Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 hanno prodotto un risultato che, fino a pochi mesi fa, sarebbe apparso quasi impensabile. Dopo sedici anni di dominio politico, Viktor Orbán è stato sconfitto da Tisza, il partito guidato da Péter Magyar, formazione conservatrice e dichiaratamente pro-europea nata da una frattura interna allo stesso Fidesz. Il dato elettorale è netto: Tisza ha ottenuto 141 seggi su 199, conquistando una maggioranza superiore ai due terzi, mentre Fidesz è crollato a 52 seggi e l’estrema destra di Mi Hazánk si è fermata a 6.[1] Quella di Orbán non è dunque una semplice sconfitta elettorale dettata dall’alternanza politica, ma la fine di un vero e proprio sistema di potere, discusso per i suoi tratti illiberali e soprattutto divenuto, negli ultimi anni, il principale punto di frizione interno all’Unione Europea.
Sarebbe tuttavia un errore politico significativo ritenere che questo cambio di governo si traduca automaticamente nel ritorno dell’Ungheria a una democrazia liberale pienamente funzionante secondo il modello occidentale. Allo stesso modo, sarebbe ingenuo pensare che la fine dell’era Orbán comporti l’immediato superamento delle posizioni che, negli ultimi anni, hanno diviso e rallentato l’Unione Europea su moltissimi dossiers. Piuttosto, il voto apre una nuova fase politica complessa, nella quale Budapest potrà provare a ricostruire lo Stato di diritto progressivamente indebolito negli ultimi anni. Per Bruxelles, allo stesso tempo, si tratta di un’occasione per adottare i correttivi necessari a ridurre quella vulnerabilità istituzionale emersa con evidenza durante l’esperienza orbaniana. Perché il problema non era soltanto Orbán, era anche la struttura stessa dell’Unione europea, incapace di impedire che un singolo Stato membro potesse trasformarsi, per anni, in un attore ostile dall’interno, bloccando o rallentando l’intero processo decisionale.
Un voto contro il sistema, non una rivoluzione liberale
Appare chiaro che la vittoria di Magyar nasce da una combinazione di fattori politici, economici e sociali. Dopo anni di concentrazione del potere, controllo mediatico e uso clientelare delle risorse pubbliche, una parte crescente dell’elettorato ungherese ha iniziato a percepire il sistema Orbán non più come garanzia di stabilità, ma come un ostacolo alla modernizzazione del Paese. Jacob Funk Kirkegaard ha sottolineato come la campagna di Tisza si sia concentrata su due messaggi principali: la corruzione del sistema e la debole performance economica dell’Ungheria negli ultimi anni.[2] È stata una scelta efficace perché ha spostato il terreno dello scontro dalla guerra “culturale”, tradizionalmente favorevole a Fidesz, alla gestione concreta del potere e delle risorse economiche.
Ed è proprio questo aspetto ad essere fondamentale.
Magyar non ha vinto presentandosi come leader progressista o come interprete di un liberalismo cosmopolita in stile pienamente occidentale, ha vinto parlando il linguaggio di una destra conservatrice, nazionale e patriottica, ma non sistematicamente anti-europea. Il nuovo Parlamento ungherese resterà, almeno formalmente, uno dei più spostati a destra d’Europa. La vera forza di Magyar è stata tuttavia la capacità di convincere anche settori dell’elettorato inizialmente scettici, comprese sensibilità liberali, centriste e di centro-sinistra, che hanno visto in lui l’unico strumento realmente efficace per rimuovere Orbán.
Si tratta dunque di una vittoria netta, ma sostenuta da una composizione interna molto variegata. Questa eterogeneità rende Magyar forte sul piano istituzionale, grazie alla maggioranza parlamentare, ma potenzialmente più fragile sul piano politico. Per Bruxelles ciò significa che l’Ungheria post-Orbán sarà con ogni probabilità un partner molto più affidabile, ma non diventerà automaticamente un Paese allineato su ogni singolo dossier europeo.
Rivoluzionare l’Ungheria: il confine tra ambizione e realtà
La grande maggioranza dei due terzi offre a Magyar la possibilità di intervenire sulle fondamenta giuridiche costruite da Fidesz. Il nuovo governo potrà modificare leggi cardine del sistema, riformare l’assetto istituzionale, intervenire sulla legge elettorale e correggere molte delle distorsioni accumulate in sedici anni. Tuttavia, l’eredità di Orbán è molto più profonda. Non consiste soltanto in una serie di norme, ma in una rete di potere enormemente radicata nella magistratura, nella procura, nella Corte costituzionale, nell’autorità dei media, nelle fondazioni pubbliche, nell’economia nazionale e nella pubblica amministrazione.[3]
Magyar avrà quindi un compito estremamente delicato, ovvero quello di smantellare l’illiberalismo senza ricorrere a strumenti illiberali.
