Introduzione

Il conflitto che interessa il Libano meridionale nella prima metà del 2026 rappresenta uno dei momenti di più grave instabilità geopolitica e crisi umanitaria della storia recente della regione. Innescata da profondi mutamenti negli equilibri di potere mediorientali, come la riapertura del fronte tra Israele e le milizie di Hezbollah, la nuova ondata di ostilità ha rapidamente vanificato i precedenti sforzi di mediazione diplomatica, travolgendo un Paese già strutturalmente fragile.

In un contesto nazionale caratterizzato dalla complessa gestione di oltre un milione e mezzo di rifugiati siriani, l’escalation militare ha generato un drammatico effetto domino: in poche settimane si sono registrati oltre un milione di sfollati interni e un massiccio flusso migratorio inverso in direzione dei confini siriani, fotografato dai dati drammatici delle agenzie internazionali come l’UNHCR.

La presente analisi si propone di analizzare l’impatto multidimensionale della crisi, superando la tradizionale cronaca militare per concentrarsi su una dimensione spesso considerata secondaria ma dagli effetti irreversibili: la devastazione ecologica e la distruzione dei sistemi di sussistenza. Attraverso l’esame dell’uso di armamenti ad alto impatto e la sistematica degradazione dei terreni agricoli e delle risorse idriche, la ricerca introduce e approfondisce il paradigma dell’ecocidio come chiave di lettura strategica e giuridica del conflitto.

Contesto storico politico del conflitto

L’uccisione della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio, ha segnato una nuova fase di escalation regionale, favorendo la riapertura del fronte tra Hezbollah e Israele. Sebbene il cessate il fuoco del 27 novembre 2024 avesse formalmente posto fine alle ostilità, la tregua si è rivelata fragile e ripetutamente violata. La ripresa delle operazioni militari ha rapidamente aggravato la situazione umanitaria in Libano: nell’arco di poco più di un mese, gli attacchi israeliani hanno provocato oltre 1.500 vittime e costretto più di un milione di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, in un Paese che conta meno di sei milioni di abitanti.

L’annuncio di un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, avvenuto tra il 7 e l’8 aprile, non ha determinato una riduzione delle ostilità sul territorio libanese, dove l’offensiva israeliana è proseguita senza segnali concreti di de-escalation. In questo scenario, la questione dei rifugiati siriani è tornata al centro del dibattito politico e umanitario. Prima della nuova escalation, il Libano ospitava circa 1,5 milioni di rifugiati siriani, tra registrati e non registrati ufficialmente, rappresentando uno dei Paesi con la più alta concentrazione di rifugiati al mondo in rapporto alla popolazione.

Secondo i dati dell’UNHCR, tra il 2 marzo e il 2 aprile 2026 circa 221.910 persone hanno attraversato il confine dal Libano verso la Siria. Tra queste, 190.160 erano cittadini siriani, mentre 31.740 erano cittadini libanesi, a testimonianza dell’ampiezza degli effetti umanitari provocati dalla ripresa del conflitto. Se alcuni avevano già pianificato il ritorno, mentre altri lo valutavano da tempo, molti sono oggi costretti a rientrare con urgenza[1].

L’ultimo grande confronto tra Hezbollah e Israele è iniziato nell’ottobre 2023, quando il gruppo ha cominciato a lanciare razzi oltre il confine dopo lo scoppio della guerra a Gaza, dichiarando di agire in solidarietà con il proprio alleato Hamas. Israele ha risposto con attacchi militari.

Nel settembre 2024 il conflitto ha conosciuto una nuova escalation. Israele ha dichiarato di voler garantire il ritorno delle decine di migliaia di persone sfollate dagli attacchi missilistici di Hezbollah lanciando un’intensa campagna di bombardamenti aerei contro il gruppo, seguita da un’operazione terrestre nel Libano meridionale.

Hezbollah trae origine dalle milizie sciite, nate per contrastare l’invasione israeliana del Libano meridionale del 1982 nel contesto della guerra civile libanese (1975-1990). Il movimento, il cui nome in arabo significa “Partito di Dio”, annunciò ufficialmente la propria nascita nel 1985. Fin dalla sua fondazione sostenne l’istituzione di uno Stato islamico in Libano e dichiarò che il conflitto con Israele si sarebbe concluso soltanto con la scomparsa di quest’ultimo.

