La mappa dei flussi e degli scambi energetici sta cambiando a ritmi piuttosto sostenuti negli ultimi anni e l’Asia Centrale sta conquistando un ruolo sempre più da protagonista nella riconfigurazione delle rotte energetiche.
Gli appetiti per le risorse naturali – gas e idrocarburi – e l’idea di forgiare dei canali di approvvigionamento alternativi a quelli funzionanti da decenni nell’area euroasiatica, non si sono fatti largo nella regione centroasiatica solo nei tempi più recenti, ma affondano le loro radici già negli anni Novanta con il progetto del gasdotto TAPI (Turkmenistan – Afghanistan – Pakistan – India). L’infrastruttura prende il nome dalle quattro nazioni che dovrebbe attraversare per garantire il trasporto dell’oro blu dal Turkmenistan fino all’altopiano indiano del Deccan, ma dopo trent’anni dalla sua progettazione solo pochi chilometri di tubazioni sono stati realizzati a causa di conflitti, instabilità politiche e tensioni regionali[1] – ad esempio la guerra tra Pakistan e India – che ne hanno ostacolato la costruzione.
Nonostante le controversie, il piano di portare a termine il gasdotto non è mai tramontato e, al contrario, potrebbe divenire una leva geopolitica da azionare per fare dell’Asia Centrale una piattaforma energetica integrata con il resto del mondo e non una semplice area di transito vulnerabile. Paesi come Kazakistan e Afghanistan si stanno già dando da fare per guadagnarsi lo status di potenze geoenergetiche e il TAPI è solo una tessera del puzzle che intendono comporre, mentre Cina ed Europa rimangono spettatori pronti a studiarne le mosse e a cogliere spiragli di opportunità.
Il Kazakistan: tra vulnerabilità e appetiti geostrategici
Astana è uno degli attori regionali desiderosi di affacciarsi sul palcoscenico centroasiatico vestendo i panni del protagonista e non di un personaggio secondario. A novembre 2025, il ministro degli Esteri kazako, Erlan Akkenzhenov[2], ha annunciato la proposta del suo Governo di aderire al Consorzio TAPI con una quota del 30%. L’obiettivo consiste nel contribuire all’ultimazione dell’opera che da troppi anni fatica a vedere la luce e, in più, ad aprire un canale d’interlocuzione privilegiato con il gigante demografico dell’Asia meridionale: l’India.
Allo stato dell’arte, a spartirsi la torta del gas naturale sono la turkmena Galkynysh Company Pipeline con una partecipazione dell’85%, mentre l’Afghan Gas Enterprise, la Pakistan Inter State Gas Systems Limited e la Gail Limited indiana si dividono il restante 15%[3]. Il Governo di Astana è ancora in attesa del via libera all’ingresso nell’odierno quartetto, ma il suo coinvolgimento comporterebbe nuovi investimenti e capitali, nonché una maggiore stabilità visti gli scossoni politici e bellici che affliggono l’Afghanistan, il Pakistan e l’India.
Il finanziamento dei lavori del TAPI, consentirebbe al Kazakistan di aprire un varco verso la sponda sud del continente asiatico, dopo che i volumi d’affari con l’Estremo Oriente accrescono enormemente. Il petrolio kazako fluisce in grandi quantità in direzione della Cina per il tramite di un robusto apparato infrastrutturale che, da gennaio a settembre del 2025, ha consentito il trasporto di più di 14 milioni di tonnellate di oro nero[4]. Non è tutto. Il Kazakistan, a novembre del 2025, ha dovuto fare i conti con i danni ingenti causati all’oleodotto Caspian Pipeline Consortium (CPC) nel porto russo di Novorossiysk a seguito di un attacco ucraino. Le conseguenze logistiche e gli introiti economici non hanno tardato a farsi sentire e Astana si è trovata costretta a convogliare il suo greggio non più verso l’Europa – terminale principale dell’infrastruttura – ma oltre la Muraglia. Alla base di tale scelta c’è la messa in gioco dell’oleodotto Atasu- Alashankou – struttura utilizzata per il transito del petrolio russo verso la Cina via Astna – mediante cui i kazaki potrebbero fare fluire circa 50 mila tonnellate di petrolio[5] oltre la Grande Muraglia, al fine di compensare le perdite causate dai danni riportati al CPC. Un’occasione per stringere legami più stretti col Dragone cinese.
Afghanistan: l’energia come leva di legittimazione politica
Lo sfruttamento e la commercializzazione delle risorse minerarie e idrocarburiche sono per il Governo di Kabul un’occasione non solo per fare affari, ma anche per godere di pari dignità politica al cospetto delle potenze globali. Dopo il ritorno al potere dei talebani, tra l’Afghanistan e il resto del mondo è calato il gelo, ma piccoli segnali di tepore diplomatico sono giunti da Russia e Cina che, per prime, hanno teso la mano a Kabul. I partenariati che hanno aperto il sipario delle relazioni commerciali, però, sono quelli a cui i talebani hanno dato forma insieme a tre nazioni oggigiorno molto influenti nella regione centroasiatica e mediorientale: il Turkmenistan, l’Uzbekistan e l’Arabia Saudita.
