L’immigrazione ha sempre costituito un tema caldo della geopolitica statunitense. Fin dalla sua nascita, gli Stati Uniti sono stati un paese composto da e di immigrati e – almeno un tempo – il luogo dove si concentravano i grandi flussi migratori di coloro che cercavano fortuna e realizzazione personale. Ma il fantomatico sogno americano, legato a doppio filo a un’identità storica, fatta di mobilità e melting pot di etnie e culture, esiste ancora? Sentimenti di xenofobia, malcontento socioeconomico, retorica populista e nazionalista e le conseguenti politiche migratorie sempre più restrittive sembrano rinnegare la storia e i principi fondanti del Paese: la terra delle opportunità dove, in teoria, tutti sono creati eguali e possiedono diritti inalienabili – vita, libertà, ricerca della felicità.
L’OUTSOURCING IN CHIAVE ANTI-MIGRATORIA
È in questo contesto instabile che si inseriscono alcune scelte estreme nella gestione dell’immigrazione, come la strategia dell’esternalizzazione, in inglese outsourcing: delegare il controllo migratorio a soggetti terzi, che siano altri Stati o attori privati. Sebbene i paesi occidentali abbiano spesso assunto un approccio conservatore al tema dell’immigrazione, la questione si è ulteriormente polarizzata negli ultimi decenni, con conseguenti risultati elettorali nettamente spostati verso la destra – in alcuni casi anche l’estrema destra – dello spettro politico. Il 29 gennaio 2025, il Neopresidente Donald Trump ha annunciato un’ulteriore stretta nella gestione dell’immigrazione illegale: il trasferimento di circa 30.000 immigrati considerati pericolosi nel centro di detenzione di Guantanamo Bay, base navale statunitense situata a Cuba.[1] Simili deportazioni sono state effettuate anche verso Costa Rica, Panama, El Salvador e Messico.[2] In tutti questi casi, i vantaggi per Washington sono triplici: espulsione verso paesi con cui gli Stati Uniti non hanno accordi di rimpatrio vincolanti, liberazione di spazio nei centri di detenzione statunitensi, chiaro messaggio di deterrenza nei confronti dei migranti illegali.
Questa politica si distacca dal Safe Third Country Agreement, stipulato con il Canada durante il primo mandato di Trump, che concede al governo statunitense il diritto di negare l’accesso nel Paese a quei migranti che avrebbero potuto fare richiesta d’asilo in altri stati incontrati lungo il tragitto verso gli Stati Uniti e considerati ugualmente sicuri: qualcosa di simile, e ugualmente soggetto a polemiche, al Regolamento di Dublino per l’Unione Europa. Nel caso di queste recenti deportazioni, infatti, le persone vengono spedite in altri paesi senza protezioni o garanzie di rimpatrio, condizione che viene considerata da molti un’esplicita violazione dei diritti umani.
L’outsourcing trumpiano si ispira probabilmente ad alcune politiche adottate in Europa negli ultimi anni: già nel 2022 l’allora Primo Ministro britannico Rishi Sunak aveva proposto di inviare i richiedenti asilo in Rwanda, piano cancellato due anni dopo dal nuovo Governo, mentre nel 2024 la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha finalizzato un accordo con l’Albania per raccogliere nella base militare albanese di Gjader gli immigrati in attesa di valutazione della propria domanda di asilo in Italia.
UN PROBLEMA REALE O UN PROBLEMA POLITICO?
In riferimento a questo metodo di gestione del fenomeno dell’immigrazione, spesso si parla di controllo puramente simbolico e strategico. Icentri di detenzione – in Italia vengono comunemente chiamati CPR, Centri di Permanenza per i Rimpatri – non sembrano risolvere il problema, ma piuttosto aggirarlo e delegarlo ad altri spostando la responsabilità altrove, al di fuori dei confini del Paese. Questo porta quindi a chiedersi se esista davvero un problema legato all’immigrazione o se non si tratti meramente di propaganda e ideali politici.
Oggi, gli Stati Uniti ospitano 1/5 di tutti gli immigrati internazionali del mondo (ovvero quelle persone che si sono trasferite stabilmente in un paese diverso da quello in cui sono nate), di cui solo il 15% è composto da persone senza cittadinanza. Di questo 15%, però, il 77% si trova comunque legalmente nel Paese grazie a visti, permessi di soggiorno o Green Card.[3] Il numero degli immigrati illegali è certamente cresciuto nel corso del tempo, ma questa situazione rimane in parte vantaggiosa per il Paese, dato che ci sono interi settori dell’economia statunitense (soprattutto agricoltura, edilizia, ristorazione) che si reggono sull’immigrazione, regolare o irregolare che sia.[4] L’ostilità e il carattere minaccioso del fenomeno si sono sviluppati nella storia recente, in particolare con gli attacchi terroristici dell’11 settembre e con la conseguente radicalizzazione della politica e dell’opinione pubblica, che ha iniziato a percepirlo come un problema di sicurezza e criminalità.
