Introduzione
Il 19 settembre 2026, Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell’Informazione del governo Houthi a Sanaa, ha rilasciato all’ANSA una dichiarazione destinata esplicitamente all’opinione pubblica italiana: «La nostra è una resistenza armata legittima di fronte alla prolungata aggressione saudita. Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese. Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi».[1]
La dichiarazione non contiene affermazioni fattuali false. Non rientra nella definizione classica di disinformazione – quella che produce e diffonde contenuti mendaci per alterare le credenze di un pubblico specifico. È qualcosa di strutturalmente diverso e, come si argomenterà in questo documento, di più efficace: una operazione di comunicazione strategica avversariale calibrata su un target preciso, l’opinione pubblica italiana, progettata per produrre un effetto specifico: la frattura tra i cittadini e le istituzioni del proprio paese in materia di politica estera e sicurezza nazionale. Questo tipo di operazione non è né casuale né improvvisato. Rappresenta l’applicazione di una dottrina di guerra cognitiva sviluppata e affinata dall’Iran e dai suoi proxy nel corso degli ultimi due decenni.
La dottrina iraniana di guerra cognitiva
La cognitive warfare dell’Iran è una componente centrale della dottrina di difesa asimmetrica di Teheran, utilizzata per compensare l’inferiorità militare convenzionale ed estendere l’influenza regionale e internazionale.[2] Non si tratta di un’attività accessoria alle operazioni militari, ma di un processo stratificato e integrato che agisce simultaneamente su più livelli: informativo, emotivo, identitario e istituzionale. Come ha documentato la Foundation for Defense of Democracies, l’Iran utilizza la guerra dell’informazione per «manipolare le opinioni occidentali, minacciare Israele e indebolire la politica estera americana», attraverso operazioni condotte sia direttamente sia per il tramite dei propri proxy regionali.[3]
L’obiettivo non è convincere le opinioni pubbliche occidentali delle proprie ragioni – obiettivo irrealistico e non necessario. È molto più pragmatico: frammentare il campo sociale, creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile una risposta pubblica condivisa. Come ha analizzato lo Small Wars Journal nel marzo 2026, Iran, Russia e Cina «prioritizzano il controllo narrativo e la manipolazione per erodere la coesione sociale, de-mobilitare le popolazioni e limitare le opzioni di risposta dei governi occidentali rallentando i processi decisionali».[4]
Hamas e gli Houthi sono entrambi componenti strutturali dell’Asse della Resistenza iraniano, finanziati, armati e in parte addestrati da Teheran. La comunicazione strategica è parte integrante di quel sistema.[5] Il passaggio dalla propaganda del terrore di Al-Qaeda alla comunicazione di prossimità, capace di sfruttare le contraddizioni interne dell’Occidente invece di attaccarlo frontalmente, rappresenta un’evoluzione dottrinale precisa, non una coincidenza, già documentata in relazione al caso Hamas.[6] La dichiarazione Houthi all’ANSA ne è la conferma più recente e più nitida.
La scelta del canale non è casuale. Una dichiarazione resa a un’agenzia straniera o pubblicata su un canale Telegram non avrebbe avuto la stessa diffusione né la stessa legittimazione implicita. La scelta dell’ANSA – agenzia di stampa nazionale di riferimento per la quasi totalità dei quotidiani italiani – conferisce alla dichiarazione uno status di fonte primaria che ne amplifica la portata e ne riduce la scrutabilità critica da parte del pubblico generalista.
Anatomia della dichiarazione: il meccanismo divide et impera comunicativo
La dichiarazione di Mansur produce il suo effetto attraverso una struttura tripartita che opera su livelli simultanei e distinti.
Il primo livello assolve il destinatario: «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese». La funzione di questa apertura è creare una distanza emotiva tra i cittadini italiani e il conflitto, posizionandoli come soggetti estranei e potenzialmente vittime innocenti di una scelta non loro.
