Dalla scarsità alla strategia: il dilemma idrico israeliano
In Medio Oriente, dove la scarsità idrica rappresenta da decenni una delle principali fonti di vulnerabilità strategica[1], Israele costituisce un’eccezione di rilievo. In un contesto regionale segnato da desertificazione, crescita demografica, instabilità politica e competizione per l’accesso ai bacini transfrontalieri[2], lo Stato ebraico è riuscito a trasformare un limite strutturale in una leva di resilienza nazionale e di influenza geopolitica.[3] La sua forza non deriva soltanto dalla capacità di produrre acqua, ma dall’avere costruito, nel tempo, un sistema integrato fondato su infrastrutture, innovazione tecnologica, riciclo delle risorse e diplomazia regionale.
Il caso israeliano acquista ancora più significato se inserito nel quadro più ampio del Medio Oriente e del Nord Africa, una delle aree più vulnerabili al mondo sotto il profilo idrico.[4] I Paesi della regione ospitano circa il 5% della popolazione mondiale ma dispongono soltanto dell’1% delle risorse idriche rinnovabili.[5] A ciò si aggiungono l’aumento delle temperature, la riduzione delle precipitazioni e una crescita demografica che continua ad aggravare lo squilibrio tra domanda e offerta.[6] In questo contesto, l’acqua non è soltanto una risorsa naturale: è una questione di sicurezza, di stabilità interna e di equilibrio tra Stati. Non è un caso che molti dei principali fiumi della regione, dal Nilo al Tigri-Eufrate fino al Giordano, siano bacini transfrontalieri, la cui gestione incide direttamente sulle relazioni bilaterali e multilaterali dell’area.[7]
La questione idrica, del resto, non è emersa in una fase successiva della storia israeliana, ma ha accompagnato il progetto statale fin dalle sue origini.[8] Già nel 1902, il giornalista Theodor Herzl aveva individuato nel controllo dell’acqua una condizione necessaria per la sopravvivenza del futuro Stato ebraico, ipotizzando l’utilizzo del fiume Giordano per sostenere lo sviluppo agricolo e umano dell’allora Palestina ottomana.[9] Il cosiddetto Water Supply Dilemma precede quindi la nascita di Israele e si lega strettamente alla visione strategica dei suoi futuri dirigenti. A rendere il problema ancora più urgente fu anche l’aumento della popolazione ebraica nell’area, accelerato dall’Aliyah, ossia dai flussi migratori ebraici verso la Palestina, che già nella fase pre-statale resero l’acqua una priorità assoluta.[10]
Costruire la resilienza: infrastrutture e crescita demografica
È in questo quadro che nel 1937 nacque l’agenzia Mekorot, destinata a diventare la compagnia idrica nazionale israeliana e il principale attore della gestione dell’acqua nel Paese.[11] Ancora oggi Mekorot rappresenta il cuore del sistema idrico israeliano e mantiene anche un profilo internazionale rilevante, grazie alla sua esperienza nella desalinizzazione, nella potabilizzazione e nella costruzione di infrastrutture di approvvigionamento.[12] La sua centralità fu decisiva nella realizzazione del National Water Carrier, completato nel 1964, grande infrastruttura concepita per trasferire acqua dal Lago di Tiberiade verso il centro e il sud del Paese.[13] Quel sistema costituì una svolta fondamentale nella costruzione della resilienza israeliana, ma rese anche evidente che la sicurezza idrica non poteva dipendere da una sola fonte o da una sola infrastruttura.
Il problema, infatti, non era statico. Israele ha continuato a registrare una crescita demografica molto elevata, intorno al 2% annuo, una delle più alte del mondo sviluppato.[14] Secondo diverse proiezioni, nei prossimi decenni la popolazione potrebbe avvicinarsi ai 17,6 milioni di abitanti, quasi il doppio di quella attuale.[15] A questa dinamica si accompagna una progressiva urbanizzazione, con un aumento del fabbisogno idrico per uso civile, industriale e infrastrutturale. In parallelo, il cambiamento climatico minaccia di ridurre ulteriormente la disponibilità di acqua in natura.[16] In altri termini, per Israele la scarsità non è mai stata solo una condizione geografica, ma una pressione crescente che ha imposto una risposta politica, tecnica e strategica di lungo periodo.
