Il voto che ha cambiato la storia
Il 23 giugno 2016 è una data segnata in rosso sul calendario della storia del Regno Unito e non solo: il 51,89% degli elettori vota per l’uscita dall’Unione Europea, di cui il paese era parte dal 1973. A distanza di un decennio da questo cambiamento epocale, è doveroso analizzare quali siano stati i mutamenti dal punto di vista economico, politico e, soprattutto, geopolitico.
I tre pilastri del “Leave” traditi dai fatti
Sul piano migratorio, un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations ha rilevato che il 58% di coloro che votarono per la separazione ritiene che il fenomeno migratorio si sia incrementato successivamente alla Brexit¹. È seguita poi, nelle scorse settimane, un’intervista alla popolazione britannica, che a 10 anni dall’uscita dall’UE riscontra i seguenti effetti negativi: sul costo della vita (66%), sull’economia (65%) e sulle opportunità per i giovani (57%). Quanto alla stabilità politica, il potere regolatorio di Bruxelles pare sia stato solo un capro espiatorio per giustificare l’incertezza della classe politica inglese: nell’ultimo decennio si sono avvicendati ben sei primi ministri: da David Cameron a Theresa May, da Boris Johnson a Liz Truss, da Rishi Sunak a Keir Starmer. Sul piano economico, la crescita del PIL è passata dal 2,2% del 2016 allo 0,8% attuale, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, sebbene le proiezioni parlino di una ripresa fino all’1,6% tra il 2028 e il 2029². La crisi generata dalla pandemia da Covid-19, il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente hanno inevitabilmente colpito anche il territorio britannico. Da un punto di vista economico, la pandemia ha lasciato in eredità un debito pubblico considerevole, mentre l’invasione russa dell’Ucraina ha generato un’impennata dei prezzi dell’energia e delle materie prime. Per quanto riguarda il recente conflitto mediorientale, esso ha portato ulteriori elementi di instabilità sui mercati energetici globali e sulle rotte commerciali. Tutto questo ha avuto anche ripercussioni indirette, ma non trascurabili, sul costo di trasporto merci e, di conseguenza, sui prezzi al consumo nel Regno Unito.
L’Europa dopo la Brexit: integrazione, difesa e nuovi equilibri finanziari
Diversa, e per certi versi sorprendente, è la traiettoria seguita dall’Unione Europea nel medesimo arco temporale. Tre dinamiche meritano particolare attenzione.
In primo luogo, la disgregazione non è avvenuta: nel 2016 si temeva un effetto domino, con la fuoriuscita progressiva di altri Stati dalla politica comunitaria. Al contrario, diversi paesi, soprattutto nei Balcani, sono oggi candidati all’ingresso nell’Unione.
In secondo luogo, l’integrazione nel settore della difesa si è accelerata: con l’uscita del paese militarmente più potente del continente, gli Stati membri si sono attivati per costruire un fondo di difesa comune. Il Fondo SAFE (Security Action for Europe), strumento finanziario di prestiti destinato a finanziare gli investimenti nella difesa, è stato dotato di 150 miliardi di euro. L’EDIP (Programma per l’industria europea della difesa) ha registrato a sua volta un incremento del 2,1%.
In terzo luogo, i centri finanziari europei si sono ridisegnati: con l’uscita di Londra dal mercato unico, si è assistito al trasferimento, ad esempio, della sede dell’EBA (European Banking Authority) a Parigi, a partire dal 2019³.
2026: riavvicinamento paradossale o distacco definitivo?
L’addio ufficiale del Regno Unito alla politica comunitaria è datato 31 gennaio 2020. Celebri sono le immagini della bandiera Union Jack ammainata a Bruxelles, così come i festeggiamenti di migliaia di britannici a Parliament Square a Londra. Diversa la situazione in Scozia e Irlanda del Nord, dove la popolazione scese in piazza con le bandiere nazionali e quelle dell’Unione Europea: sia Edimburgo che Belfast avevano votato, nel 2016, per rimanere nell’orbita comunitaria.
Con la salita al potere di Keir Starmer nel 2024, vincitore delle elezioni contro Sunak e Davey, la direzione di marcia per Londra è cambiata in senso europeista. Tra i primi atti del nuovo inquilino di Downing Street figurano il rientro in Horizon Europe, il programma di sostegno alla ricerca scientifica, e in Copernicus, il sistema europeo di osservazione della Terra. Ne è seguito il rientro nell’accordo Erasmus, grazie al quale dal 2027 centomila giovani potranno recarsi in Gran Bretagna per scambi universitari, con Londra che ha ottenuto uno sconto del 30%, versando 500 milioni di euro.
Il 19 maggio 2025 è stata poi firmata una partnership strategica tra UE e Gran Bretagna in materia di difesa e sicurezza, accompagnata da un accordo sulla politica della pesca che garantisce un accesso reciproco alle acque fino al 2038. Sul piano della politica estera, Starmer si è distinto per la promozione dell’invio di armi all’Ucraina e per l’elaborazione di pacchetti di sanzioni volti a ostacolare i ricavi energetici di Mosca, in linea con l’accordo tra Londra e Kiev del gennaio 2024.
Tuttavia, il 22 giugno 2026 ha segnato un’ulteriore svolta: Starmer, primo premier laburista a dimettersi da leader del partito dai tempi di Gordon Brown, ha annunciato le sue dimissioni con un discorso all’esterno di Downing Street. L’elemento scatenante è stato la vittoria di Andy Burnham, contendente laburista per la leadership del partito, in un’elezione suppletiva nel collegio di Makerfield, risultato che ha consentito all’ex sindaco della Greater Manchester di entrare alla Camera dei Comuni e di prepararsi apertamente alla sfida per la guida del partito. E così è stato: il 17 luglio scorso Burnham è stato eletto leader del Partito Laburista con una maggioranza assoluta dei voti, 379 deputati su 403 hanno votato in suo favore. Tre giorni più tardi, il 20, l’ormai ex sindaco di Manchester si è recato a Buckingham Palace, dove è stato ufficialmente nominato Primo Ministro, il cinquantanovesimo della storia britannica nonché il settimo degli ultimi dieci anni.
Quale futuro per la Gran Bretagna?
A dieci anni dal referendum, il quadro che emerge è quello di un paese ancora in cerca di una bussola strategica. Il riavvicinamento progressivo all’Europa avviato da Starmer, ora interrotto dalla sua uscita di scena, dimostra che la Brexit non ha risolto le tensioni di fondo, ma le ha semmai spostate su un piano diverso. La domanda che si pone con urgenza è duplice: quale sarà il futuro della Gran Bretagna? E il prossimo governo sceglierà una maggiore integrazione con Bruxelles o un rinnovato distacco?
¹ European Council on Foreign Relations; Post-Brexit Britain Survey; ECFR; 2025; https://ecfr.eu.
² International Monetary Fund; World Economic Outlook; IMF; Aprille 2026; https://imf.org/en/Publications/WEO.
³ European Banking Authority; EBA moves to Paris; EBA; 2019; https://www.eba.europa.eu.

