere concepito come strumentale e reversibile, non come preludio a una transizione irreversibile.
Opposizione e limite strutturale della legittimità
In questo quadro, l’opposizione guidata da María Corina Machado conserva un forte capitale simbolico e una legittimità politica sul piano normativo, ma resta strutturalmente priva delle leve coercitive necessarie per governare nel breve periodo. Il 3 gennaio ha reso questo limite evidente: nel momento della massima rottura, l’apparato statale non ha cambiato schieramento.
Per Washington, affidare la gestione della crisi a un attore privo di enforcement non avrebbe rappresentato una scelta di principio, ma un rischio operativo elevato. È questo squilibrio, più che una valutazione politica sull’opposizione, a spiegare perché la fase post-Maduro sia stata gestita attraverso il contenimento piuttosto che attraverso una transizione immediata.
Il Venezuela post-3 gennaio non è entrato in una fase di transizione, ma in una fase di contenimento gestito, in cui il potere si regge su equilibri interni fragili, incentivi temporanei e una pressione esterna destinata a mutare nel tempo.
La vera incognita non è se una transizione sia auspicabile, ma se il contenimento potrà evolvere in un cambiamento reale prima che gli incentivi alla cooperazione diventino inferiori ai benefici di una rottura. In questo senso, il futuro politico del Venezuela dipenderà meno dalle dichiarazioni formali e più dalla capacità degli attori coinvolti di trasformare una gestione provvisoria del potere in un processo credibile e sostenibile.
Tabella 1:
| Attore | Obiettivo prioritario | Vincoli principali | Comportamento razionale |
| Stati Uniti | Stabilità e contenimento del rischio | Assenza di controllo diretto, costo politico dell’intervento | Gestione indiretta della transizione tramite attori interni affidabili |
| Nucleo esecutivo (Delcy Rodríguez) | Sopravvivenza politica e continuità | Sanzioni, pressione internazionale | Cooperazione tattica e ruolo stabilizzatore |
| Opposizione democratica | Riconoscimento e cambiamento politico | Mancanza di enforcement | Azione simbolica e legittimazione esterna |
| Forze Armate | Coesione e preservazione del potere | Rischio di frammentazione | Allineamento condizionato e controllo dell’ordine |
L’analisi che segue rielabora criticamente diversi schemi interpretativi presenti nel dibattito pubblico, integrandoli con un approccio autonomo.
[1] Stuenkel O.; A Strategic Break for South America; Foreign Policy, 2026; https://foreignpolicy.com/2026/01/03/venezuela-us-trump-maduro-defense-regime-change/?utm_source=chatgpt.com
[2] Reuters; Restoring democracy in Venezuela must respect its people’s will; 2026; https://www.reuters.com/world/americas/restoring-democracy-venezuela-must-respect-its-peoples-will-eu-countries-say-2026-01-04/
[3] Reuters; Venezuela opposition says its victory is irreversible, citing vote tallies; 2024; https://www.reuters.com/world/americas/government-opposition-both-claim-venezuela-election-win-official-results-2024-07-29/
[4] Reuters; Maduro is out but his top allies still hold power in Venezuela; 2026; https://www.reuters.com/world/americas/maduro-is-out-its-unclear-who-is-running-venezuela-2026-01-04/
[5] Reuters; Venezuela defense minister reaffirms military’s loyalty to Maduro; 2024; https://www.reuters.com/world/americas/venezuela-defense-minister-reaffirms-militarys-loyalty-maduro-2024-08-06/
[6] Reuters; Venezuela opposition says its victory is irreversible, citing vote tallies; 2024; https://www.reuters.com/world/americas/government-opposition-both-claim-venezuela-election-win-official-results-2024-07-29/
[7] The Economist; How the mad, bad Maduro regime clings to power; 2024; https://www.economist.com/the-americas/2024/08/06/how-the-mad-bad-maduro-regime-clings-to-power
[8] De la Cruz A.; No va a ser a través de la coerción… sino acción militar; NTN24, 2026; https://www.ntn24.com/noticias-actualidad/no-va-a-ser-a-traves-de-la-coercion-al-final-va-a-ser-la-accion-militar-la-que-va-a-generar-ese-cambio-antonio-de-la-cruz-sobre-la-presion-de-ee-uu-a-maduro-597752
[9] Constitución de la República Bolivariana de Venezuela; art. 233; 1999.
[10] The Times of Israel; EU says Maduro illegitimate, calls for restraint in Venezuela; 2026; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eu-says-maduro-illegitimate-calls-for-restraint-in-venezuela/
[11] Reuters; Delcy Rodriguez formally sworn in as Venezuela’s interim president; 2026; https://www.reuters.com/world/americas/delcy-rodriguez-formally-sworn-venezuelas-interim-president-2026-01-05/
[12] Le Monde; In reeling Venezuela, Delcy Rodriguez takes helm, under close scrutiny; 2026; https://www.lemonde.fr/en/international/article/2026/01/05/in-reeling-venezuela-delcy-rodriguez-takes-helm-under-close-scrutiny_6749089_4.html
[13] U.S. Department of the Treasury; Sanctions on Delcy Rodríguez; 2018–2024.
[14] De la Cruz A.; intervista su TVV Network; 2026; https://www.facebook.com/TVVnetwork/videos/la-entrevista-con-antonio-de-la-cruz-antdelacruz_-revela-que-el-conflicto-venezo/3598343936974502/
[15] InSight Crime; profilo analitico di Diosdado Cabello e delle reti coercitive informali; 2023–2026; https://insightcrime.org/venezuela-organized-crime-news/diosdado-cabello/
[16] Reuters; Maduro is out but his top allies still hold power in Venezuela; 2026;
https://www.reuters.com/world/americas/maduro-is-out-its-unclear-who-is-running-venezuela-2026-01-04
[17] Times of India; We will take all the oil: US reveals plan for Venezuela; 2026; https://timesofindia.indiatimes.com/world/us/we-will-take-all-the-oil-us-reveals-plan-for-venezuela-what-are-the-3-phases/articleshow/126399255.cms
[18] Ibidem
[19] Ibidem
[20] Questa valutazione costituisce un’analisi dell’autrice basata sulle dinamiche di political timing e sui vincoli del ciclo elettorale statunitense nelle transizioni politiche assistite.