La guerra con Israele ha avuto anche importanti conseguenze politiche. Nel gennaio 2025 è stato nominato un nuovo presidente, Joseph Aoun, dopo oltre due anni di vuoto istituzionale. Aoun, ex capo dell’esercito, è stato scelto nonostante Hezbollah preferisse un altro candidato e ha promesso che lo Stato libanese avrà il “diritto esclusivo di portare le armi”, in riferimento diretto al gruppo[2]. Il nuovo governo, dunque, guidato da Nawaf Salam esclude Hezbollah, anche se resta rappresentato in modo indiretto attraverso il suo alleato Amal.

Prima della guerra, Hezbollah aveva già un ruolo politico e sociale significativo, con rappresentanza in ogni governo dal 2005 e una rete di servizi sociali (scuole, sanità). In un Paese profondamente diviso lungo linee religiose, il gruppo godeva di forte sostegno tra la popolazione sciita, mentre era fortemente contestato all’interno delle altre comunità[3].

La ripresa del conflitto ha provocato la morte di almeno 3.213 persone da parte di Israele, inclusi paramedici e civili. Nonostante l’annuncio di un nuovo cessate il fuoco da parte del presidente statunitense Donald Trump, il 16 aprile, Israele e Hezbollah hanno continuato a scambiarsi attacchi, mentre il primo ha istituito una zona cuscinetto di circa 10 km, il cui confine settentrionale è segnato da quella che Israele definisce una “linea gialla” [4], ovvero una zona militare che si estende per circa 10 km a nord del confine, all’interno del Libano meridionale. Le autorità israeliane affermano di voler mantenere il controllo militare dell’area, riservandosi inoltre il diritto di colpirla nell’ambito delle operazioni contro Hezbollah.

Questa linea ha suscitato paragoni con Gaza, dove Israele ha suddiviso il territorio palestinese in diverse zone, con un’area orientale che rappresenta il 60% della Striscia sotto controllo militare israeliano. I palestinesi, la maggior parte dei quali sfollati, sono stati concentrati nel restante territorio occidentale.

Per molti libanesi, la “linea gialla” alimenta il timore che una zona militare presentata come temporanea possa trasformarsi in un’occupazione prolungata del territorio. La permanenza delle truppe israeliane all’interno del Libano e il proseguimento delle operazioni militari hanno rafforzato le critiche di chi ritiene che il cessate il fuoco rischi di essere utilizzato per legittimare una presenza militare duratura. Anche il Libano e Hezbollah hanno respinto questa iniziativa, definendola una violazione della sovranità nazionale e in contrasto con il principio stesso della tregua. In questo contesto, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che le forze israeliane “rimangono in Libano in una zona cuscinetto di sicurezza rafforzata”[5].

Particolare attenzione è stata rivolta a Nabatieh, una delle principali città del Libano meridionale. Situata a circa 11 chilometri dal confine con Israele e a nord del fiume Litani, la città occupa una posizione strategica. Il Litani è infatti spesso stato al centro di accordi di cessate il fuoco e intese internazionali che prevedono il ritiro delle forze di Hezbollah a nord del fiume. Secondo l’analista politico Jad Dilati, il crescente interesse israeliano per Nabatieh sarebbe legato al tentativo di includerla nell’area delimitata dalla linea gialla.

Nabatieh riveste inoltre un forte valore simbolico nella memoria collettiva libanese. La città è associata alla resistenza contro l’occupazione israeliana, in particolare all’insurrezione di Ashura del 1983, quando l’avanzata dei soldati israeliani durante una cerimonia religiosa incontrò l’opposizione di decine di migliaia di civili.

La popolazione di Nabatieh è prevalentemente sciita e la città rappresenta un centro economico cruciale per il sud del Paese. La guerra di Israele in Libano non riguarda solo il combattimento contro Hezbollah, ma esercita anche pressione sulla comunità sciita, da cui Hezbollah trae gran parte del suo sostegno[6].

Mentre gli eventi climatici estremi, intensificati dal cambiamento climatico, sono tra i principali fattori di perturbazione sociale e ambientale, essi possono diventare ancora più dannosi quando interagiscono con altri fattori di stress che ne amplificano gli effetti. Tra questi, i conflitti armati emergono come un fattore aggravante significativo, che intensifica le vulnerabilità in numerose dimensioni della società, dalla salute pubblica alla micro e macroeconomia[7], causando al contempo una forte degradazione delle risorse paesaggistiche [8] e della biodiversità[9]. I conflitti armati prolungati o ricorrenti compromettono i sistemi sanitari pubblici, provocano lo sfollamento delle popolazioni e destabilizzano le economie locali, riducendo ulteriormente la capacità delle comunità di adattarsi o riprendersi dagli impatti climatici naturali[10].

