Nel Giappone del dopoguerra, l’Articolo 9 ha rappresentato molto più di una clausola costituzionale: ha incarnato la linea politica di un’intera fase storica, basata sulla rinuncia formale alla guerra, sulla centralità della crescita economica e sulla delega della sicurezza agli Stati Uniti. Ad oggi, questo assetto appare sempre meno sufficiente a contenere l’evoluzione dell’ambiente strategico regionale. La transizione dalla dottrina Yoshida alla dottrina Abe e, ora, alla più decisa dottrina Takaichi, non segnala una semplice svolta, ma il progressivo superamento e la ridefinizione della propria proiezione di potenza. Vi è infatti il tentativo di completare un passaggio già maturato sul piano operativo, industriale e dottrinario: dalla reinterpretazione dell’Articolo 9 alla sua possibile revisione formale, dal pacifismo proattivo alla deterrenza integrata, dalla dipendenza strutturale da Washington ad una crescente capacità di autonomia strategica.
In questo contesto, il Giappone aspira a diventare, entro i vincoli del proprio contesto politico-costituzionale, un attore di sicurezza pienamente legittimato, avanzato tecnologicamente e capace di proiezione selettiva.
Fattori strutturali e quadro dottrinario: dall’articolo 9 alla “dottrina Takaichi”
Per comprendere la portata della convergenza tra la dottrina Abe e la svolta sotto il primo ministro Takaichi, è necessario ripercorrere la traiettoria storica dell’apparato di sicurezza giapponese.
La dottrina Yoshida del dopoguerra – caratterizzato da bassa spesa militare, investimento prioritario nella crescita economica e affidamento alla garanzia di sicurezza statunitense – ha definito per decenni una postura di “pacifismo armato” e di subordinazione strategica strutturale. Questa è formalizzata nel Trattato di Sicurezza del 1951, revisionato nel 1960, e soprattutto attraverso l’Articolo 9 della costituzione del 1947. Questa clausola stabilisce la rinuncia assoluta alla guerra come diritto sovrano della nazione e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, vieta il mantenimento di forze armate con potenziale bellico e non riconosce allo Stato il diritto di belligeranza, limitando le manovre di Tokyo. Nella pratica, poi, l’interpretazione governativa ha consentito dal 1954 l’esistenza delle Forze di autodifesa (SDF), ma con dei vincoli stringenti sulle capacità offensive e sulle azioni di difesa collettiva.
Il primo cambiamento di posizione si è consolidato con l’avvento della “dottrina Abe”, un pacifismo proattivo che mantiene l’alleanza con Washington come base e ne amplia i contenuti. Attraverso l’adozione di nuove linee guida USA‑Giappone nel 2015 e l’approvazione di una vasta legislazione sulla sicurezza, l’amministrazione Abe ha infatti operato una storica reinterpretazione dell’articolo, con l’obiettivo di legittimare l’autodifesa collettiva. L’ambito geografico e funzionale delle SDF è stato così progressivamente ampliato, impegnandole – entro vincoli ancora nominalmente restrittivi – in missioni di supporto alle operazioni americane dal Medio Oriente al Mar Cinese Meridionale. Nonostante la forte resistenza dell’opinione pubblica e i vincoli nominalmente restrittivi, queste pratiche hanno rappresentato, per la maggioranza dei costituzionalisti, un superamento de facto del testo fondamentale, pur senza una modifica formale della carta.
Su queste basi si sviluppa oggi la fazione conservatrice del primo ministro Takaichi, che ha come nuovo obiettivo il passaggio definitivo dalla reinterpretazione alla revisione formale della Carta: l’inserimento, all’interno dell’Articolo 9, di disposizioni relative alle “Forze di Autodifesa” e alle “misure di autodifesa”, rendendo le SDF forze armate pienamente legittimate[1]. In questa proposta di riforma converge una duplice esigenza strategica: da un lato, consolidare il prestigio e lo status giuridico delle SDF, superandone l’ambiguità intrinseca; dall’altro, liberare ulteriormente i margini di impiego operativo della nazione, inclusa l’adozione di capacità concrete di contrattacco e la possibilità di fornire un supporto più robusto agli alleati sotto attacco.