Efficienza, riciclo e innovazione: il modello tecnologico israeliano
La risposta israeliana si è articolata su più livelli. Uno dei primi e più importanti è stato il radicale aumento dell’efficienza nell’uso dell’acqua, soprattutto in agricoltura. In questo senso, l’innovazione più celebre è stata l’irrigazione a goccia, sviluppata da Simcha e Yeshayahu Blass a partire dal 1959 e successivamente industrializzata con la fondazione di Netafim nel 1965.[17] Questa tecnica ha permesso di ridurre drasticamente il consumo idrico in un settore che tradizionalmente assorbe la quota maggiore delle risorse disponibili.[18] Oggi circa il 75% dei terreni agricoli israeliani utilizza sistemi di irrigazione a goccia, contro una media mondiale che resta attorno al 5%.[19] Israele ha così compreso molto presto che la sicurezza idrica non si costruisce solo aumentando l’offerta, ma anche riducendo la domanda in modo intelligente.
A questa prima rivoluzione se ne è aggiunta un’altra, altrettanto decisiva: il riciclo delle acque reflue. A partire dagli anni Ottanta, Israele ha sviluppato un sistema sempre più avanzato di trattamento e riutilizzo delle acque, con l’obiettivo di destinare all’agricoltura risorse che in precedenza venivano considerate inutilizzabili, senza sottrarre acqua all’approvvigionamento civile.[20] Il risultato è straordinario: Israele ricicla oggi circa il 90% delle acque reflue, con l’obiettivo di avvicinarsi al 95%, un dato senza eguali al mondo.[21] Il confronto più citato è quello con la Spagna, che pure rappresenta uno dei casi più avanzati in Europa, ma si ferma attorno al 17%.[22]
L’impianto di Shafdan rappresenta uno dei simboli di questo modello. Con un afflusso giornaliero di circa 470.000 metri cubi di acque reflue grezze, esso fornisce ogni anno circa 140 milioni di metri cubi di acqua recuperata, utilizzata in gran parte per irrigare le fattorie del Negev.[23] Più del 60% dell’agricoltura di quell’area dipende direttamente da questa struttura.[24] A ciò si aggiungono i serbatoi costruiti dal KKL-JNF, che immagazzinano acque trattate e aggiungono centinaia di milioni di metri cubi alle riserve idriche del Paese, oltre a sistemi di fitodepurazione e biofiltri.[25] Il vero vantaggio comparato israeliano non risiede quindi soltanto nella produzione di nuova acqua, ma nella capacità di chiudere il ciclo idrico e trasformare lo scarto in risorsa.
La rivoluzione della desalinizzazione e il confronto con il Golfo
Il terzo pilastro del modello è la desalinizzazione, che ha consentito a Israele di abbattere il rischio strutturale di scarsità idrica, pur introducendo nuove vulnerabilità legate alla dipendenza infrastrutturale ed energetica. Il programma moderno di desalinizzazione, basato soprattutto sull’osmosi inversa, venne avviato alla fine degli anni Novanta.[26] Da quel momento Israele ha costruito lungo la costa mediterranea una rete di impianti che costituisce uno dei sistemi più avanzati al mondo: Ashkelon produce circa 118-120 milioni di metri cubi annui, Palmachim 90-100, Hadera 127, Sorek 150 e Ashdod 100.[27] Complessivamente, questa infrastruttura ha permesso al Paese di produrre circa il 20% di acqua in più rispetto al proprio fabbisogno.[28] L’obiettivo strategico perseguito da Tel Aviv è ancora più ambizioso: coprire fino al 90% del consumo municipale e industriale attraverso acqua desalinizzata.[29]
La differenza tra il modello israeliano e quello di altre realtà regionali, in particolare delle monarchie del Golfo, è significativa. Anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito enormemente nella desalinizzazione, ma seguendo una logica fondata soprattutto sulla scala industriale.[30] I loro impianti sono spesso più grandi, ma anche più energivori e più impattanti dal punto di vista ambientale, sia per il largo uso di combustibili fossili sia per la gestione della salamoia e delle emissioni di CO2.[31] Israele, invece, ha privilegiato una via diversa, impianti meno orientati alla scala e più all’efficienza tecnologica, basati su membrane avanzate, sistemi di recupero energetico e una crescente integrazione con fonti rinnovabili.[32] In altre parole, mentre il Golfo ha puntato sulla potenza industriale, Israele ha costruito un modello più raffinato e sistemico, fondato sull’efficienza tecnologica e sulla complementarità tra desalinizzazione, riciclo e risparmio idrico.