Nelle aree fortemente colpite dai conflitti, i danni a terreni agricoli, frutteti, fonti idriche contaminate e infrastrutture scolastiche e sanitarie creano vulnerabilità a catena, limitando così la capacità del Paese di adattarsi a un clima in riscaldamento[11].

Per il Libano, la guerra, in particolare i bombardamenti aerei, ha devastato campi agricoli, sistemi di irrigazione, foreste e habitat naturali, interrompendo i cicli di semina e raccolto e portando spesso all’abbandono delle terre coltivate[12].

Ecocidio e conseguenze agro-ambientali in Libano

L’ecocidio, secondo la definizione proposta dalla Stop Ecocide Foundation[13], consiste in «atti arbitrari o sconsiderati commessi nella consapevolezza dell’elevata probabilità che provochino danni gravi e diffusi oppure gravi e duraturi all’ambiente». A differenza delle disposizioni attualmente esistenti, il concetto di ecocidio attribuirebbe priorità alla tutela dell’ambiente in quanto bene giuridico autonomo, indipendentemente dalla sofferenza umana direttamente causata, offrendo così un quadro più ampio e completo di responsabilità giuridica.

Gli impatti ambientali possono essere suddivisi in:

1. Distruzione diretta: incendi e bombardamenti hanno devastato foreste, oltre 2.154 ettari di colture, risorse idriche e suoli contaminati, colpendo anche la pesca (26 imbarcazioni distrutte o danneggiate e riduzione del 14–16% del pescato nazionale). I danni agricoli ammontano a 118 milioni di dollari, con 586 milioni di perdite e circa 5.000 ettari di foreste distrutti[14].

2. Degrado a lungo termine: frammentazione degli habitat, perdita di biodiversità, erosione e contaminazione dei suoli, alterazioni idrologiche e peggioramento della qualità dell’aria.

Questi effetti meno visibili riducono la capacità di rigenerazione degli ecosistemi e prolungano i tempi di recupero, aumentando la vulnerabilità a ulteriori shock[15].

Il dibattito sui danni ambientali come componente dei crimini di guerra ha acquisito crescente rilevanza nel diritto internazionale, in particolare attraverso la prospettiva della Corte Penale Internazionale (ICC). Sebbene il diritto internazionale umanitario riconosca, in determinate circostanze, la distruzione ambientale «grave» come possibile crimine di guerra, ostacoli dottrinali e giurisdizionali hanno reso estremamente rare le condanne effettive. I tentativi di introdurre l’ecocidio come quinto crimine internazionale mirano a colmare tali lacune; tuttavia, l’attenzione dell’ICC sulla responsabilità penale individuale rischia di ridurre la giustizia a una mera funzione punitiva, trascurando aspetti più ampi e fondamentali, quali il ripristino degli ecosistemi danneggiati e delle comunità che da essi dipendono[16].

Gli attacchi condotti da Israele nel Libano meridionale, compreso l’impiego di munizioni incendiarie come il fosforo bianco, hanno avuto ripercussioni significative sia sulla popolazione civile sia sul settore agricolo[17], che rappresenta una risorsa essenziale per l’economia della regione.

I bombardamenti hanno infatti compromesso vaste aree coltivate e danneggiato raccolti e terreni agricoli, mettendo a rischio i mezzi di sussistenza di migliaia di agricoltori e lavoratori rurali. L’insicurezza generata dalle continue operazioni militari ha inoltre costretto numerosi agricoltori a interrompere le attività produttive o ad abbandonare temporaneamente le proprie terre, anche in zone non direttamente interessate dagli attacchi, aggravando ulteriormente le difficoltà economiche e sociali delle comunità locali.

Tale situazione si inserisce in un contesto già fortemente segnato dalla crisi economica che affligge il Libano dal 2019, aggravando ulteriormente le difficoltà del comparto agricolo e contribuendo a generare danni economici e ambientali destinati a produrre effetti sia nel breve  che nel lungo termine.

Secondo il diritto internazionale consuetudinario, tutte le parti coinvolte in un conflitto hanno l’obbligo di adottare ogni misura possibile per evitare danni alla popolazione civile nell’utilizzo di armi incendiarie. Inoltre, pur non essendo generalmente proibite dal diritto internazionale umanitario, il loro impiego contro concentrazioni di civili è vietato dal Protocollo III della Convenzione su alcune armi convenzionali (CCW), trattato che Israele non ha ratificato.

L’idea che, la distruzione delle popolazioni e dei loro habitat attraverso danni eco tossicologici intenzionali o causati da grave negligenza, possa costituire un crimine contro l’umanità è relativamente recente. Quando Raphael Lemkin coniò il termine genocidio, tali problematiche erano già presenti, ma non avevano ancora raggiunto le dimensioni e la gravità che caratterizzano il mondo contemporaneo[18].