A tal proposito, la “dottrina Takaichi” sembrerebbe focalizzata su quattro pilastri: potenza di fuoco a lungo raggio e capacità di contrattacco, industrializzazione della difesa abbinata ad un export selettivo, architettura di intelligence integrata e sicurezza economica. Questi obiettivi emergono chiaramente dai discorsi del primo ministro alla Dieta e del programma di governo, nei quali viene enfatizzato come il Giappone si trovi, ad oggi, nel “più grave e complesso ambiente di sicurezza del dopoguerra”. In questo scenario, la premier descrive Pechino come principale fonte di coercizione militare ed economica, mentre l’asse Cina‑Russia‑Corea del Nord viene identificato come una minaccia sistemica[2].
La risposta di Tokyo combina una revisione anticipata dei tre documenti cardine della sicurezza nazionale – National Security Strategy, National Defense Strategy e Defense Buildup Program – già aggiornati nel 2022 sotto l’amministrazione Kishida, ma ora avviati a una nuova revisione entro la fine del 2026. Lo scopo è quello di adeguare la postura giapponese a scenari caratterizzati da conflitti ad alta intensità, guerra cibernetica e impiego massivo di droni e sistemi unmanned.
Contemporaneamente, il governo ha accelerato il percorso di crescita della spesa militare oltre la soglia del 2% del PIL. Questo traguardo è stato raggiunto in anticipo rispetto alle tempistiche previste, sia grazie a un bilancio iniziale record, sia mediante uno stanziamento supplementare da 1,1 trilioni di yen per il 2025, inserito all’interno di un programma di rafforzamento che prevede circa 43 trilioni di yen nel quinquennio 2023‑2027[3]. A tali misure, si affiancano il progressivo rilassamento delle regole sull’export di armamenti – concepito per trasformare il Giappone in un fornitore affidabile per alleati alla ricerca di alternative a forniture statunitensi sempre più sotto pressione – e una profonda riorganizzazione del comparto informativo. Quest’ultima risulta incentrata sull’istituzione di un Consiglio nazionale di intelligence e di un National Intelligence Bureau a livello di gabinetto, nonché sulla futura adozione di una legge anti‑spionaggio, con l’obiettivo dichiarato di colmare una lacuna storica nella capacità di raccolta, integrazione e utilizzo strategico delle informazioni[4].
Rafforzamento capacitivo: riforme interne e proiezione esterna
In materia di riarmo, il cambiamento più significativo riguarda l’introduzione, in servizio, di capacità missilistiche di lungo raggio, ottenuta sia attraverso acquisizioni dall’estero sia grazie allo sviluppo di sistemi nazionali. Nel marzo 2026 la Japan Ground Self-Defense Force (JGSDF) ha schierato due nuovi sistemi missilistici a lungo raggio di produzione nazionale, formalmente designati come armi “Tipo 25”: il Type 25 Surface-to-Ship Guided Missile (25SSM), schierato al campo Kengun nella prefettura di Kumamoto, e l’Hyper Velocity Gliding Projectile (25HGP), dispiegato al campo Fuji nella prefettura di Shizuoka. Entrambi prodotti dalla Mitsubishi Heavy Industries, il 25SSM ha un’autonomia di 1000 chilometri, sufficiente a raggiungere la costa orientale della Cina e quasi l’intera Corea del Nord mentre il 25HGP, a differenza dei missili balistici tradizionali, è in grado di cambiare traiettoria durante il volo, rendendone estremamente complicata l’intercettazione da parte dei sistemi di difesa aerea nemici[5].
Parallelamente, la Japan Maritime Self‑Defense Force (JMSDF) ha portato a termine, presso la base navale di San Diego, la modifica del cacciatorpediniere Aegis JS Chokai (DDG-176), il primo in grado di lanciare missili da crociera statunitensi RGM-109 Tomahawk, con raggio di circa 1600 chilometri[6]. L’Agenzia per l’Acquisizione, la Tecnologia e la Logistica del Ministero della Difesa ha annunciato che la nave ha “completato con successo” le modifiche e l’addestramento dell’equipaggio e che effettuerà test a fuoco negli Stati Uniti entro l’estate, prima di rientrare a Sasebo a settembre e tornare in servizio operativo[7]. Il Giappone si è impegnato a equipaggiare tutti i suoi otto cacciatorpediniere Aegis con i Tomahawk – 400 missili in totale, divisi tra le varianti Block IV e Block V – che dovrebbero integrarsi facilmente nelle celle del sistema di lancio verticale di progettazione statunitense.