Limiti ecologici e gestione delle crisi: il Lago di Tiberiade e il Mar Morto
Naturalmente, il modello israeliano non è privo di limiti e criticità. Uno dei casi più emblematici riguarda il Lago di Tiberiade, che tra il 2010 e il 2015, durante una fase di siccità nella regione, si avvicinò pericolosamente alla cosiddetta “linea nera”, oltre la quale il rischio di infiltrazione salina avrebbe compromesso seriamente l’ecosistema lacustre.[33] Per rispondere a questa crisi, Israele mise in campo una soluzione radicale: il pompaggio di acqua desalinizzata nel lago attraverso una conduttura collegata al sistema nazionale.[34] La misura suscitò critiche da parte di alcuni esperti, preoccupati per i possibili effetti biologici dell’acqua desalinizzata sull’equilibrio naturale del bacino.[35] Tuttavia, per altri studiosi la priorità restava la sopravvivenza stessa del lago. Il caso dimostra bene il tratto distintivo dell’approccio israeliano: fortemente pragmatico, orientato alla resilienza, disposto ad accettare compromessi ecologici limitati pur di evitare il collasso della risorsa.
Anche il Mar Morto pone dilemmi analoghi, benché più complessi. Il suo livello continua a ridursi in modo costante, di circa un metro all’anno[36], e le ipotesi di intervento, incluso il collegamento con altre fonti d’acqua, incontrano enormi difficoltà tecniche, ecologiche e geopolitiche.[37] Se il Lago di Tiberiade mostra la capacità di intervento del sistema israeliano, il Mar Morto ricorda invece che esistono limiti oltre i quali anche la tecnologia incontra ostacoli strutturali.
L’ecosistema hi-tech dell’acqua
La forza israeliana nel settore idrico non si esaurisce tuttavia nelle grandi opere pubbliche. Attorno a Mekorot, Netafim, Shafdan e agli impianti di desalinizzazione si è sviluppato un intero ecosistema hi-tech dedicato all’acqua.[38] Secondo varie stime, Israele ospita circa 250 aziende attive in questo campo, molte delle quali startup specializzate nel trattamento delle acque reflue, nel monitoraggio della qualità dell’acqua, nell’irrigazione di precisione e nella rilevazione delle perdite.[39] Tra queste spicca Asterra, che utilizza dati satellitari e algoritmi avanzati per individuare perdite sotterranee nelle reti idriche e localizzare risorse underground.[40] Un’altra realtà interessante è Tal-Ya, che ha sviluppato sistemi capaci di raccogliere e condensare la rugiada per uso agricolo.[41] Queste imprese confermano che il vantaggio israeliano non risiede soltanto nelle infrastrutture, ma nella capacità di trasformare la scarsità in un motore permanente di innovazione tecnologica.
Idro-diplomazia e interdipendenza regionale: il caso Giordania
La differenza tra Israele e Giordania non può essere ricondotta unicamente a una diversa gestione politica della risorsa idrica, ma riflette anche condizioni strutturali asimmetriche. Pur condividendo una simile esposizione alla siccità regionale, la Giordania dispone di una dotazione più limitata di risorse idriche naturali, con falde acquifere relativamente ridotte e un unico accesso al Mar Rosso nell’area di Aqaba. Questo elemento limita le possibilità di sviluppo di infrastrutture di desalinizzazione su larga scala rispetto al modello israeliano. A ciò si aggiunge una minore capacità di investimento tecnologico e infrastrutturale nel settore idrico, che incide sulla possibilità di sviluppare soluzioni autonome nel lungo periodo.
In questo senso, la maggiore dipendenza della Giordania da fonti idriche esterne non è soltanto il risultato di scelte politiche differenti, ma anche l’esito di vincoli geografici ed economici che ne condizionano le opzioni strategiche.