Nel 2022, prima del conflitto, il settore agricolo contribuiva all’8% del prodotto interno lordo (PIL) del Libano[19]. In quello stesso periodo il settore aveva mostrato una crescita costante rispetto al contributo del 3% del PIL tra il 2015 e il 2019, nonostante la serie di gravi shock che hanno colpito il Paese a partire dal 2019, tra cui il collasso finanziario ed economico caratterizzato da svalutazione della valuta, default sovrano, iperinflazione e aumento della povertà, ulteriormente aggravati dalla pandemia di COVID-19 e dall’esplosione del porto di Beirut del 2020, che hanno determinato la contrazione di altri settori economici[20].

L’agricoltura fornisce, inoltre, un importante contributo all’occupazione, con circa 57.000 persone impiegate nel settore nel 2018 e 2019, pari al 3,6% della forza lavoro attiva [21]. L’occupazione agricola è inoltre aumentata in modo significativo, soprattutto tra i lavoratori non libanesi, la cui quota è passata da meno del 5% nel 2019 a quasi il 19% nel 2023. Anche l’occupazione agricola dei lavoratori libanesi è cresciuta fino a poco più del 5% nel 2023, contribuendo ad attenuare la crisi economica e a generare opportunità di lavoro, in particolare per le famiglie non libanesi a basso reddito[22].

Tra le colture agricole, la produzione di ulivi , è stata la più colpita, con 11 milioni di dollari di danni e 236 milioni di dollari di perdite, seguita dagli agrumi, che hanno registrato 10 milioni di dollari di danni e 97 milioni di dollari di perdite. Tali conseguenze sono state causate dall’incendio di 2.154 ettari di frutteti, 637 ettari di agrumeti e 461 ettari di piantagioni di banane nei governatorati di Nabatieh e del Libano del Sud. Tra le colture annuali, il tabacco è risultato il più danneggiato, con perdite stimate in 46 milioni di dollari nelle stesse aree[23].

Il governatorato del Sud è il secondo più colpito in ambito agricolo, con 323 milioni di dollari di danni e perdite, inclusa la distruzione di frutteti, uliveti, agrumeti e bananeti, oltre a gravi danni alle infrastrutture portuali e alla pesca costiera. I pescatori risultano particolarmente vulnerabili a causa di attacchi alle imbarcazioni, restrizioni all’accesso alle aree di pesca e distruzione diffusa delle infrastrutture[24].

I danni alle infrastrutture agricole, valutati in 12 milioni di dollari, derivano dalla distruzione di 1.050 ettari di sistemi di irrigazione, 23 ettari di serre, 1 ettaro di impianti solari destinati all’agricoltura e di altre attrezzature produttive.

Il settore dell’allevamento ha subito la perdita di circa 2,3 milioni di animali, tra cui 2,2 milioni di capi di pollame, 55.657 ovini e caprini, 3.064 bovini e 49.850 alveari. Ciò ha comportato una significativa riduzione della produzione di latte, con perdite stimate in 25 milioni di dollari, e di miele, per un valore di 12 milioni di dollari, oltre a 19 milioni di dollari di danni alle infrastrutture[25].

Per consentire la ripresa immediata delle attività agricole è necessaria un’assistenza d’emergenza stimata in 32 milioni di dollari, destinata a sostenere i settori delle colture agricole, dell’allevamento, della pesca e dell’acquacoltura. Questi fondi permetterebbero di fornire sementi, fertilizzanti, mangimi, attrezzi e altre attrezzature indispensabili per mantenere e rilanciare la produzione, tutelare i mezzi di sussistenza delle comunità rurali e contribuire alla sicurezza alimentare del Paese[26].

Sul piano ambientale, dunque si segnalano danni gravissimi: circa 49.500 ettari di colture distrutti, con il 76% degli agricoltori sfollati[27]. Il World Bank stima i danni ambientali complessivi in circa 501 milioni di dollari, includendo la distruzione di foreste, pascoli, ecosistemi fluviali, zone umide e aree costiere. Il settore agricolo ha subito circa 79 milioni di dollari di danni diretti e 412 milioni di dollari di fabbisogno di ricostruzione.