Come ha sottolineato il ministro della Difesa Koizumi Shinjiro nel corso di una conferenza stampa, questa transizione verso capacità missilistiche standoff rappresenta un passo importante nell’attuazione del modello di “negazione e attacco limitato” della strategia del 2022. Quest’iniziativa, infatti, è di fondamentale importanza per rafforzare le capacità di deterrenza semi-regionale e di contrattacco del Giappone[8].
Per quanto riguarda la proiezione esterna, invece, la partecipazione di truppe giapponesi ad esercitazioni con capacità letali dispiegate su suolo straniero rappresenta un ulteriore segnale di rottura con i limiti post-bellici. Nel maggio 2026, per esempio, le JGSDF hanno schierato e lanciato missili antinave Type 88 tra le dune costiere delle Filippine, durante l’esercitazione Balikatan con Washington, Manila e altri partner internazionali. Si è trattato del primo dispiegamento di truppe da combattimento giapponesi su suolo filippino dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, possibile grazie all’entrata in vigore di un Reciprocal Access Agreement tra Giappone e Filippine nel 2025, che regola lo status delle forze, la logistica e le responsabilità legali, oltre che preannunciare una crescente cooperazione tra i due paesi[9].
Sul fronte industriale, nel mese di aprile di quest’anno, Australia e Giappone hanno firmato i contratti che danno il via a uno storico accordo da 10 miliardi di dollari australiani (circa 7 miliardi di dollari USA) per la fornitura di navi da guerra alla Royal Australian Navy, la vendita militare più importante di Tokyo dal termine del divieto di esportazione di armi nel 2014. Le Mitsubishi Heavy Industries forniranno tre fregate multiruolo di classe Mogami, aggiornate e costruite in Giappone con consegne a partire dal 2029, mentre altre otto unità saranno realizzate in cantieri australiani nell’ambito del programma Sea 3000. Questo progetto consentirà a Canberra di sostituire progressivamente la classe Anzac con piattaforme dotate di sistemi missilistici avanzati (ESSM Block 2, Naval Strike Missile, SeaRAM) e suite sensoristiche giapponesi[10].
Per Tokyo, questo accordo può essere strategicamente rilevante su tre piani: consolida il posizionamento del Giappone come fornitore di punta nel nascente mercato globale delle grandi piattaforme navali; crea un’interdipendenza strutturale con una potenza marittima chiave dell’AUKUS, con benefici in termini di interoperabilità e supply chain; e garantisce un certo volume all’industria cantieristica nipponica, sostenendo l’aumento dei volumi necessari anche per la modernizzazione della JMSDF e contribuendo, nel medio termine, a una flotta combinata Giappone-Australia di alcune decine di fregate Mogami o derivate.
Minacce percepite e un possibile catalizzatore del progresso
Sul piano strategico, il driver principale del riarmo giapponese è l’evoluzione della condotta cinese nel Pacifico occidentale. Negli ultimi anni, la Marina dell’Esercito popolare di liberazione ha proiettato le proprie portaerei e i gruppi navali oltre la Prima catena di isole, operando sempre più spesso nello spazio tra la Prima e la Seconda catena. I sottomarini, le navi di ricerca e le unità di superficie operano, invece, su entrambi i lati delle linee insulari[11]. In parallelo, le attività militari cinesi a ovest della Prima catena – Mar Cinese Orientale, stretto di Taiwan, Mar Cinese Meridionale – non si sono ridotte ma sono aumentate, creando la percezione di un semi‑accerchiamento progressivo del Giappone.
