Introduzione

L’equilibrio nell’Artico si è allontanato dai normali sistemi di governance a causa della progressiva impotenza del Consiglio Artico. I motivi di questo scivolamento sono duplici: da un lato l’invasione dell’Ucraina, che ha di fatto interrotto la cooperazione all’interno dell’unico foro regionale (degli otto Stati membri del Consiglio, sette appartengono alla NATO, e la Russia ne è il solo estraneo all’Alleanza)[1]; dall’altro un’evoluzione climatica che ha reso progressivamente disponibili le risorse presenti nell’area. Una messa a disposizione che ha di conseguenza aperto una crisi dei metodi di organizzazione originali, potendo ormai gli Stati in competizione sfruttare le risorse presenti e le vie commerciali in apertura.

I numeri spiegano perché. L’Artico custodisce 31 delle 34 materie prime critiche individuate dall’Unione Europea (platino, palladio e nichel in particolare)[2] oltre a circa il 30% delle riserve mondiali di gas e al 13% di quelle di petrolio non ancora scoperte[3]. La sola Groenlandia ne ospita 25 su 34[4], e un rilievo geologico del 2023 vi stima circa 36 milioni di tonnellate di terre rare, 6 milioni di grafite e 235 mila di litio[5]. Con il ritiro dei ghiacci, una riduzione media del 12,1% per decennio nei minimi di settembre[6], in un’area dove le temperature crescono a un ritmo quasi quadruplo rispetto alla media mondiale[7].

Materiali per batterie e chip che interessano tutte le parti in campo: dalla Cina, che vuole mantenere la sua posizione dominante sulla raffinazione e sulla lavorazione, all’Europa e agli Stati Uniti, che cercano da tempo un bacino di approvvigionamento di lungo periodo sottratto al controllo di Pechino. Con un paradosso che percorre l’intera vicenda: si estrae per decarbonizzare, e l’estrazione accelera quel riscaldamento che rende l’estrazione conveniente. C’è chi parla di un Artico avviato a diventare una “zona di sacrificio”, dove i costi ambientali della transizione globale finiscono per essere scaricati su ecosistemi fragili e su comunità che quelle terre le abitano da millenni[8].

Su questo sfondo si muovono due fronti dalla geometria opposta: un Occidente diviso sul come, e un Oriente unito per necessità, dove una Russia in difficoltà trova una Cina che vuole espandersi nell’area.

Il dissidio occidentale

È impossibile parlare di Artico al presente senza parlare del divergere delle priorità tra USA, NATO e paesi della sfera dell’Unione. La politica USA nell’area ha avuto un’accelerazione in seguito all’apertura della presidenza Trump, che ha più volte sottolineato la necessità da parte degli USA di appropriarsi della Groenlandia. Una faccenda complessa e non priva di sfumature.

Il corrente status quo nell’area è di matrice statunitense, con i paesi del circolo, Russia esclusa, ormai tutti membri della NATO. Le ultime aggiunte, Svezia e Finlandia, vanno a chiudere il cerchio nel quadrante Nord Atlantico, rendendo quell’area saldamente sotto il controllo NATO e sempre più ostile a qualunque ingerenza esterna. Tutto ciò non sembra basti ad accontentare una Presidenza Trump alla ricerca di un risultato di forte impatto politico, che permetta di reclamare un successo di rilievo anche se ai danni di alleati storici, come la Danimarca. In questo contesto il “quadro d’accordo” Trump – Rutte, un aggiornamento del vecchio accordo del 1951, con nuove basi che Washington vorrebbe extraterritoriali, sembra configurarsi come una soluzione di compromesso. Si dovrà vedere se l’intesa potrà andare bene alla Danimarca: le esternazioni successive di Trump, su cui si tornerà, lasciano intendere un obiettivo più ampio[9]. Su questo i paesi europei, facenti parte dell’unione e non, fanno da scudo sostenendo politicamente il paese scandinavo.

