Negli ultimi anni, l’oro ha trasceso il suo ruolo di semplice risorsa naturale per divenire uno dei principali motori dell’economia informale e dell’instabilità politica nella regione del Sahel[1].
In Paesi come Mali, Burkina Faso e Niger, la convergenza tra la cronica fragilità istituzionale e l’aumento globale del prezzo del metallo, che ha toccato livelli record nell’ottobre 2025, ha trasformato l’estrazione dell’oro nel fulcro delle strategie di espansione dei gruppi estremisti e delle reti criminali transnazionali.
I paesi del Sahel si configurano tra i maggiori produttori d’oro nel continente africano. Nel 2024, Mali, Burkina Faso e, in misura minore, Niger hanno prodotto una stima di 228 tonnellate, con il Mali che si posiziona come il secondo produttore africano e l’undicesimo a livello globale.

Le risorse aurifere risultano essenziali per le economie saheliane in quanto rappresentano une fetta significativa delle esportazioni totali (oltre il 90% per il Mali e poco più dell’85% per il Burkina Faso nel 2023) e fino al 20% delle entrate governative, sebbene una parte molto ampia sfugga al circuito fiscale e si inserisca invece in reti informali o apertamente illegali.
Il settore è infatti dominato dall’estrazione artigianale e su piccola scala (Artisanal and Small-scale Gold Mining o ASGM), che impiega direttamente tra i 2 e i 3 milioni di persone nei tre Paesi in esame.
Sebbene questa attività funga da fonte di sostentamento per milioni di individui, l’informalità che la caratterizza l’ha resa vulnerabile all’infiltrazione di reti criminali. Si stima, infatti, che circa il 50% della produzione d’oro della regione sia di natura criminale, alimentata da un contesto in cui l’estrazione senza licenza è illegale, ma le barriere amministrative per la regolarizzazione risultano insormontabili per le comunità locali.
Di conseguenza, le difficoltà nell’accedere alle licenze, i costi elevati della formalizzazione e la cronica inefficienza amministrativa spingono le comunità legate all’ASGM a operare al di fuori dei quadri legali, alimentando un’economia locale illecita che prospera proprio grazie alla debolezza regolatoria.
Prive di protezione legale, queste comunità tendono a rivolgersi e attori non statali per la sicurezza e il finanziamento, creando un vuoto di governance che viene prontamente riempito da organizzazioni criminali trasnazionali e gruppi armati di ispirazione salafita-jihadista.
La “Pragmatica del Terrore”: meccanismi di inserimento e controllo del territorio
L’espansione dei gruppi estremisti nel settore aurifero saheliano costituisce una sofisticata operazione di sostituzione dello Stato. Nella pratica, gruppi come Jama’at Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM) e, con modalità diverse, Islamic State Sahel Province (ISSP), si inseriscono nelle fratture tra le comunità locali e le istituzioni centrali.
Laddove lo Stato impone burocrazia lenta e tasse elevate senza garantire servizi, JNIM, una volta ottenuto il controllo delle aree estrattive, instaura un sistema di governance pragmatica, caratterizzata da tassazione ridotta, presunta protezione da altri gruppi e risoluzione rapida delle dispute tra i minatori. Questi ultimi, spesso frustrati dalla corruzione statale e dalla difficoltà di ottenere licenze legali, finiscono per collaborare con i gruppi armati più per necessità che per condivisione ideologica.
Di conseguenza, offrendo ai civili un mezzo di sussistenza e permettendo l’estrazione anche in riserve naturali formalmente protette dallo Stato, JNIM ha trasformato i lavoratori del settore aurifero in una base sociale di supporto, rendendo estremamente difficile per le forze governative sradicarne la presenza senza colpire l’economia locale.
Altri attori come ISSP rivelano, tuttavia, un approccio diverso e puramente predatorio. Le loro incursioni, basate su estorsione sistematica e violenza contro minatori e intermediari, generano profitti immediati per il gruppo, ma contribuiscono ulteriormente all’instabilità cronica delle aree aurifere.
Ciononostante, entrambi i modelli convergono verso un unico obiettivo: sostituirsi allo Stato nel controllo delle risorse minerarie.
Appare rilevante, infatti, che tra il 2024 e il 2025, la logica operativa dei gruppi estremisti ha mostrato un graduale spostamento del baricentro delle proprie operazioni dalle aree desertiche e semidesertiche verso i centri di estrazione mineraria. Nel 2024, infatti, quasi il 20% dell’attività violenta di JNIM in Mali (contro appena l’8% del 2023) si è concentrata nell’ovest e nel sud del paese e in particolare nella regione di Kayes, area che ospita circa l’80% della produzione d’oro industriale e che funge da corridoio commerciale con i mercati dell’Africa Occidentale costiera.