Un elemento altrettanto cruciale è il nesso geopolitico tra Taiwan e Okinawa. Nel nuovo quadro operativo, infatti, l’arcipelago delle Ryukyu – con in testa Okinawa e le isole Nansei – si trova esposto a una doppia pressione da parte delle forze cinesi, che manovrano sia da ovest, attraverso lo Stretto, sia da est, oltre la Prima catena. A riprova di questa dinamica, il 6 dicembre 2025 i caccia J-15, decollati dalla portaerei cinese Liaoning, hanno tracciato ripetutamente con il radar di controllo del tiro gli F-15 della Forza aerea di autodifesa, impegnati in esercitazioni di difesa aerea. Questa manovra, una fase preparatoria di aggancio tipica prima di un attacco, riduce la profondità strategica giapponese e aumenta l’importanza delle difese a lungo raggio e delle capacità di risposta rapida. Ad accentuare la dimensione politico‑militare del confronto, si aggiunge la retorica di Pechino in risposta alle affermazioni della leader Takaichi sulla disponibilità del Giappone a usare la forza in caso di scenario taiwanese, con effetti diretti sulla sicurezza dell’arcipelago[12].
Il secondo elemento di tensione è rappresentato dalla crescente sinergia tra Cina, Russia e Corea del Nord. Infatti, i pattugliamenti aerei congiunti sino‑russi a nord‑est del Giappone, oltre la Prima catena di isole, e nel Mar del Giappone, così come le esercitazioni navali coordinate, sono divenuti più frequenti. Questa accelerazione obbliga Tokyo a continui decolli immediati su allarme e a pattugliamenti navali intensificati. A questo si aggiungono i programmi missilistici e nucleari nordcoreani, con test di vettori a lungo raggio e lo sviluppo di capacità di rientro atmosferico sempre più affidabili, che sovraccaricano costantemente il sistema di allerta e difesa antimissile giapponese.
Questi paesi vengono percepiti da Tokyo come agenti di “coercizione composita”, ovvero capaci di combinare manovre militari, pressioni economiche, cyberattacchi e guerra dell’informazione. La narrativa Takaichi insiste esplicitamente sulla necessità per il Giappone di diventare un attore in grado di contrapporre a tale coalizione una propria rete di alleanze multilivello, che vada oltre il solo binomio USA‑Giappone. In questo contesto, l’approfondimento dei rapporti con Australia, India, ASEAN e con partner europei può servire da strategia di “risk‑hedging” o copertura del rischio[13].
Un ulteriore catalizzatore della trasformazione giapponese può essere il riemergere di dubbi sulla prevedibilità degli impegni di sicurezza americani, soprattutto in seguito al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e al suo approccio contrattualistico verso le alleanze. In questo scenario di attualità, si sottolineano per esempio la minore disponibilità statunitense a forniture di armamenti – complice l’assorbimento di capacità su fronti come Ucraina e Iran – e la possibilità di richieste americane più stringenti in termini di burden sharing e partecipazione a operazioni extra‑regionali (Stretto di Hormuz e Mar Rosso). Questo quadro stringente indirizza Tokyo verso un nuovo calcolo strategico[14].
Sulla base di queste considerazioni, quindi, la leadership giapponese può procedere con due mosse simultanee: da un lato diventare un alleato “indispensabile” per Washington nel teatro indo‑pacifico, aumentando la propria utility militare e industriale per gli Stati Uniti; dall’altro ridurre le vulnerabilità a eventuali oscillazioni politiche americane, sviluppando capacità indigene (missili, cantieristica, intelligence) e abbassando le barriere normative all’export, così da costruire un proprio spazio di manovra.
Implicazioni internazionali: catene del valore, alleanze e ripercussioni euro‑mediorientali
Precedentemente in questo articolo è stata nominata la dimensione di economic security, fondamentale asset strategico per Tokyo: Takaichi lega esplicitamente il rafforzamento della postura difensiva alla resilienza delle catene di approvvigionamento di semiconduttori e minerali critici, in particolare terre rare e metalli strategici. Il Giappone, storicamente vulnerabile a shock come l’embargo cinese sulle terre rare del 2010, è oggi in prima linea, insieme all’Unione Europea e agli Stati Uniti, nella promozione di strategie di diversificazione, stoccaggio e friend‑shoring, anche attraverso partnership con Paesi produttori in Africa, America Latina e Indo‑Pacifico. Questa tendenza è stata confermata durante il vertice del G7 dello scorso mese[15].