Soprattutto perché l’obiettivo NATO di estromettere le due principali potenze rivali dal quadrante euro-atlantico appare in larga misura conseguito; altra cosa è l’Artico nel suo insieme, dove, come si vedrà, la presenza sino-russa è tutt’altro che in ritirata. Calcolare il rapporto di forze in Artico è complesso: il vantaggio teorico spetta alla Russia come singolo Stato, ma all’Occidente come coalizione, grazie alla sua superiore capacità economica. La Russia ha possedimenti territoriali vasti, ma dalle attuali capacità complessive ridotte per effetto del suo impegno sempre maggiore nella Guerra in Ucraina. La strada presa al momento dall’amministrazione statunitense sembra voler mettersi alla guida di un occidente che non ha intenzione di essere secondario nella corsa all’artico, anche perché, come si potrà vedere, gli USA dipendono, soprattutto dal punto di vista industriale e di intelligence, dai paesi dell’alleanza, come Norvegia e Finlandia.

L’Europa e il Canada

Nel mentre, però, anche l’Europa si muove, in varie direttrici a seconda dei paesi. La sfida sulla Groenlandia, la relativa debolezza russa, gli interessi cinesi e, sullo sfondo, il cambiamento climatico hanno riacceso l’interesse per l’area anche nei paesi europei. Ma dal punto di vista energetico i paesi dell’Unione non sembrano voler premere sull’acceleratore, l’unico progetto in fase di sviluppo viene da un paese esterno all’UE, che lo finanzia attraverso risorse proprie: la Norvegia con il progetto Fen[10]. Questo ha sì l’avallo paesi europei, che vi vedono un modo di svincolarsi da partner esterni meno affidabili, ma è anche l’unico progetto di un’area artica europea che dimostra una certa apatia industriale. Il progetto Fen, dell’azienda norvegese Rare Earths Norway, mostra una Norvegia che investe sulle risorse artiche con la propria capacità fiscale e con una decisione politica netta: Oslo ne ha assunto il controllo diretto della pianificazione, trasformando una questione commerciale in priorità di sicurezza nazionale. I numeri del progetto Fen sono rilevanti: 15,9 milioni di tonnellate di ossidi, +81% sulle stime 2024; produzione attesa a fine 2031; circa 800 tonnellate di NdPr entro il 2032, pari a circa il 5% della domanda UE[11]. Sarebbe inoltre la prima miniera di materiali critici aperta sul territorio europeo, accorciando le filiere delle terre rare da cui l’industria continentale dipende.

Il Canada invece sceglie di continuare l’integrazione di sicurezza con gli USA. Il Paese ha già ricominciato a rinforzare il fronte artico, con un’espansione delle capacità NORAD nell’area e l’avanzamento del progetto Arctic Over-the-Horizon Radar per il monitoraggio Artico. Il programma, parte di un piano di modernizzazione del NORAD annunciato nel 2022 e del valore complessivo di 38,6 miliardi di dollari canadesi in vent’anni[12], è passato alla fase di realizzazione il 22 giugno 2026 con l’accordo intergovernativo di Canberra per l’acquisto della tecnologia australiana, del valore di circa 1,75 miliardi di dollari[13]. Ad ulteriore conferma della strada presa da Ottawa, il programma è per sua natura inserito nella modernizzazione del NORAD, comando che il Canada condivide con gli Stati Uniti: lo sviluppo dell’architettura di sorveglianza artica canadese tende dunque a collocarsi entro una cornice già coordinata con Washington. Proprio questo rende più evidente, per contrasto, quanto gli europei procedano invece ciascuno per conto proprio.

L’Italia stessa ha assunto una posizione maggiormente assertiva, dichiarandosi interessata all’area. La Presidente Meloni ha definito l’Artico una “priorità UE e NATO”[14]; il ministro degli Esteri Tajani ha inoltre annunciato una missione imprenditoriale con, tra i partecipanti, Eni, Leonardo e Fincantieri, mentre il ministro della Difesa Crosetto ha definito l’Artico “una terra di nessuno” in cui servono regole condivise[15], un richiamo, in fondo, proprio a quel vuoto lasciato dalla paralisi del Consiglio Artico. L’Artico è visto come un possibile luogo di passaggio commerciale e di investimento per materie prime, due ambiti in cui l’Europa, a causa delle crisi a catena che caratterizzano sia gli approvvigionamenti che gli scali commerciali, si trova in difficoltà. Una difficoltà certificata dalla stessa Corte dei conti europea, che ha bocciato il quadro comunitario sulle materie prime critiche definendolo “non una politica solida come la roccia”, con i progetti strategici ancora al di sotto degli obiettivi di autosufficienza[16].