La sintonia con i turkmeni nasce lungo le tubazioni del suddetto gasdotto TAPI. A differenza degli altri Paesi partecipanti al progetto, Ashgabat è quella che ci ha creduto di più e ha provveduto alla costruzione di un tratto dell’opera entro i suoi confini nazionali, ma non ha intenzione di rinunciare al sogno di vedere l’infrastruttura ultimata. L’esecutivo turkmeno si è detto disponibile a collaborare con le autorità afghane per estendere il TAPI fino alla città di Herat[6], dopo alcune reticenze iniziali a seguito della presa del potere da parte dei talebani.
Seguendo la scia di quanto accordato tra turkmeni e afghani, i sauditi desiderano anch’essi partecipare alle dinamiche economiche dell’Asia Centrale. Il ministro talebano delle Miniere e del Petrolio, Mullah Hidayatullah Badri, ha firmato nell’ottobre del 2024 un memorandum d’intesa con l’amministratore delegato della Saudi Delta International Company, Ali Saeed Al-Khayar[7], grazie a cui saranno destinati know-how tecnico e ingenti risorse finanziarie alla realizzazione del TAPI. Il memorandum prevede altresì il contributo all’estrazione di oro blu e nero dal sottosuolo afghano.
L’Uzbekistan è anch’esso interessato a stringere accordi con l’Afghanistan in nome delle forniture di gas. Kabul e Tashkent hanno annunciato una partnership implicante lo sfruttamento dei giacimenti di combustibili fossili nei territori afghani di Jawzjan e Faryab per i prossimi 25 anni con un piano di investimento pari a 100 milioni di dollari l’anno[8]. Le risorse dovrebbero essere estratte tra le montagne afghane per poi essere trasferite in Uzbekistan ai fini della lavorazione e successivamente fare ritorno a Kabul per soddisfare il fabbisogno energetico domestico e destinarne parte alle esportazioni verso il Sud dell’Asia.
Un quadro simile è foriero di grandi opportunità per l’Afghanistan, poiché la somma dei tanti progetti in cantiere genererà, in prospettiva, tanti posti di lavoro, l’attrazione di capitali stranieri e uno sviluppo economico tale da consentire dei passi in avanti per la comunità e la società di quella terra.
Chi sta alla finestra: Cina ed Europa
Le dinamiche in atto in Asia Centrale hanno conseguenze rilevanti sia per l’Europa sia per la Cina, seppur in direzioni differenti. Pechino, grazie all’afflusso sempre più crescente di petrolio dal Kazakistan, ha potenzialmente un varco tramite cui estendere la propria sfera d’influenza in nome della Nuova Via della Seta, iniziativa geostrategica volta a connettere l’economia cinese all’Eurasia e a parte dell’Africa attraverso l’espansione di una rete infrastrutturale composta da porti, aeroporti e ferrovie.
L’Europa, al contrario, potrebbe fare fronte a una situazione più complessa. Il ridimensionamento dei flussi kazaki verso il Mediterraneo, a causa dei danni riportati dal Caspian Pipeline Consortium e della predilizione dei rapporti sempre più stretti con il Dragone, costerebbe più dell’11% delle importazioni di greggio al Vecchio Continente[9]. Un dato simile pone necessariamente all’Europa l’interrogativo relativo a quale postura tenere nei confronti di una regione che sarà sempre più dirimente per il traffico energetico nei prossimi decenni.
La maggior parte delle nazioni centroasiatiche sono consapevoli che il futuro del mondo passa dallo sfruttamento sapiente e oculato delle risorse naturali e, per questo, vogliono essere della partita superando persino vecchi ostacoli come la mancata realizzazione del gasdotto TAPI. Spetta al resto del mondo, a partire da Cina ed Europa, capire come confrontarsi.
[1] Syed Fazel-e-Haider; TAPI Pipeline to Remain Failure Without India and Pakistan’s Participation; Jamestown; 2025 https://jamestown.org/tapi-pipeline-to-remain-failure-without-india-and-pakistans-participation/
[2] Vladimir Afasaniev; Kazakhstan reiterates support for Turkmen gas pipeline link to India; Upstream; 2025
[3] Regional Economic Cooperation Conference on Afghanistan; TAPI Pipeline; Ministry of Foreign Affairs of Afghanistan
https://recca.mfa.gov.af/tapi-pipeline/
[4] Kazakhstan-China pipeline system fuels rise in oil transport; Trend News Agency; 2025
https://www.trend.az/casia/kazakhstan/4107606.html
[5] Assel Satubaldina; Kazakhstan Keeps Oil Exports Flowing After CPC Terminal Attack; The Astana Times; 2025
https://astanatimes.com/2025/12/kazakhstan-keeps-oil-exports-flowing-after-cpc-terminal-attack
[6] Turkmenistan and Afghanistan tout modest TAPI pipeline progress; Eurasianet; 2025
https://eurasianet.org/turkmenistan-and-afghanistan-tout-modest-tapi-pipeline-progress
[7] Saudi Arabian Firm Keen To Invest In Afghanistan’s Oil, Gas Sectors; MENAFN; 2025; 2025
https://menafn.com/1110239385/Saudi-Arabian-Firm-Keen-To-Invest-In-Afghanistans-Oil-Gas-Sectors
[8] Teymur Atayev, Tuti-Maidan Gas Project Signals New Era of Uzbekistan-Afghanistan Cooperation; The Caspian Post; 2025
[9] Oil exports via Caspian pipeline down 12% in November m/m, sources say; Boe Report; 2025