Questa dinamica ha ricadute dirette sull’Europa e sull’Italia, che condividono con Tokyo l’obiettivo di ridurre la dipendenza da Pechino per le terre rare e per i segmenti critici delle filiere tecnologiche. Infatti, l’allineamento di politiche – come il Critical Raw Materials Act europeo e le strategie giapponesi di supply‑chain resilience – alimenta una convergenza strutturale tra il blocco euro‑indo‑pacifico che va oltre la sola dimensione militare. Inoltre, l’attivismo giapponese si inserisce in una più ampia riconfigurazione dell’architettura di sicurezza asiatica: AUKUS, Quad e la crescente attenzione NATO all’Indo‑Pacifico rappresentano pilastri di un insieme di reti che trascendono i tradizionali confini geografici delle alleanze.
Un esempio è l’iniziativa Free and Open Indo‑Pacific (FOIP) per la resilienza economica, tecnologica e di sicurezza[16]. Questa iniziativa, lanciata da Abe e rilanciata da Takaichi in chiave più operativa, funge da cornice per una serie di cooperazioni incrociate su sicurezza marittima, cyber, spazio e supply chain tecnologiche. Tra queste, il maxi‑accordo navale con l’Australia può essere letto come una forma di AUKUS+ industriale che, pur non includendo la componente nucleare degli AUKUS SSN, integra il Giappone nel perimetro tecnologico e industriale di un alleato strettamente connesso a Stati Uniti e Regno Unito. Allo stesso modo, la cooperazione con l’India e gli Stati ASEAN come Filippine e Vietnam nel quadro FOIP, rafforza la dimensione marittima del Quad, pur senza un suo formalizzarsi in un’alleanza militare. Il Giappone, in altre parole, smette di essere solo uno “Stato cliente” della sicurezza americana per assumere un ruolo di fornitore di beni pubblici regionali – da pattugliatori navali a know‑how regolatorio in ambito di sicurezza economica.
Ciononostante, il rafforzamento del ruolo giapponese potrebbe porre un dilemma per l’ASEAN: da un lato Tokyo può essere percepita come partner meno intrusivo degli Stati Uniti e meno assertivo della Cina; dall’altro, l’intensificarsi di esercitazioni e accordi di accesso con paesi come le Filippine può essere interpretato da Pechino come parte di una strategia di contenimento, con rischi di escalation nelle tensioni regionali.
In parallelo, partner europei come Regno Unito, Italia, Francia e Germania aumentano la loro presenza navale e diplomatica in Indo‑Pacifico, spesso in sinergia con Tokyo e Canberra. Questa proiezione si può tradurre in riscontri operativi concreti: nel caso britannico, la campagna del Carrier Strike Group guidato da HMS Prince of Wales nel 2025, con scali e attività congiunte in Giappone e Australia, segnala la volontà di proiettare capacità aeronavali di alto profilo a sostegno della libertà di navigazione e della stabilità regionale[17]. Francia e Germania hanno, a loro volta, effettuato transiti nello Stretto di Taiwan – dalla fregata Vendémiaire nel 2019[18] alla coppia Baden-Württemberg/Frankfurt am Main nel 2024 – rivendicando esplicitamente il diritto di passaggio in acque internazionali e schierandosi, di fatto, a tutela di un ordine basato su regole contro le pretese eccessive di Pechino. L’asse bilaterale Regno Unito‑Giappone è ulteriormente sancito dal Reciprocal Access Agreement firmato nel 2023, che permette il dispiegamento reciproco di forze sui rispettivi territori e fornisce una base giuridica stabile alle esercitazioni congiunte[19]. Sul piano multilaterale, questa fitta rete di cooperazione converge nell’istituzionalizzazione del formato Indo-Pacific Four della NATO, anticipando una possibile evoluzione dell’Alleanza verso una postura più globalizzata di gestione della competizione con la Cina e la Russia[20]. Il Giappone diventa così non solo “avamposto asiatico” dell’Occidente, ma uno snodo politico‑strategico tra l’Atlantico e il Pacifico.
Sul fronte europeo, invece, la trasformazione giapponese rafforza l’idea di una sicurezza globale interconnessa: le leadership di Roma e Tokyo, come trattato di seguito, sottolineano esplicitamente il forte legame tra sicurezza dello scacchiere atlantico e quello dell’Asia-Pacifico, mettendo in relazione Ucraina, Taiwan e stabilità del Mediterraneo allargato. Questo crea spazio per una cooperazione triangolare USA-Europa-Giappone in ambito difesa, con programmi come il GCAP che servono da piattaforma di integrazione industriale e tecnologica.