È qui che l’esperienza della Polonia diventa un precedente utile, ma anche un monito. Dopo la vittoria di Donald Tusk, Bruxelles ha scelto di accompagnare il percorso di riforma del nuovo governo polacco, ma le difficoltà incontrate hanno reso la Commissione più prudente. Nel caso ungherese, la logica che sembra prevalere è quella di sostenere una ricostruzione verificabile dello Stato di diritto.
Prospettive nelle relazioni con Bruxelles
Il primo banco di prova sarà finanziario e istituzionale allo stesso tempo. Attualmente circa 17 miliardi di euro di fondi europei destinati all’Ungheria restano congelati per questioni legate allo Stato di diritto, alla corruzione e all’indipendenza giudiziaria.[4] Per Magyar, sbloccarli sarà essenziale. Rappresenterà il primo passo per riavviare un’economia che arriva alla transizione appesantita da stagnazione, deficit elevato, servizi pubblici sottofinanziati e sfiducia degli investitori.
I mercati hanno reagito positivamente al voto, con un rafforzamento della moneta ungherese e un rialzo della Borsa di Budapest, segnale che gli investitori leggono la fine di Orbán come una riduzione del rischio politico.[5] Tuttavia, il denaro europeo non potrà trasformarsi in un semplice premio elettorale. L’iter più efficace dovrebbe essere quello di uno sblocco progressivo delle risorse, parallelo a riforme verificabili. In questo modo si eviterebbe sia di aprire immediatamente i rubinetti senza garanzie sufficienti sia di “soffocare” una transizione democratica nella sua fase iniziale.[6]
Questione ucraina: la fine del veto come primo effetto geopolitico
Il cambiamento più immediato e importante riguarda inevitabilmente l’Ucraina. Per anni Orbán ha bloccato, rallentato o indebolito decisioni europee su aiuti militari, sanzioni contro Mosca e prospettiva di adesione di Kyiv. Lo scorso 23 aprile, pochi giorni dopo il voto, l’Unione Europea ha formalmente approvato il prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina e il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, dopo la rimozione del veto ungherese.[7] Il prestito coprirà una parte rilevante delle necessità finanziarie ucraine per il 2026 e il 2027, ma non solo.
Si tratta di un passaggio rilevante non solo per Kyiv, ma per l’intera credibilità geopolitica dell’Unione Europea. La guerra in Ucraina ha dimostrato che la capacità europea di agire dipende ancora troppo spesso dalla volontà dei singoli Stati membri. La caduta di Orbán rimuove l’ostacolo più visibile, ma non elimina la fragilità del sistema decisionale europeo, che appare ormai necessariamente da rivedere. In questo senso, il post-Orbán mette Bruxelles davanti a una domanda scomoda, che in realtà aleggia da molto tempo: l’Unione vuole davvero continuare a fondare la propria politica estera sull’unanimità, sapendo che un solo governo può paralizzare decisioni strategiche in situazioni di emergenza?
Allargamento: una finestra per Ucraina e Moldavia
La sconfitta di Orbán riapre anche il dossier dell’allargamento. Ucraina e Moldavia, candidate dal 2022, hanno visto il proprio percorso rallentato anche dalla resistenza ungherese all’apertura dei negoziati. Nel comunicato congiunto del 23 aprile, António Costa, Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky hanno chiesto l’apertura senza ritardi dei negoziati, riconoscendo i progressi compiuti da Kyiv.[8] La questione, come già emerso negli ultimi mesi, non è più meramente tecnica.
L’allargamento è ormai parte della risposta strategica europea alla Russia (per approfondirne il perchè, vedi anche https://centrostudicasi.com/perche-lue-ha-di-nuovo-bisogno-dellenlargement-il-futuro-e-la-sicurezza-europea-passano-dalle-nuove-adesioni/ ). Eppure, proprio il caso ungherese obbliga a una riflessione più severa e ampia. Se l’UE vuole allargarsi, deve dotarsi di strumenti più robusti per impedire nuove forme di arretramento democratico dopo l’adesione. L’errore degli anni Duemila è stato pensare che l’ingresso nell’Unione avrebbe reso irreversibile la democratizzazione. Orbán ha dimostrato il contrario. Per questo il futuro allargamento dovrà essere accompagnato da meccanismi permanenti di condizionalità, controlli più incisivi sull’uso dei fondi e, soprattutto, da una riforma delle regole decisionali. Un’Unione a trentacinque membri non potrà funzionare con le stesse logiche di veto dell’Unione a ventisette.