La disponibilità di uno stock idrico relativamente sicuro produce inoltre effetti strategici che vanno ben oltre la sfera interna. In una regione caratterizzata da diffuse condizioni di stress idrico, il surplus israeliano può essere utilizzato come leva negoziale e strumento di influenza. È in questo contesto che si sviluppa la dimensione dell’idro-diplomazia.
Il caso più significativo è rappresentato dal rapporto con la Giordania, uno dei Paesi più esposti alla scarsità idrica a livello globale, con una disponibilità pro capite inferiore alla soglia di scarsità assoluta individuata dalle Nazioni Unite.[42] L’afflusso di rifugiati, la crescita urbana, l’esaurimento delle falde e la limitata capacità tecnologica nazionale hanno accentuato la dipendenza del Regno hashemita da risorse esterne e da forme di cooperazione regionale.[43]
Israele, al contrario, ha trasformato la scarsità in autonomia strategica. Questa divergenza emerge con chiarezza nella cooperazione idrica tra i due Paesi. Già il trattato di pace del 1994 attribuì all’acqua un ruolo centrale nella stabilizzazione bilaterale.[44] Più recentemente, si è rafforzata la logica dello scambio acqua-energia, rilanciata anche attraverso il cosiddetto Project Prosperity: Israele fornirebbe acqua desalinizzata alla Giordania, mentre quest’ultima esporterebbe energia solare prodotta nel proprio territorio.[45] Il coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti nella componente finanziaria del progetto ne conferma la portata regionale.[46] In questo schema, l’acqua cessa di essere un fattore di mera contesa e si trasforma in architettura di interdipendenza strategica.
Acqua e conflitto: la dimensione israelo-palestinese
La dimensione idrica assume un rilievo strategico altrettanto significativo anche nel contesto israelo-palestinese, dove l’accesso e la gestione delle risorse rappresentano da decenni uno dei nodi più sensibili del conflitto. Gli Accordi di Oslo del 1995 avevano previsto la creazione di un Joint Water Committee, con l’obiettivo di garantire una gestione congiunta delle risorse idriche in Cisgiordania.[47] In teoria, tale meccanismo avrebbe dovuto favorire cooperazione tecnica e distribuzione equa; nella pratica, tuttavia, esso si è sviluppato all’interno di un quadro caratterizzato da forti asimmetrie politiche, infrastrutturali e tecnologiche.[48]
Numerose ONG e agenzie internazionali, tra cui alcune istituzioni delle Nazioni Unite, hanno tuttavia sollevato critiche nei confronti della gestione delle risorse idriche nei territori palestinesi. In particolare, Mekorot e le autorità israeliane sono state accusate di esercitare un controllo sproporzionato sugli acquiferi della Cisgiordania, limitando l’accesso alle risorse da parte della popolazione palestinese e contribuendo a una distribuzione fortemente asimmetrica dell’acqua. Alcune analisi sostengono inoltre che lo sfruttamento intensivo di determinate falde abbia inciso sulla loro sostenibilità nel lungo periodo.[49]
Israele mantiene il controllo di gran parte delle risorse idriche, in particolare degli acquiferi montani, mentre i territori palestinesi restano fortemente dipendenti sia da infrastrutture israeliane sia da autorizzazioni amministrative per lo sviluppo di nuovi impianti.[50]
Nonostante queste tensioni, il settore idrico rappresenta uno dei pochi ambiti in cui forme di coordinamento tecnico continuano a esistere, anche nei momenti di maggiore instabilità politica.[51] La fornitura di acqua da parte di Israele ai territori palestinesi e la gestione condivisa di alcune infrastrutture dimostrano come, in un contesto altamente conflittuale, l’acqua possa fungere al tempo stesso da fattore di frizione e da minimo spazio di cooperazione funzionale.[52] Questo duplice ruolo riflette perfettamente la natura geopolitica della risorsa: elemento di potere, ma anche potenziale strumento di interdipendenza.