Il secondo livello incolpa le istituzioni: «Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi». La domanda retorica – non un’accusa diretta, non un’affermazione verificabile – svolge una funzione precisa: induce nell’interlocutore una ricerca di risposta per la quale non dispone degli strumenti conoscitivi necessari. L’ignoranza della politica estera italiana produce automaticamente un giudizio di sospetto verso le istituzioni.
Il terzo livello costruisce il frame implicito: il vostro governo vi ha trascinato in una guerra che non vi riguarda. Questo livello non viene esplicitato – viene inferito. È la componente più efficace, perché non è attaccabile: non c’è affermazione da smentire, non c’è fonte da invalidare. C’è solo una struttura argomentativa che produce, in un pubblico strutturalmente impreparato sulla materia, una conclusione errata.
Questo meccanismo si distingue dalla disinformazione classica per una caratteristica fondamentale: sfrutta l’ignoranza reale, non produce falsità. Come ha definito il NATO ACT nella sua analisi concettuale sulla guerra cognitiva, si tratta dell’«impiego dell’informazione per sfruttare le vulnerabilità cognitive dell’essere umano e incidere sulla percezione e sui processi decisionali».[7] La dichiarazione Houthi risponde pienamente a questa definizione.
Il contesto operativo: perché l’Italia è nell’area
La dichiarazione presuppone e sfrutta l’assenza di conoscenza dell’opinione pubblica italiana su elementi fattuali verificabili e di pubblico dominio.
Il 40% del traffico marittimo italiano transita per il Mar Rosso e Bab el-Mandeb. Centoquindici miliardi di dollari di import-export annui dipendono dalla libertà di navigazione in quella rotta. La Task Force Air-Arabia, quattrocento militari dell’Aeronautica con quattro Eurofighter, un aereo da sorveglianza E-550A e sistemi anti-drone schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein dalla seconda metà di marzo 2026, tutela un interesse nazionale primario – non esprime solidarietà verso Riad. La missione è stata comunicata attraverso audizioni regolari nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. La Camera dei deputati ha approvato la risoluzione 6-00238 il 5 marzo 2026. La missione era ed è pubblicata sul sito del Ministero della Difesa italiano. L’affermazione, rilanciata da alcune voci politiche e amplificata da parte della stampa, secondo cui il Parlamento non fosse stato informato, è documentalmente falsa. L’Italia ha presenza militare strutturale nel Golfo e nel Mar Rosso da decenni, attraverso governi di centrodestra e di centrosinistra, in continuità con gli obblighi derivanti dall’appartenenza alla NATO e dalle relazioni bilaterali con i partner della regione.
Implicazioni analitiche
Il caso qui analizzato ha implicazioni dirette per il dibattito sulla sicurezza cognitiva e sulla resilienza delle democrazie liberali, e consente di identificare alcune distinzioni analitiche che il dibattito corrente sulla disinformazione tende a trascurare.
La prima riguarda la differenza strutturale tra disinformazione e comunicazione strategica avversariale. La disinformazione classica produce contenuti falsi attribuibili a una fonte identificabile e confutabili attraverso la verifica fattuale. La comunicazione strategica avversariale opera su un piano diverso: sfrutta lacune conoscitive reali per produrre inferenze errate in un pubblico che non dispone degli strumenti per contrastarle. Nel caso Houthi, ogni elemento della dichiarazione è fattualmente corretto. L’effetto distorsivo non è nel contenuto ma nella struttura inferenziale che quel contenuto attiva in un pubblico specifico in un contesto specifico. Le categorie operative sviluppate per contrastare la disinformazione classica, fact-checking, debunking, attribuzione delle fonti, sono strutturalmente inadeguate di fronte a questo tipo di operazione, perché non c’è niente da smentire.