Crisi energetica e dipendenza da Mosca: una transizione graduale
Magyar promette di ridurre la dipendenza energetica da Mosca, ma chiaramente, non potrà farlo rapidamente. L’Ungheria resta legata al petrolio russo tramite l’oleodotto Druzhba e al progetto nucleare Paks II, assegnato alla russa Rosatom. Dopo il voto, Magyar ha chiesto all’Ucraina di ripristinare al più presto il funzionamento di Druzhba e ha indicato l’intenzione di rivalutare costi e condizioni del progetto Paks II.[9]
Questo mostra il limite strutturale del cambiamento. L’Ungheria può smettere di essere il cavallo di Troia politico di Mosca nell’UE, ma non può uscire in pochi mesi da una dipendenza energetica costruita e rafforzata negli anni. Per Bruxelles sarà quindi fondamentale distinguere tra pragmatismo e ambiguità. Il nuovo governo potrà chiedere tempi realistici per la diversificazione, ma dovrà dimostrare una direzione politica chiara. E Bruxelles adesso avrà il compito di ridurre progressivamente la vulnerabilità energetica verso la Russia e riportare Budapest dentro una disciplina strategica europea condivisa.
Migrazione e diritti, nuove frizioni?
Tisza manterrà, comunque, una linea rigida sull’immigrazione irregolare, difendendo il confine meridionale e respingendo parti del Patto europeo sulla migrazione.[10] Inoltre, sul tema dei diritti, la Corte di giustizia dell’UE ha stabilito il 21 aprile, che la legge ungherese del 2021 contro i contenuti LGBTIQ viola il diritto europeo e i valori dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea. [11] Questo obbligherà Magyar a scegliere se limitarsi a un riallineamento diplomatico con Bruxelles o se affrontare immediatamente anche i nodi più sensibili della politica interna ungherese.
La vera prova sarà quindi politica prima ancora che giuridica. Magyar dovrà tenere insieme un elettorato composito, una maggioranza parlamentare ampia ma comunque inesperta, aspettative sociali enormi e una destra fidesziana ancora radicata nel Paese. Il rischio di di disillusione sarà elevato e dietro l’angolo.
Un’Unione più forte? La fine di Orbán sembra non bastare
La sconfitta di Orbán è una vittoria per l’Ungheria e un importante sollievo strategico per l’Europa, ma non deve diventare un alibi per non affrontare i problemi strutturali dell’Unione. L’UE ha scoperto, in questi anni, di poter essere bloccata facilemente dall’interno su questioni cruciali come guerra, sanzioni, fondi, allargamento e Stato di diritto. Oggi quel blocco sembra essersi allentato, ma la vulnerabilità resta. Se Bruxelles utilizzerà questa finestra per rafforzare la condizionalità, ridurre il potere paralizzante dell’unanimità e costruire una vera strategia di difesa dello Stato di diritto, allora il voto ungherese potrà segnare un cambio di fase europeo. Se invece si limiterà a celebrare la fine di Orbán, sarà soltanto questione di tempo prima che le medesime condizioni si ripresentino altrove.
Perché, in fondo, il post-Orbán non riguarda soltanto Budapest. Riguarda la capacità dell’Europa di trasformare una crisi interna in un vero e proprio apprendimento istituzionale. L’Ungheria può tornare a essere un membro affidabile dell’Unione. Ma l’Unione, per diventare davvero geopolitica e leader globale, deve imparare a non dipendere più dalla caduta elettorale dei propri sabotatori.
[1] Szakacs G., “Magyar’s parliamentary majority in Hungary increases after final count”, Reuters, 18 April 2026. Reuters.
[2] Kirkegaard J. F., “What Orban’s ouster in Hungary means for Europe”, Peterson Institute for International Economics, 21 April 2026. PIIE.
[3] Csaky Z., “What Orbán’s departure means for Hungary and for Europe”, Centre for European Reform, 14 April 2026. Centre for European Reform.
[4] European Commission, “Commission statement on technical meetings with the incoming Hungarian administration”, 2026. European Commission.
[5] Credendo, “Hungary: Post-Orbán era suggests political reset, market optimism and EU re-engagement”, 24 April 2026. Credendo.
[6] Maurice E., “Hungary after Orbán?: The case for phased rule-of-law conditionality”, European Policy Centre, 8 April 2026. EPC.
[7] Gray A. and Kambas M., “EU formally approves Ukraine loan and 20th sanctions package against Russia”, Reuters, 23 April 2026. Reuters.
[8] Costa A., von der Leyen U. and Zelenskyy V., “Joint Statement”, European Council, 23 April 2026. Consilium.
[9] Reuters, “Hungary’s Magyar calls on Ukraine to restart Druzhba as soon as possible”, 20 April 2026. Reuters.
[10] Kirkegaard J. F., “What Orban’s ouster in Hungary means for Europe”, Peterson Institute for International Economics, 21 April 2026. PIIE.
[11] Csaky Z., “What Orbán’s departure means for Hungary and for Europe”, Centre for European Reform, 14 April 2026. Centre for European Reform.

Laureato con il massimo dei voti in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli e in Studi dell’Unione Europea presso il Salzburg Centre of Excellence for EU Studies. Ha svolto tirocini presso l’Ambasciata d’Italia in Tanzania, il Parlamento Europeo e l’Istituto delle Regioni d’Europa, approfondendo temi legati alla governance dell’UE, alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile. Appassionato di affari europei, geopolitica e relazioni euro-africane.