Fonte: Africa Center for Strategic Studies
Sul piano pratico, l’operatività dei gruppi estremisti si regge su una rete ibrida in cui la distinzione tra criminalità e terrorismo sfuma: i contrabbandieri e i piccoli acquirenti d’oro locali fungono da “occhi” per i jihadisti, fornendo intelligence sui movimenti delle forze di sicurezza e gestendo i canali logistici. È attraverso queste reti capillari che l’oro viene esfiltrato verso hub di raffinazione, che lo trasformano in ricchezza immediatamente liquidabile e difficilmente tracciabile.
Questo ciclo non solo finanzia l’acquisto di armi, rafforzando la presenza di organizzazioni criminali e estremiste, ma priva gli Stati saheliani di risorse essenziali, finendo per alimentare proprio quelle forze che minano la sovranità statale.
Le logiche del traffico e le rotte internazionali
L’architettura del traffico illecito si configura come un sistema integrato che connette la produzione locale ai mercati globali. Le reti operano secondo una struttura piramidale in cui l’oro estratto artigianalmente e spesso sotto il controllo di gruppi armati, viene aggregato in hub regionali. Bamako, in particolare, emerge come il perno centrale di questo sistema e come piattaforma di transito per l’oro proveniente dai Paesi vicini.
Il metodo di trasporto privilegiato è il cosiddetto hand-carried su voli commerciali: in media, un corriere riesce a trasportare circa 10 chilogrammi di oro per viaggio, mentre la corruzione sistemica degli ufficiali doganali e delle forze di polizia che operano negli aeroporti facilitano l’uscita del metallo.
La destinazione principale di questo imbuto logistico sono gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che nel 2023[2] hanno assorbito circa il 55% del totale dell’oro dichiarato dei tre Paesi saheliani, posizionandosi al primo posto e precedendo la Svizzera, che rappresenta il secondo importatore con circa il 39% delle esportazioni ufficiali.
Le discrepanze statistiche confermano l’entità del fenomeno dei traffici illeciti: l’analisi dei dati commerciali rivela che, a fronte di un’esportazione dichiarata dal Mali di soli 954 kg, gli EAU hanno registrato importazioni aurifere dal Paese per oltre 77 tonnellate (77.462 kg), evidenziando come larga parte dei traffici auriferi sfugga ai circuiti legali.

Questa massiccia affluenza di oro illegale viene, inoltre, facilitata da specifiche lacune legislative negli EAU, che agiscono come un vero e proprio fattore abilitante. I passeggeri in arrivo, infatti, godono di un’esenzione doganale sull’oro trasportato nel bagaglio a mano di cui, inoltre non sono tenuti a fornirne la tracciabilità.
Una volta immesso nel Dubai Gold Souk, l’oro viene venduto a raffinerie e gioiellieri, dove la fusione cancella definitivamente ogni traccia della sua provenienza, trasformando il provento del terrorismo e della criminalità in capitale legittimo sui mercati internazionali.
Fonti utilizzate
Africa Center for Strategic Studies. JNIM Attacks Western Mali Sahel. https://africacenter.org/spotlight/jnim-attacks-western-mali-sahel/
ADF Magazine. (2025). Terror Groups Diversify to Find Steady Flow of Illicit Financing. https://adf-magazine.com/2025/09/terror-groups-diversify-to-find-steady-flow-of-illicit-financing/
ENACT. Mali, West Africa’s hub for illegal gold trade with Dubai. https://enactafrica.org/enact-observer/mali-west-africas-hub-for-illegal-gold-trade-with-dubai#:~:text=In%202016%2C%20the%20country%20exported,US$216%20million%20in%20exports.
Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC). (2025). Risk Bulletin n. 12: Observatory of Illicit Economies in West Africa (May 2025).
Institute for Security Studies (ISS). Illicit activities fuel extremism in the Sahel’s conflict zones. https://issafrica.org/pscreport/psc-insights/illicit-activities-fuel-extremism-in-the-sahel-s-conflict-zones
Raineri, L. (2020). Gold Mining in the Sahara-Sahel: The Political Geography of State-making and Unmaking. The International Spectator, 55(4), 100–117.
Trading Economics. Commodity: Gold. https://tradingeconomics.com/commodity/gold
UN Comtrade Database. UN Comtrade Database. https://comtradeplus.un.org/
United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC). (2023). Gold Trafficking in the Sahel: Transnational Organized Crime Threat Assessment — Sahel. United Nations, New York.
United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC). (2025). Global Analysis on Crimes that Affect the Environment – Part 2b: Minerals Crime: Illegal Gold Mining.
West Africa Maps. Illegal gold mining: A profitable business for jihadists. https://westafricamaps.com/en/analysis/illegal-gold-mining-a-profitable-business-for-jihadists
World Gold Council. https://www.gold.org/
[1] Per gli obiettivi di questa analisi, saranno presi in considerazione i tre Paesi saheliani membri dell’Alliance of Sahel States (AES): Mali, Burkina Faso e Niger.
[2] Il 2023 è l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati commerciali

Analista di geopolitica e geoeconomia specializzato nelle aree SWANA e Africa Sub-sahariana, e collaboratore accademico presso il corso di Storia dell’Africa contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