La seconda distinzione riguarda il rapporto tra vulnerabilità cognitiva ed efficacia dell’operazione. La dichiarazione Houthi non avrebbe prodotto alcun effetto rilevante in un’opinione pubblica con un livello adeguato di alfabetizzazione in politica estera e sicurezza internazionale. La sua efficacia dipende interamente da una condizione preesistente nel pubblico target: l’ignoranza strutturale su cosa sia una missione militare all’estero, su cosa transiti per Bab el-Mandeb, su come funzioni il sistema parlamentare di autorizzazione delle missioni internazionali. Questo significa che l’operazione non crea la vulnerabilità. La vulnerabilità preesiste e viene mappata con precisione prima che l’operazione venga progettata. Come ha documentato il Rasanah, analizzando la campagna marittima degli Houthi nel Mar Rosso, l’asimmetria non è solo militare ma cognitiva: la capacità di produrre effetti politici e sociali sproporzionati rispetto alle risorse impiegate è il tratto distintivo della dottrina iraniana applicata ai proxy.[8]
La terza distinzione riguarda la scelta del vettore comunicativo come elemento dell’operazione. La selezione dell’ANSA come destinatario della dichiarazione non è accessoria al contenuto: è parte integrante del meccanismo. Un’agenzia di stampa nazionale di riferimento conferisce alla dichiarazione uno status di fonte primaria che ne amplifica la portata, ne riduce la scrutabilità critica e la inserisce automaticamente nei flussi informativi dei quotidiani nazionali senza ulteriore mediazione editoriale. La scelta del vettore determina la profondità di penetrazione dell’operazione nell’ecosistema informativo del paese target. Questo elemento, la selezione strategica del canale in funzione delle caratteristiche strutturali del sistema mediatico del paese avversario, è raramente analizzato nella letteratura sulla disinformazione e merita attenzione specifica come variabile analitica autonoma.
[1] Dichiarazione rilasciata all’ANSA il 19 settembre 2026. Analisi comunicativa in: D’Andrea, D. (2026). «Lo stanno facendo ancora. E ci stiamo cascando ancora». L’Europeista, settembre 2026. https://www.leuropeista.it/stanno-facendo-ancora-cascati/
[2] Small Wars Journal (2026). «Narrative as a Weapon: Russian, Iranian, and Chinese Approaches to Cognitive Warfare». 18 marzo 2026. https://smallwarsjournal.com/2026/03/18/narrative-as-a-weapon/
[3] Bowman, B. et al. (2024). Cognitive Combat. Foundation for Defense of Democracies. https://www.fdd.org/analysis/monographs/2024/06/28/cognitive-combat/
[4] Small Wars Journal (2026), op. cit.
[5] Belfer Center for Science and International Affairs, Harvard Kennedy School (2026). «The Degradation of Iran’s Proxy Model». Aprile 2026. https://www.belfercenter.org/research-analysis/degradation-irans-proxy-model; RAND Corporation (2019). «Could the Houthis Be the Next Hizballah? Iranian Proxy Development in Yemen». https://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/research_reports/RR2500/RR2551/RAND_RR2551.pdf
[6] D’Andrea, D. (2025). «Hamas e la rivoluzione comunicativa del terrorismo». L’Europeista, 16 ottobre 2025. https://www.leuropeista.it/hamas-comunicazione-terrorismo/
[7] Neamatian Monemi, R., Gelareh, S. (2026). «Cognitive Warfare, Hybrid Pressure, and Sovereign Resilience: An Operations Research Framework Applied to the Iranian Case (2017-2026)». arXiv. https://arxiv.org/pdf/2607.01894; NATO ACT (2020). «Cognitive Warfare: A Conceptual Analysis».
[8] Rasanah – International Institute for Iranian Studies (2024). «Iran and the Houthis’ Asymmetric Maritime Warfare Campaign in the Red Sea: A Study of the Sponsor-Proxy Model». https://rasanah-iiis.org/english/wp-content/uploads/sites/2/2024/11/IRAN-AND-THE-HOUTHIS-ASYMMETRIC-MARITIME-WARFARE-CAMPAIGN-IN-THE-RED-SEA.pdf

Docente integrativo SNA, giornalista pubblicista e analista RI, esperto di geopolitica, comunicazione strategica e diplomazia performativa su Estremo Oriente, Mediterraneo ed Europa.