Italia–Giappone: un asse di difesa emergente
Nel gennaio 2026, durante la visita del Primo ministro Giorgia Meloni a Tokyo, Italia e Giappone hanno elevato la loro relazione a “partenariato speciale strategico”, ponendo al centro dell’incontro i settori di difesa e sicurezza, economic security, catene dei minerali critici e la cooperazione in Africa. In particolare, durante la dichiarazione congiunta, le due leader si sono confrontate sulle dinamiche di coercizione economica e sui controlli all’export imposti da alcuni fornitori su terre rare, metalli per batterie e materiali per semiconduttori, riconoscendo come vulnerabili le filiere dei magneti permanenti ad alte prestazioni, dei metalli per le batterie e la mobilità elettrica e dei materiali critici per l’elettronica avanzata.
Inoltre, è stato accolto con favore il primo Dialogo sulla sicurezza economica Giappone-Italia, svoltosi a Tokyo nel maggio di quest’anno, e la firma di un Memorandum di cooperazione tra i due governi – tra METI e Ministero delle Imprese e del Made in Italy – per rendere più sicure le catene di approvvigionamento. Nello specifico, i punti principali vanno dall’estrazione e la raffinazione al riciclo e allo stoccaggio, con l’obiettivo di coordinare le risposte a restrizioni o shock di mercato e di partecipare congiuntamente alle iniziative del G7 su litio, nichel e terre rare. A tal proposito, la leader Meloni ha più volte sottolineato come il partenariato con il Giappone sia essenziale per l’autonomia strategicaeuropea in senso pragmatico, non autarchico: la consapevolezza di essere particolarmente esposta – studi come quello di The European House – Ambrosetti per Iren indicano che circa un terzo del PIL italiano è direttamente o indirettamente dipendente da materie prime critiche, con un’esposizione crescente negli ultimi anni[21] – spinge l’Italia ad usare il partenariato con Tokyo per rafforzare non solo l’accesso a queste risorse, ma anche la capacità di friend‑shoring verso Paesi terzi (Africa, America Latina, Indo‑Pacifico) in cui Giappone e Italia possono combinare strumenti industriali e diplomatici.
Per la controparte giapponese, invece, dopo gli shock legati ai controlli cinesi su gallio, germanio e terre rare, la cooperazione con Roma e con il blocco europeo rientra in una strategia più ampia di risk‑hedging e di costruzione di reti di approvvigionamento ridondanti tra partner europei affini: la sicurezza economica è percepita come parte integrante della deterrenza complessiva, dall’Indo-Pacifico al Mediterraneo allargato[22].
In tutto questo, il pilastro cardine della cooperazione di difesa è il Global Combat Air Programme (GCAP), il programma trilaterale con il Regno Unito per la realizzazione di aerei da combattimento di sesta generazione entro il 2035. Questo progetto è destinato a combinare piattaforme pilotate e unmanned, tecnologia sensor fusion avanzata e architetture di rete data‑centriche, suscitando sempre maggiore interesse anche in altri paesi come Germania e Canada. Per le fasi iniziali di realizzazione, il Parlamento italiano ha approvato uno stanziamento di circa 8,8 miliardi di euro, con una proiezione di costi fino a 18,6 miliardi, mentre il Giappone ha già investito oltre 500 miliardi di yen nel quinquennio 2021‑2026 e ha allocato nuove risorse nel bilancio corrente[23].
Oltre al GCAP, i due Paesi hanno siglato un Acquisition and Cross‑Servicing Agreement (ACSA) per facilitare il supporto logistico reciproco tra le Forze di autodifesa giapponesi e le Forze armate italiane, gettando le basi per esercitazioni congiunte più frequenti e per il sostegno incrociato in caso di crisi. La Marina italiana ha già partecipato a crociere indo‑pacifiche con scali in Giappone, e la volontà dichiarata è di mantenere una limitata presenza navale nella regione, a conferma della convergenza di interessi in tema di libertà di navigazione.
Conclusione
Le iniziative di difesa e di sicurezza intraprese dal Giappone sotto l’amministrazione Takaichi analizzate nella presente analisi, non rappresentano una rottura improvvisa, ma piuttosto il punto di convergenza di tendenze strutturali in atto da oltre un decennio. L’elemento di discontinuità è il ritmo: accelerazione delle riforme, anticipazione degli obiettivi di spesa, apertura decisa all’export di armamenti e ampliamento del raggio operativo delle Forze di autodifesa.