Acqua come infrastruttura strategica: sicurezza e vulnerabilità
La centralità dell’acqua nella sicurezza nazionale israeliana emerge anche sotto un ulteriore profilo: quello militare e infrastrutturale. In un contesto regionale attraversato da tensioni permanenti e dalla contrapposizione con l’Iran, gli impianti di desalinizzazione e le grandi reti di approvvigionamento rappresentano infrastrutture critiche di massimo rilievo. In teoria, esse potrebbero costituire bersagli strategici, poiché garantiscono continuità civile, produzione industriale e tenuta sociale. Nella pratica, però, proprio il loro valore le rende altamente protette e inserite in una più ampia architettura di resilienza nazionale. Colpire questi impianti significherebbe attaccare non solo una struttura civile, ma uno dei pilastri della stabilità israeliana, con implicazioni potenzialmente molto più ampie sul piano regionale.
Scarcity vs governance: il confronto regionale
Il contrasto con altri Paesi mediorientali rende ancora più evidente la portata del caso israeliano. La Siria, ad esempio, ha subito in modo devastante la siccità che ha colpito il Medio Oriente tra il 2008 e il 2018. Il collasso di ampie aree agricole, la corsa disperata alle falde sotterranee e il trasferimento di centinaia di migliaia di persone verso le periferie urbane contribuirono ad aggravare le tensioni sociali che precedettero la guerra civile.[53] Anche Giordania, Iraq e Iran hanno conosciuto crisi idriche profonde, dimostrando che la scarsità d’acqua non è solo una questione ambientale, ma può diventare un acceleratore di instabilità. Israele, invece, è riuscito a vincere questa battaglia. E proprio qui risiede la chiave del suo successo: non tanto nell’avere più acqua degli altri, ma nell’avere costruito prima e meglio degli altri una strategia integrata per governarla.
La lezione per l’Italia
Il caso israeliano offre infine una riflessione utile anche per l’Italia. Pur operando in un contesto geografico molto diverso, anche il nostro Paese è sempre più esposto a fenomeni di siccità, stress idrico e vulnerabilità infrastrutturale.[54] Con circa 8.000 chilometri di coste, un forte comparto agricolo e solide capacità industriali, l’Italia dispone di potenzialità significative, ma non ha ancora sviluppato una strategia idrica pienamente integrata e orientata alla sicurezza nazionale. La lezione israeliana non consiste nel copiare un modello nato in un contesto specifico, ma nel comprendere una logica di fondo: l’acqua deve essere trattata come un asset strategico, non come una semplice questione amministrativa o ambientale.
Conclusione: l’acqua come nuova frontiera del potere
Israele può quindi essere considerato a pieno titolo una vera e propria potenza idrica. Inserito in una regione segnata da scarsità strutturale, tensioni geopolitiche e competizione per l’accesso alle risorse, lo Stato ebraico è riuscito a trasformare il proprio Water Supply Dilemma in un vantaggio strategico. Ciò è stato possibile grazie a una combinazione di lungimiranza politica, infrastrutture nazionali, innovazione tecnologica, riciclo, desalinizzazione e diplomazia regionale. L’acqua, in Israele, non è più soltanto una risorsa da amministrare: è una leva di resilienza, sviluppo e influenza. In un’epoca in cui il cambiamento climatico ridefinisce le gerarchie della sicurezza globale, il controllo dell’acqua diventa sempre più una delle nuove frontiere del potere. Israele lo ha compreso prima di molti altri e ha costruito, nel corso di decenni, un modello che dimostra come la scarsità, se affrontata con strategia, possa essere trasformata in forza geopolitica.
[1] World Bank; Beyond Scarcity: Water Security in the Middle East and North Africa; World Bank Group; https://hdl.handle.net/10986/276592018.
[2] FAO; Coping with Water Scarcity in the Near East and North Africa; Food and Agriculture Organization; https://www.fao.org/3/ca4126en/ca4126en.pdf2019.
[3] Lowi, Miriam R.; Water and Power: The Politics of a Scarce Resource in the Jordan River Basin; Cambridge University Press; 1993.
[4] World Resources Institute; Water Stress by Region: Middle East & North Africa; WRI; 2019; https://www.wri.org/data/aqueduct-water-risk-atlas.