Oltre agli effetti immediati e materiali, la guerra ha innescato una serie di impatti ambientali indiretti e meno visibili. Gli incendi hanno spogliato i pendii della vegetazione protettiva, accelerando l’erosione e destabilizzando i versanti. I crateri delle bombe hanno modificato i modelli di drenaggio e l’idrologia, aumentando il trasporto di sedimenti nei fiumi e nei bacini idrici. L’uso del fosforo bianco è stato segnalato ripetutamente nelle aree civili e agricole del sud del Libano, con incendi di uliveti e terreni agricoli, distruzione di infrastrutture rurali e gravi conseguenze sulla sicurezza alimentare.

Il quadro ambientale nelle fasi prebelliche, di guerra e postbelliche (cessate il fuoco) evidenzia che la RDNA (Lebanon rapid damage and needs assessment) stima i danni fisici totali in tutti i settori analizzati a 6,8 miliardi di dollari, mentre le perdite economiche includono la riduzione della produzione e dei servizi durante i 26 mesi di aggressione militare e di prima ripresa. I settori ambientali e delle risorse naturali rappresentano una parte di questi costi, anche se spesso sottostimati nelle valutazioni tradizionali a causa della difficoltà di monetizzare i servizi ecosistemici.

Conseguenze socioeconomiche

Il governatorato del Libano meridionale gode di condizioni agro-climatiche particolarmente favorevoli, che ne fanno una delle aree più produttive del Paese per una vasta gamma di colture. La regione produce il 22% della frutta e degli agrumi del Libano, il 38% delle olive nazionali e ospita ampie coltivazioni di tabacco. Queste produzioni rappresentano una fonte di reddito essenziale per le comunità locali del sud, in particolare per i villaggi situati lungo il confine[28].

Secondo il dottor Hisham Younes, presidente dell’organizzazione ambientalista Green Southerners[29], gli agricoltori stanno subendo conseguenze gravissime a causa dei bombardamenti israeliani sui terreni agricoli:

«Gli agricoltori delle aree colpite affrontano ripercussioni molto gravi, poiché dipendono fortemente da queste terre per il proprio sostentamento, principalmente attraverso l’agricoltura e in particolare la coltivazione degli ulivi. L’uso di bombe al fosforo bianco rappresenta un tentativo sistematico di distruggere le aree boschive e agricole, compromettendo i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare delle comunità locali».

I danni economici causati dalle bombe al fosforo bianco e dai bombardamenti di artiglieria si accompagnano inoltre a numerose minacce per l’ambiente libanese, che probabilmente produrranno effetti duraturi ben oltre qualsiasi cessazione temporanea delle ostilità.

Il conflitto ha avuto un impatto devastante anche sul settore agroalimentare libanese, aggravando le vulnerabilità economiche del Paese e compromettendo gravemente la sicurezza alimentare. Il totale dei danni e delle perdite nel settore agricolo (colture, allevamento, silvicoltura, pesca e acquacoltura) causati dal conflitto tra ottobre 2023 e novembre 2024 è stimato in 704 milioni di dollari, (tabella 1).

Tabella 1. Disastri e perdite per sottosettore (USD). Fonte: FAO 2024. DIEM-Impact. https://data-in-emergencies.fao.org/pages/impact

Oltre alle pesanti conseguenze economiche, i disastri hanno effetti profondi sul benessere delle persone e delle comunità colpite. Essi possono privare le famiglie delle condizioni necessarie per una vita dignitosa, ridurre il tenore di vita e compromettere i mezzi di sostentamento e le fonti di reddito. Allo stesso tempo, causano la perdita di beni produttivi, limitano l’accesso a servizi fondamentali come sanità e istruzione, interrompono le catene di approvvigionamento alimentare e mettono a rischio la sicurezza alimentare. L’insieme di questi fattori accresce la vulnerabilità delle popolazioni colpite, rendendo più difficile il recupero e la ripresa nel lungo periodo.

Il fabbisogno totale di ricostruzione e ripresa nel settore agricolo è stimato in 263 milioni di dollari, mentre le priorità complessive per il settore agricolo per il periodo 2025–2026 ammontano a 95 milioni di dollari (Tabella 2).

Secondo la valutazione RDNA i danni sono concentrati soprattutto nel settore abitativo, che rappresenta oltre il 67% del totale, seguito dai settori delle infrastrutture (energia, servizi municipali e pubblici, trasporti, acqua, acque reflue e irrigazione) con il 10% complessivo, e dal settore di commercio, industria e turismo con il 9%. Tra i nove governatorati analizzati, i più colpiti sono Nabatieh (47% dei danni totali) e il Sud del Libano (23%), seguiti dal Monte Libano (16%)[30].