Interpretare questa evoluzione solo come subordinazione a richieste statunitensi sarebbe riduttivo. Essa risponde infatti a un insieme di imperativi interni (percezione di vulnerabilità, ambizioni di status, interessi industriali) ed esterni (coercizione cinese, instabilità dell’ordine liberale, amministrazione Trump), e segnala l’emergere di un Giappone che può mirare ad essere co‑architetto, e non solo beneficiario, della sicurezza regionale, pur restando legato al dispositivo americano. Il Paese resta lontano da un ritorno al militarismo pre‑1945, stretto tra vincoli costituzionali, società civile prudente e interdipendenze economiche globali; tuttavia, la traiettoria attuale delinea il profilo di una potenza con capacità militari avanzate e crescente volontà di proiezione selettiva.
Nel breve‑medio periodo, il Giappone appare quindi destinato a consolidare una postura di “deterrenza semi‑regionale”: la combinazione tra capacità di contrattacco (Tomahawk, Type 25, futura estensione del Type‑12) e operazioni mirate (Balikatan nelle Filippine, cooperazione con Australia e India, transiti europei nello Stretto di Taiwan) gli consente di agire come hub di sicurezza in un’area che va dalle Ryukyu al Mar Cinese Meridionale. Al tempo stesso, il rafforzamento della sicurezza economica – focalizzato su terre rare, litio, nichel e metalli per semiconduttori – e l’inclusione di questi temi nell’agenda G7 e nei partenariati con Europa e Italia, suggeriscono che la deterrenza giapponese sarà sempre più “integrata”: militare, industriale e normativa. La sfida sarà mantenere questo salto di ambizione entro margini compatibili con la propria società e con un ordine internazionale che, per continuare a reggere, dovrà integrare le esigenze di sicurezza con quelle di stabilità e sviluppo di un Sud globale oggi sempre più sensibile alle dinamiche di polarizzazione e di militarizzazione.
[1] Jung, R.; Prime Minister Takaichi Signals Constitutional Overhaul, Security Shift; The Chosun Daily; 2026; https://www.chosun.com/english/world-en/2026/02/09/J4MKPXYHFZFALKGEGXIEEEWEZU/
[2] Kelly, T., Geddie, J.; Japan PM Takaichi Warns of China ‘Coercion,’ Vows Security Overhaul; Reuters; 2026; https://www.reuters.com/world/china/japan-pm-takaichi-warns-china-coercion-vows-security-overhaul-2026-02-20/
[3] Funding Key to Japan PM Takaichi’s Bid for Defense Expansion – Adnkronos English; Adnkronos.Com; 2025; https://english.adnkronos.com/2025/10/22/funding-key-to-japan-pm-takaichis-bid-for-defense-expansion/
[4] Japan Lower House OKs Bill to Boost Intel Capabilities; The Japan Times; 2026; https://www.japantimes.co.jp/news/2026/04/23/japan/politics/japan-intelligence-bill-lower-house-clear/
“Prime Minister Takaichi Spoke to the Press Regarding Her First Six Months as Prime Minister and on the Review of the Three Principles on Transfer of Defense Equipment and Technology as Well as Other Matters | Speeches | Prime Minister’s Office of Japan.” Prime Minister’s Office of Japan, 21 Apr. 2026, https://japan.kantei.go.jp/105/speech/202604/21kaiken.html.