[5] World Bank; Beyond Scarcity: Water Security in the Middle East and North Africa; World Bank Group; 2018; https://hdl.handle.net/10986/27659.
[6] IPCC; Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability; Intergovernmental Panel on Climate Change; 2022; https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2.
[7] UN Water; Transboundary Waters; United Nations; 2023; https://www.unwater.org/water-facts/transboundary-waters.
[8] Tal, Alon; All the Trees of the Forest: Israel’s Woodlands from the Bible to the Present; Yale University Press; 2013.
[9] Herzl, Theodor; Altneuland; 1902.
[10] Jewish Virtual Library; Aliyah: Immigration to Israel; American-Israeli Cooperative Enterprise; 2023; https://www.jewishvirtuallibrary.org/aliyah.
[11] Mekorot; About the Company; Mekorot Water Company; 2023;
https://www.mekorot-int.com/about/.
[12] OECD; Israel’s Sustainable Water Management Plans; OECD, 2021;
https://www.oecd.org/en/publications/ipac-policies-in-practice_22632907-en/israel-s-sustainable-water-management-plans_d81db5f5-en.html.
[13] Israeli Ministry of Foreign Affairs; Israel’s Water System: The National Water Carrier; MFA Israel; https://www.gov.il/en/departments/general/israel-s-water-system.
[14] Israel Central Bureau of Statistics; Statistical Abstract of Israel – Population Growth Rate; CBS Israel; 2023;
https://www.cbs.gov.il/en/publications/pages/2023/statistical-abstract-of-israel-2023-no-74.aspx.
[15] Israel Central Bureau of Statistics; Population projections indicating growth up to 20 million by 2065; cited in The Times of Israel; 2024; https://www.timesofisrael.com/israels-population-ticks-toward-10-million-milestone-as-it-marks-76-years.
[16] IPCC; Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability; IPCC; 2022; https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2.
[17] Netafim; History of Drip Irrigation; Netafim; https://www.netafim.com/en/about-us/company/history.
[18] FAO; Water for Sustainable Food and Agriculture; FAO; 2017;
https://www.fao.org/3/i7959e/i7959e.pdf.
[19] OECD; Water Use in Agriculture: Efficiency and Sustainability; OECD; 2020; https://www.oecd.org/agriculture/topics/water-and-agriculture.
[20] Mekorot; Wastewater Reuse in Israel; Mekorot; https://www.mekorot-int.com/water-management/wastewater-treatment.
[21] OECD; Water Reuse in Israel: Agriculture, Innovation and Sustainability; OECD; 2021;
https://www.oecd.org/environment/water/water-reuse-in-israel.pdf.
[22] European Commission; Water Reuse in the EU; European Commission; 2020; https://environment.ec.europa.eu/topics/water/water-reuse_en.
[23] Unpacked Media; How Israel Used Scientific Innovation to Beat Its Water Crisis; 2025; https://unpacked.media/how-israel-used-scientific-innovation-to-beat-its-water-crisis/.
[24] Ibidem.
[25] Jewish National Fund (KKL-JNF); Water Reservoirs in Israel; https://www.kkl-jnf.org/organization-chief-scientist/water-for-israel/water-reservoirs.
[26] Water Authority of Israel; Sea Water Desalination in Israel: Planning, Coping with Difficulties, and Economic Aspects of Long-Term Risks; Government of Israel; https://www.gov.il/BlobFolder/reports/water-authority-data-english/he/12-Desalination-in-Israel.pdf.
[27] Ibidem.
[28] Jacobsen R.; Israel Proves the Desalination Era Is Here; Scientific American; 2016; https://www.scientificamerican.com/article/israel-proves-the-desalination-era-is-here.
[29] Ibidem.
[30] World Bank; Beyond Scarcity: Water Security in the Middle East and North Africa; World Bank; 2017; https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/27659.
[31] Jones E.; Qadir M.; van Vliet M.T.H.; Smakhtin V.; Kang S.M.; The State of Desalination and Brine Production: A Global Outlook; Science of the Total Environment; 2019;
https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2018.12.076.
[32] International Energy Agency (IEA); Desalinated Water and the Energy Equation in the Middle East; IEA; 2019; https://www.iea.org/commentaries/desalinated-water-affects-the-energy-equation-in-the-middle-east.
