Tra le varie fotografie della visita di Stato di Xi Jinping a Washington a fine settembre, una in particolare non è passata inosservata a Tokyo: davanti a Trump, il Presidente della Repubblica Popolare ha rievocato l’alleanza tra Cina e Stati Uniti contro il Giappone nella Seconda guerra mondiale. Trump non ha sollevato obiezioni, e anzi il richiamo è finito nei resoconti ufficiali di entrambe le parti. Per un Paese che da ottant’anni affida la propria sicurezza all’ombrello americano – e, soprattutto, che è restio di fronte ad allusioni sul suo passato – non si tratta di un dettaglio cerimoniale. Sul piano concreto, il vertice non ha prodotto risultati sostanziali, fatta eccezione per l’estensione della tregua commerciale fino a gennaio 2027. Nondimeno, agli alleati asiatici di Washington interessa meno cosa si è deciso e più chi era seduto al tavolo, e chi no. Questa ansia degli alleati asiatici ha un nome preciso: “G2”, ovvero un mondo in cui Washington e Pechino si spartiscono le decisioni regionali sopra la testa degli altri. Da questo punto di vista, Taiwan è il segnale di allarme, poichè dopo il vertice di Maggio, Trump ha tenuto in sospeso un pacchetto di armi da circa 14 miliardi di dollari, definendolo un “ottimo strumento negoziale”. Ora, prevede che la prossima notifica di vendita arriverà solo dopo l’APEC di Shenzhen e il G20 di Miami.
Se il sostegno a Taiwan diventa merce di scambio, a Tokyo, Manila e nelle altre capitali alleate viene spontaneo chiedersi se anche il loro abbia un prezzo, all’interno delle conversazioni tra le due super-potenze. Il Giappone è sicuramente l’alleato più esposto. I rapporti con Pechino sono crollati da quando il Primo Ministro Sanae Takaichi, poco dopo il suo insediamento lo scorso anno, lasciò intendere che il Giappone interverrebbe in caso di crisi su Taiwan, risultando nella maggiore crisi nelle relazioni bilaterali sino-giapponesi dalla crisi del 2012 in merito alle isole Senkaku. Per non farsi scavalcare, Takaichi ha anticipato di due giorni il suo discorso all’Assemblea Generale pur di incontrare Trump prima che quest’ultimo incontrasse Xi. Secondo la stampa giapponese, al vertice Xi avrebbe attaccato le scelte di Tokyo, e Trump gli avrebbe chiesto di aprire un dialogo con Takaichi. Un gesto all’apparenza amichevole, ma che rivela un importante cambio di ruolo: Washington non fa più da scudo al Giappone, bensì opera da mediatore fra Giappone e Cina. Takaichi ha risposto assicurando che i due Paesi sono “gli alleati con la maggiore fiducia reciproca”, ma dopo ottant’anni di alleanza, il fatto stesso di doverlo ribadire è indicativo. Più a sud, Manila ha scelto un’altra strada. Il contenzioso nel Mar Cinese Meridionale è sempre aperto, eppure il presidente Marcos ha aperto un canale diretto con Pechino sull’atollo di Ayungin Shoal, sostenendo che vi sia un’intesa provvisoria che, secondo il governo, non cede nulla sulla sovranità. A luglio Trump aveva promesso di portare le preoccupazioni filippine sul tavolo con Xi, ma Manila non sembra avere aspettato, fissando un precedente nella reazione degli alleati alle conversazioni tra Stati Uniti e Cina: se le potenze trattano tra loro, conviene trattare per conto proprio invece di aspettare la protezione americana. Nel mentre, lo spazio di manovra di Seoul sembra essere, tra i tre alleati asiatici, quello più ristretto.
Le prossime tappe della vicenda sono vicine. All’APEC di Shenzhen del 18-19 novembre Trump rivedrà Xi, e si guarda contestualmente a un possibile incontro tra Takaichi e quest’ultimo. Un mese più tardi, al G20 di Miami, dovrebbero nuovamente essere presenti tutti e tre. Tra i possibili scenari, nel caso di una consolidata distensione tra Stati Uniti e Cina, gli alleati asiatici potrebbero accelerare la propria autonomia strategica, Tokyo mediante il riarmo, che già sta perseguendo, e Manila con il dialogo diretto con Pechino. Nel mentre, Taiwan tornerà a essere un elemento di divisione nei rapporti sino-americani quando a inizio 2027 ripartirà la vendita di armi americane, che potrebbe risultare in una riassicurazione per gli alleati asiatici, ma in una regione più instabile. Un’altra opzione potrebbe essere il consolidamento del ruolo di Washington come mediatore tra i suoi alleati e Pechino. In ogni caso, il “G2” tra Trump e Xi Jinping non ha bisogno di esistere davvero, nella misura in cui gli alleati asiatici si comportano come se questo potesse esistere, e il vertice di fine settembre non fa che rafforzare questa ansia da parte dei partner asiatici storici.
GLOBAL SECURITY (DFA PHILIPPINES) https://www.globalsecurity.org/military/library/news/2026/07/mil-260723-philippinesdfa01.htm
INTERNATIONAL BUSINESS TIMES https://www.ibtimes.co.uk/trump-xi-summit-tradetruce-taiwan-tensions-1822217
THE HERALD BUSINESS https://biz.heraldcorp.com/article/10892102
THE STAR (BLOOMBERG) https://www.thestar.com.my/aseanplus/aseanplusnews/2026/09/27/takaichi-says-trump-gave-detailed-debrief-on-xis-state-visit#goog_rewarded
TRIBUNE PH https://tribune.net.ph/2026/09/28/as-trump-xi-sip-tea