PRESSIONI ESTERNE: L’ASIMMETRIA DEL CONTROLLO STATUNITENSE
Gli accordi migratori degli Stati Uniti con i paesi dell’America Centrale avvengono in un contesto di forte asimmetria geopolitica, dove il primo esercita una forma di soft power mentre i secondi sono spesso costretti ad accettare alcune condizioni sotto pressione economica o influenza diplomatica. L’esternalizzazione, che nasce come politica interna, si converte quindi in uno strumento di controllo territoriale indiretto: Washington modula flussi e confini altrui, così che quella che sembra cooperazione internazionale nasconde in realtà rapporti di dipendenza e subordinazione. Questa pratica di imporre la propria agenda politica sfruttando le debolezze politico-economiche di altri stati ha poi un grande impatto sull’equilibrio geopolitico internazionale, dato che legittima le altre potenze occidentali ad assumere un simile atteggiamento di superiorità.
PRESSIONI INTERNE: IL RUOLO DELL’ICE E IL CASO DI LOS ANGELES
Oltre alle conseguenze internazionali, la gestione dell’immigrazione ha effetti rilevanti anche dentro i confini degli Stati Uniti. Lo scorso giugno, un’ondata di proteste ha attraversato il Paese partendo dalla città di Los Angeles, target principale degli interventi dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement. Quest’agenzia federale, inglobata nel Department of Homeland Security (DHS), ha il compito di far rispettare le leggi sull’immigrazione e le dogane. Con la presidenza Trump, sempre più agenti hanno ricevuto l’ordine di scandagliare alcuni quartieri delle città statunitensi dove notoriamente si concentrano i cosiddetti undocumented immigrants, gli immigrati senza visto né permesso di soggiorno che spesso lavorano illegalmente nel Paese. A fronte di queste mobilitazioni popolari, in parte pacifiche e in parte sfociate in vandalismo e violenza, Trump ha ordinato l’invio di 4000 membri della Guardia Nazionale e 700 Marines nella città californiana.[5] Nella storia degli Stati Uniti, l’ultima e unica volta in cui un Presidente ha schierato la Guardia Nazionale senza il consenso del Governatore dello Stato coinvolto fu nel 1965 – il Presidente era il democratico Lyndon B. Johnson – durante le proteste del Movimento dei Diritti Civili in Alabama, con una differenza importante: nel 1965 la Guardia Nazionale doveva proteggere i manifestanti, nel 2025 il suo obiettivo è stato fermarli.
Questo episodio è uno dei segnali più evidenti di come le politiche migratorie, soprattutto quando delegate o militarizzate, finiscono per generare tensioni e fratture. Il caso statunitense mostra come l’esternalizzazione della frontiera non si esaurisca nei rapporti con paesi terzi: impatta certamente gli equilibri internazionali, ma ha anche effetti sul piano domestico, trasformando i quartieri urbani in spazi di conflitto. L’evoluzione di questo scenario dipenderà in larga misura dalle scelte politiche future, dalla direzione del consenso elettorale e dalla capacità delle istituzioni di gestire il fenomeno dell’immigrazione senza trasformarlo in un fattore di polarizzazione interna e in uno strumento per rafforzare il proprio potere su scala internazionale.
[1] Stevens H.; Outsourcing Immigration: The Rise of Third-Party Immigrant Detention Centers; Spheres of Influence; 2025; https://spheresofinfluence.ca/outsourcing-immigration-the-rise-of-third-party-immigrant-detention-centres/.
[2] Leal N. D.; Trump’s deportation machinery: Asian, African and Russian migrants expelled to Latin America; El País; 2025; https://english.elpais.com/usa/2025-05-10/trumps-deportation-machinery-asian-african-and-russian-migrants-expelled-to-latin-america.html.
[3] Costa, F.; L’immigrazione in America; Canale YouTube Da Costa a Costa; 2025; https://www.youtube.com/watch?v=y8GI91ygD7k.
[4] Ibidem.
[5] Zhuang, Y.; What to Know About the Immigration Protests in Los Angeles; The New York Times; 2025; https://www.nytimes.com/article/la-protests-national-guard-trump.html.

Laureata magistrale con il massimo dei voti in Scienze Politiche, Economiche e Sociali con una tesi comparata sulle politiche di affirmative action negli Stati Uniti e in India. Ha svolto un tirocinio presso il Consolato Generale d’Italia a Boston e attualmente frequenta il Master della Fondazione Italia USA in Leadership per le Relazioni Internazionali e il Made in Italy. Appassionata di politiche migratorie, uguaglianza socioeconomica e parità di genere