[5] Writer, S. S.; Japan’s First Long-Range Missiles Enter Service as Tomahawk Destroyer Completes Refit; SOFX; 2026; https://www.sofx.com/japans-first-long-range-missiles-enter-service-as-tomahawk-destroyer-completes-refit/
[6] Johnson, J.; MSDF Destroyer Becomes Japan’s First Ship Capable of Firing Tomahawk Missiles; The Japan Times; 2026; https://www.japantimes.co.jp/news/2026/03/27/japan/japan-chokai-msdf-tomahawk-missiles/
[7] Giansiracusa, A.; Supporto Statunitense al Hyper Velocity Gliding Projectile Giapponese; Ares Osservatorio Difesa; 2026; https://aresdifesa.it/supporto-statunitense-al-hyper-velocity-gliding-projectile-giapponese/
[8] Chavez, L.; Japanese Destroyer Can Now Fire Tomahawk Missiles, Extending Nation’s Combat Punch; Defense News; 2026; https://www.defensenews.com/global/asia-pacific/2026/03/30/japanese-destroyer-can-now-fire-tomahawk-missiles-extending-nations-combat-punch/
[9]Arthur, G.; Japan Fires First-Ever Missiles from Philippine Soil; Defense News; 2026; https://www.defensenews.com/global/asia-pacific/2026/05/14/japan-fires-first-ever-missiles-from-philippine-soil/
[10]Australia, Japan Sign Contracts to Start $7 Billion Warship Deal; Reuters; 2026; https://www.reuters.com/world/china/australia-japan-sign-contracts-start-7-billion-warship-deal-2026-04-18/
[11] Keary, J.; Pressure Points: China’s Expanding Presence in the Pacific and Indian Oceans | The Strategist; The Strategist; 2026; https://www.aspistrategist.org.au/pressure-points-chinas-expanding-presence-in-the-pacific-and-indian-oceans/
[12] Shin, K.; Japan’s Security Focus Shift; Thediplomat.Com; 2026; https://thediplomat.com/2026/06/japans-security-focus-shift/
[13] [Japan’s Voices No.9] Japan’s Pragmatic Risk-Hedging in an Age of Strategic Uncertainty: The Takaichi Administration’s Updated Free and Open Indo-Pacific (FOIP) | Research Findings | The Japan Institute of International Affairs; Jiia.Or. Jp; 2024; https://www.jiia.or.jp/eng/report/2026/05/20260520.html
[14] Geddie, J., Kelly, T.; Rattled by Trump, US Allies Eye Japan’s Biggest Arms Opening since WW2; Reuters; 2026; https://www.reuters.com/world/asia-pacific/rattled-by-trump-us-allies-eye-japans-biggest-arms-opening-since-ww2-2026-04-15/
[15] Noda, H.; Japan PM Takaichi Touts G7 Unity on Energy Security, Critical Minerals – The Mainichi; The Mainichi; 2026; https://mainichi.jp/english/articles/20260618/p2g/00m/0na/007000c
[16] How Japan’s FOIP Vision Is Evolving; Med-Or; 2026; https://www.med-or.org/en/news/come-evolve-la-visione-del-free-and-open-indo-pacific-del-giappone
[17] Relations with Partners in the Indo-Pacific Region; NATO; 2026; https://www.nato.int/en/what-we-do/partnerships-and-cooperation/relations-with-partners-in-the-indo-pacific-region
[18] Gain, N.; In a First, a French Navy Frigate Crossed the Taiwan Strait – Naval News; Naval News; 2019; https://www.navalnews.com/naval-news/2019/04/in-a-first-a-french-navy-frigate-crossed-the-taiwan-strait/
[19] Smout, A.; Britain, Japan Sign Defence Pact during PM Kishida Visit to London; Reuters; 2023; https://www.reuters.com/world/asia-pacific/britain-japan-sign-defence-pact-during-pm-kishida-visit-london-2023-01-11/
[20] Relations with Partners in the Indo-Pacific Region; Nato; 2026; https://www.nato.int/en/what-we-do/partnerships-and-cooperation/relations-with-partners-in-the-indo-pacific-region
[21] Lisi, E.; Iren: Materie Prime Chiave per La Competitività. Bastano 1,2 Miliardi per Ridurre La Dipendenza, Ma I RAEE Preoccupano – Energia Oltre; Energia Oltre; 2024; https://energiaoltre.it/iren-materie-prime-chiave-per-la-competitivita-bastano-12-miliardi-per-ridurre-la-dipendenza-ma-i-raee-preoccupano/
[22]Japan-Italy Summit Meeting and Working Lunch; Ministry of Foreign Affairs of Japan; 2026; https://www.mofa.go.jp/erp/erp_1/it/pageite_000001_01683.html
[23] Amante, A.; Italy’s Parliament Approves 8.8 billion Euros for GCAP Jet Fighter Programme; Reuters; 2026; https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/italys-parliament-approves-88-billion-euros-gcap-jet-fighter-programme-2026-02-12/