Tabella 2. Source: FAO. 2024. DIEM-Impact https://data-in-emergencies.fao.org/pages/impact

Responsabilità internazionali e limiti del diritto

L’offensiva israeliana in Libano ha provocato danni su larga scala alla popolazione, alle infrastrutture e all’ambiente, con accuse di violazioni del diritto internazionale umanitario e uso sproporzionato della forza. Dal 2023, attacchi aerei e bombardamenti hanno colpito aree civili, causando migliaia di vittime e feriti, distruggendo villaggi, abitazioni, scuole, infrastrutture energetiche e idriche, oltre a strade, ponti e attività economiche. Circa un quinto della popolazione libanese è stato costretto allo sfollamento.

Il riconoscimento dei danni ambientali nell’ambito del diritto penale internazionale ha ricevuto crescente attenzione negli ultimi anni; tuttavia, persistono significative lacune sia sul piano normativo sia su quello applicativo. Sebbene lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale riconosca la distruzione ambientale come possibile crimine di guerra ai sensi dell’articolo 8(2)(b)(iv)[31], la sua applicazione è limitata a contesti specifici, come i conflitti armati, e subordinata al soddisfacimento di criteri particolarmente rigorosi. Questa portata limitata lascia prive di adeguata tutela numerose forme di danno ambientale, soprattutto quelle che si verificano al di fuori dei conflitti armati o che non producono un impatto umano immediato e diretto.

Le disposizioni attualmente contenute nello Statuto di Roma in materia di distruzione ambientale presentano quindi un campo di applicazione ristretto. L’articolo 8(2)(b)(iv) richiede infatti non solo la prova del danno ambientale, ma anche la dimostrazione che tale danno sia stato «manifestamente eccessivo» rispetto al «vantaggio militare concreto e diretto complessivamente previsto»[32]. Questo elevato standard probatorio costituisce uno dei principali ostacoli all’effettiva perseguibilità dei danni ambientali come crimini internazionali.

I tentativi di riconoscere l’ecocidio come quinto crimine internazionale fondamentale nell’ambito dello Statuto di Roma si scontrano con rilevanti difficoltà di natura politica e operativa. L’introduzione di una simile modifica richiederebbe infatti l’approvazione di almeno due terzi degli Stati parte della Corte Penale Internazionale, un consenso che appare difficile da raggiungere a causa delle riserve politiche ed economiche manifestate da numerosi Paesi. A ciò si aggiungono i limiti strutturali della Corte stessa, le cui risorse sono spesso insufficienti e la cui attività dipende in larga misura dalla cooperazione degli Stati, fattori che potrebbero ostacolare la priorità attribuita ai crimini ambientali anche qualora l’ecocidio venisse formalmente inserito tra i reati di competenza della Corte.

Il danno ambientale è strettamente connesso ai conflitti armati, configurandosi spesso sia come una delle cause che come una delle conseguenze della violenza. Da una parte, il degrado delle risorse naturali può alimentare tensioni sociali, economiche e politiche, contribuendo all’insorgere di conflitti; dall’altra, le guerre accelerano la distruzione ambientale attraverso il danneggiamento diretto degli ecosistemi, l’indebolimento dei meccanismi di tutela e regolamentazione e lo sfruttamento delle risorse naturali come fonte di finanziamento per gruppi armati e operazioni militari.

Nel caso del Libano, il contesto politico costituisce un ostacolo particolarmente rilevante all’attuazione di qualsiasi programma organico di giustizia di transizione, e ancor più di un modello esteso alla dimensione ambientale[33]. Il sistema di condivisione del potere su base confessionale ha, infatti, favorito la formazione di un’élite politica fortemente interessata alla conservazione degli equilibri esistenti. A ciò si aggiungono il perdurante collasso economico e il crescente isolamento internazionale del Paese, che limitano ulteriormente le possibilità di riforma. Alla luce di queste condizioni, l’attuazione immediata di un quadro di giustizia transizionale che includa la riparazione dei danni ambientali appare, allo stato attuale, improbabile.

Gli eventi oggi definiti come ecocidio non sono, dunque, ancora disciplinati da una definizione giuridica internazionale universalmente riconosciuta. Ci si trova spesso di fronte a situazioni caratterizzate da una grave e consapevole indifferenza nei confronti della vita umana e dell’integrità degli ecosistemi.

È evidente che l’ecocidio viene generalmente commesso dagli Stati oppure, quantomeno, reso possibile dalla loro tolleranza o acquiescenza. Tuttavia, in molti casi, la responsabilità ricade anche su potenti interessi industriali e grandi attori economici, il cui potere e la cui influenza superano talvolta quelli degli stessi Stati sovrani[34].