[33] Israel Oceanographic and Limnological Research (IOLR); Lake Kinneret Water Level Monitoring; https://www.ocean.org.il/eng/kinneret.
[34] Reuters; Israel Refills Sea of Galilee, Supplying Jordan on the Way; Reuters; 2023; https://www.reuters.com/business/environment/israel-refills-sea-galilee-supplying-jordan-way-2023-01-30.
[35] The Guardian; Israel to Top Up Sea of Galilee After Years of Drought; The Guardian; 2018; https://www.theguardian.com/world/2018/jun/12/israel-to-top-up-sea-of-galiliee-after-years-of-drought.
[36] BC News; The Disappearing Dead Sea; ABC News; 2021;
https://www.abc.net.au/news/2021-06-10/the-disappearing-dead-sea-sinkhole-science-en-gedi/100123858.
[37] National Geographic; Can Israel and Jordan Cooperate to Save the Dying Dead Sea?; National Geographic; 2018; https://www.nationalgeographic.com/environment/article/israel-jordan-dying-dead-sea-pollution-tourism.
[38] Start-Up Nation Central; The Israeli Water-Tech Ecosystem; https://finder.startupnationcentral.org/landscape/water.
[39] Milken Innovation Center; The Israeli Water Technology Sector; Milken Institute; 2019; https://milkeninnovationcenter.org/wp-content/uploads/2019/09/R2Pi_Case-Study-Report_Israel-Water_FINAL-2.pdf.
[40] ASTERRA; Earth Observation and Satellite Leak Detection Technology; https://asterra.io/.
[41] Technion UK; The Top 12 Ways Israel Is Feeding the World; 2019; https://technionuk.org/news-post/the-top-12-ways-israel-feeds-the-world/.
[42] UNHCR; How Water Scarcity in Jordan Hits Refugees Twice; UNHCR; 2024; https://www.unhcr.org/jo/news/how-water-scarcity-jordan-hits-refugees-twice.
[43] World Bank; Jordan Water Crisis and Climate Resilience Project; World Bank; 2023; https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2023/06/18/estimated-1-6-million-people-in-jordan-to-benefit-from-new-project-to-tackle-jordan-s-water-crisis-and-build-climate-res.
[44] Treaty of Peace Between the State of Israel and the Hashemite Kingdom of Jordan; 1994; https://avalon.law.yale.edu/20th_century/jordan_treaty.asp.
[45] Reuters; Israel, Jordan to Partner in Water-for-Energy Deal; Reuters; 2021; https://www.reuters.com/business/energy/israel-jordan-partner-water-for-energy-deal-israeli-ministry-says-2021-11-22.
[46] Stuenkel O.; Water-for-Energy Is Better Than Land-for-Peace; Foreign Policy; 2021; https://foreignpolicy.com/2021/12/16/water-for-energy-is-better-than-land-for-peace/.
[47]Israeli-Palestinian Interim Agreement on the West Bank and Gaza Strip (Oslo II); 1995; https://avalon.law.yale.edu/20th_century/oslo2.asp.
[48] World Bank; Assessment of Restrictions on Palestinian Water Sector Development; World Bank; 2009; https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/9054
[49] Amnesty International; Troubled Waters: Palestinians Denied Fair Access to Water; Amnesty International; 2009; https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/027/2009/en/.
[50] Amnesty International; Troubled Waters: Palestinians Denied Fair Access to Water; Amnesty International; 2009; https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/027/2009/en/.
[51] World Bank; West Bank and Gaza: Water Sector Note; World Bank; 2018; https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/736571530044615402.
[52] European Commission; Development Support to Water and Land Sector in Palestine; European Commission; https://capacity4dev.europa.eu/groups/public-water_and_sanitation/info/palestine_en.
[53] Kelley C.P. et al.; Climate Change in the Fertile Crescent and Implications of the Recent Syrian Drought; Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS); 2015; https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.1421533112.
[54] The Guardian; Italy Declares State of Emergency in Drought-Hit Northern Regions; The Guardian; 2022;
https://www.theguardian.com/world/2022/jul/05/italy-declares-state-emergency-drought-hit-northern-regions.