Per questo motivo, le questioni relative al dolus specialis (l’intento specifico), che costituiscono un elemento centrale nei dibattiti giuridici sul genocidio e derivano dall’enfasi posta sulla responsabilità individuale degli autori del reato, non si pongono necessariamente negli stessi termini nel caso dell’ecocidio. Quest’ultimo, infatti, tende a derivare più frequentemente da politiche sistemiche, decisioni economiche o pratiche industriali che producono danni ambientali su larga scala, piuttosto che da un’esplicita volontà di distruggere un determinato gruppo umano[35].

Conclusioni

L’escalation militare del 2026 nel Libano meridionale non può essere ridotta ad una crisi esclusivamente politica o umanitaria, ma è necessario considerare anche la crisi ambientale i cui effetti compromettono lo sviluppo del Paese per le generazioni future. La distruzione sistematica del patrimonio agricolo non ha colpito soltanto la natura, ma anche migliaia di famiglie, inasprendo una crisi economica strutturale che attanaglia il Paese fin dal 2019.

L’analisi evidenzia inoltre l’inadeguatezza degli attuali strumenti giuridici globali. I rigidi parametri e l’alto standard probatorio richiesti dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale rendono quasi impossibile perseguire i crimini ambientali in tempo di guerra. Spostare il focus verso il riconoscimento formale del reato di ecocidio come quinto crimine internazionale è una necessità storica urgente. Solo tutelando l’ambiente come bene giuridico autonomo si potrà superare la logica puramente punitiva del diritto penale individuale, ponendo al centro l’obbligo di ripristino degli ecosistemi e la riparazione dei danni subiti dalle comunità rurali.

Per affrontare gli impatti ambientali del conflitto, sono necessarie, dunque, una serie di misure urgenti e strategie di lungo periodo. Nell’immediato, è fondamentale stabilizzare le aree maggiormente degradate attraverso interventi di controllo dell’erosione, come la costruzione di barriere, la realizzazione di terrazzamenti e il ripristino della copertura vegetale. Parallelamente, occorre ridurre i livelli di inquinamento mediante la rimozione dei materiali pericolosi e il contenimento dei contaminanti, oltre a proteggere gli ecosistemi ancora integri attraverso l’istituzione di zone di conservazione temporanee. Un’ulteriore misura urgente riguarda la limitazione o il divieto del pascolo nelle aree danneggiate, al fine di favorire la rigenerazione della vegetazione.

Nel medio e lungo termine, invece, diventa essenziale avviare programmi di riforestazione basati su specie autoctone e resilienti, insieme alla bonifica dei suoli attraverso tecniche biologiche e misure di prevenzione dell’erosione. È inoltre necessario procedere al ripristino degli habitat naturali, con particolare attenzione alle zone umide e alle aree riparie, e regolamentare in modo rigoroso l’uso del suolo per evitare processi di urbanizzazione nelle aree ecologicamente più sensibili. Nel complesso, l’analisi evidenzia come i costi ambientali della guerra non siano marginali, ma centrali per la resilienza del Libano, la sicurezza alimentare, la salute pubblica e la traiettoria di sviluppo sostenibile del Paese.

In conclusione, i costi ambientali della guerra non sono un effetto collaterale marginale, ma il nucleo attorno al quale si gioca la reale capacità di resilienza del Libano. Senza una risposta internazionale coordinata e senza il coraggio politico di sanzionare la distruzione sistematica degli ecosistemi, qualsiasi tentativo di stabilizzazione economica e sociale rimarrà fragile e incompleto.


[1]  Fabrizi G., (2026). Dalla crisi in Libano alle macerie in patria: quale futuro per i rifugiati siriani. ISPI. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dalla-crisi-in-libano-alle-macerie-in-patria-quale-futuro-per-i-rifugiati-siriani-235008

[2] Ibidem

[3]Ibidem

[4] Magee C., (2026) Does Israel’s ‘Yellow Line’ violate the Lebanon ceasefire? https://www.aljazeera.com/news/2026/4/19/does-israels-yellow-line-violate-the-lebanon-ceasefire

[5] Salhani J., (2026) Why is Israel attacking Lebanon’s Nabatieh, the major southern city? Aljazeera. https://www.aljazeera.com/news/2026/5/27/why-is-israel-attacking-lebanons-nabatieh-the-major-southern-city

[6] Ibidem

[7] Vesco, P., Baliki, G., Brück, T., Döring, S., Eriksson, A., Fjelde, H., Guha-Sapir, D., Hall, J., Knutsen, C. H., & Leis, M. R. (2024). The impacts of armed conflict on human development: A review of the literature. World Development, 187, 106806. https://doi.org/10.1016/j.worlddev.2024.106806

[8] (Hryhorczuk et al., 2024; Kaplan et al., 2022; Meaza et al., 2024)

[9] (Hanson, 2018; Leal Filho et al., 2024; Sousa et al., 2022)

[10] Vesco et al., 2024.

[11] Bukhari, S. R. H., Iqbal, N., & Khan, A. U. (2024). Israel’s military actions in Palestine and Lebanon: A critical analysis of humanitarian, political, and strategic implications. Journal of Development and Social Sciences, 5(3), 577-586 https://doi.org/10.47205/jdss.2024(5-III)51

[12] Elias G., Majdalani G., Van der Meersch V., Faour G., Mouillot F. Proorjected climate worsened in Lebanon’s high conflict zone: a warning on future socio-ecological threats.

[13] Società senza scopo di lucro a responsabilità limitata, è stata creata nel Regno Unito nel 2017  per avviare una campagna pubblica volta a far riconoscere l’ecocidio come reato davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia. https://fr.stopecocide.earth/

[14] National Council for Scientific Research–Lebanon (CNRS-L), & Ministry of Environment. (2026). Guiding the Steps Towards a Post-War Recovery of Lebanon’s Natural Ecosystems: Understanding the Stakes and Looking Forward. CNRS-L. https://doi.org/10.22453/CNRS-L.MoE/04.2026

[15] Ibidem.

[16] Southey K. S., (2025) Beyond the ICC Lens: Expanding Transitional Justice to address environmental harm. The International Journal of Transitional Justice, Vol. 00, 2025, 1–19 doi: https://doi.org/10.1093/ijtj/ijaf024

[17] Eid M., (2023). Israel’s Environmental and Economic Warfare on Lebanon. The Tahrir institute for middle east policy.  https://timep.org/2023/11/28/israels-environmental-and-economic-warfare-on-lebanon/

[18] Richter D. E., Blum R., Castleman B., Frank A., Stanton H. G., (2007) Ecocide: a crime against humanity? https://www.academia.edu/1092168/Ecocide_A_Crime_Against_Humanity

[19] CAS. 2021. Lebanese 2021 national accounts comments and tables. Beirut. http://www.cas.gov.lb/images/PDFs/National%20Accounts/2021/Comments%20and%20 tables%202021.pdf

[20] Ibidem.

[21] FAO & WFP (World Food Programme). 2024. Special report: 2024 FAO/WFP crop and food security assessment mission (CFSAM) to the Lebanese republic, November 2024. Rome. https://doi.org/10.4060/cd3356en

[22] World Bank. 2024b. Lebanon poverty and equity assessment 2024: Weathering a protracted crisis. Washington, D.C. https://documents1.worldbank.org/curated/en/099052224104516741/pdf/P176651132 5da10a71ab6b1ae97816dd20c.pdf

[23] FAO. 2025. Lebanon: Agricultural damage and loss assessment on the impact of conflict – DIEM-Impact report, October 2023–November 2024. Rome. https://doi.org/10.4060/cd5013en

[24] National Council for Scientific Research–Lebanon (CNRS-L), & Ministry of Environment. (2026). Guiding the Steps Towards a Post-War Recovery of Lebanon’s Natural Ecosystems: Understanding the Stakes and Looking Forward. CNRS-L. https://doi.org/10.22453/CNRS-L.MoE/04.2026

[25] FAO (2025), op. cit.

[26] Ibidem

[27] Ibidem

[28] Eid M., (2023)

[29] The Green Southerners Association was founded in 2013 by Dr. Hisham Younes and obtained its official registration (No. 2314) on November 13, 2014. The association is dedicated to protecting Lebanon’s natural and cultural heritage, particularly in the South.

[30] World Bank Group (2025). Lebanon rapid damage and needs assessment (RDNA). Report. 2025 International Bank for Reconstruction and Development / The World Bank.

[31] Rome Statute, art. 8(2)(b)(iv); Milena Sterio, ‘Crimes Against the Environment, Ecocide, and the International Criminal Court,’ Case Western Reserve Journal of International Law 56(1) (2024): 223–238.)

[32] Ibidem

[33] Southey K. S., (2025) Beyond the ICC Lens: Expanding Transitional Justice to address environmental harm. The International Journal of Transitional Justice, Vol. 00, 2025, 1–19 doi: https://doi.org/10.1093/ijtj/ijaf024

[34] Richter D. E., Blum R., Castleman B., Frank A., Stanton H. G., (2007) Ecocide: a crime against humanity? https://www.academia.edu/1092168/Ecocide_A_Crime_Against_Humanity

[35] Ibidem.

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