Per quanto riguarda la solidarietà sulla Groenlandia, l’estensione alla Danimarca è stata netta: Macron a Nuuk ha ribadito il sostegno all’integrità territoriale dell’isola[17], e l’apertura del Consolato francese nel 2026 ne ha confermato la serietà[18].Si registrano dunque reazioni, ma oltre al supporto danese gli Stati europei sembrano andare in ordine sparso e con linee divergenti.

Gli USA

La situazione in occidente, quindi, evolve secondo un asse ben preciso, che ruota attorno all’unico territorio effettivamente contendibile nell’area. Gli USA vogliono la Groenlandia per ragioni più profonde della sola retorica presidenziale. Spesso accostata alle uscite sul “Golfo d’America” o sul “Canada 51° Stato”, l’ipotesi di annessione partirebbe dalla necessità americana di assicurarsi le materie prime necessarie allo sviluppo delle catene del valore critiche[19]. Si vorrebbe sostanzialmente restringere il campo della possibile estrazione, invogliando gli investimenti in un’area dal potenziale considerevole.

I conti, però, non tornano. L’isola è elettoralmente indipendentista e nettamente contraria all’annessione, tanto da preferire il controllo danese a quello statunitense qualora si arrivasse a una resa dei conti[20]; e il territorio andrebbe finanziato con ingenti risorse, dato che i trasferimenti annuali danesi si aggirano sui 550 milioni di euro[21], a fronte di un guadagno ipotetico su risorse sì censite, ma molto lontane dall’essere estratte. Al vertice NATO di Ankara del 7 luglio 2026 Trump ha comunque ribadito che l’isola “dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca”, sostenendo che è ormai “circondata da navi cinesi e russe”[22]. Argomento debolmente fondato: la quasi totalità dell’attività navale russa e cinese registrata nell’Artico negli ultimi anni si è concentrata in prossimità dell’Alaska, non della Groenlandia. La giustificazione ufficiale indica un teatro diverso da quello in cui la pressione viene effettivamente esercitata.

C’è poi un fatto che alla tesi dell’annessione sottrae fondamento: nell’aprile 2026 il Naalakkersuisut ha approvato il trasferimento del 50,5% di Tanbreez a Critical Metals Corp., società quotata al Nasdaq, portandone la quota al 92,5%, con il sostegno di una lettera di interesse da 120 milioni di dollari della EXIM Bank statunitense[23]. L’accesso americano alle risorse, insomma, non richiede la sovranità: passa per il mercato, per il credito pubblico e per le licenze che Nuuk concede senza particolari resistenze, purché a non concederle sia Pechino.

Nel frattempo, l’impegno materiale americano cresce, ed è il dato che più di ogni dichiarazione ne misura la concretezza. Il 9 ottobre 2025, alla Casa Bianca, Trump e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno firmato un memorandum d’intesa per la costruzione di undici Arctic Security Cutters, per un valore stimato attorno ai sette miliardi di dollari: la più grande commessa di rompighiaccio degli ultimi decenni, cui sono seguiti ulteriori contratti per oltre cinque miliardi complessivi[24]. Un elemento merita però particolare attenzione: per rendere possibile l’operazione Trump ha dovuto firmare un memorandum presidenziale che deroga all’obbligo di legge di costruire in patria le navi della Guardia Costiera, motivando la deroga con l’interesse di sicurezza nazionale. Il programma domestico Polar Security Cutter accumula infatti ritardi e sforamenti dal 2019: il vertice della Guardia Costiera continua a indicare il 2030 come data di consegna della prima unità, mentre il Government Accountability Office proietta marzo 2033, con costi che superano i sei miliardi di dollari[25]. La flotta polare statunitense conta oggi due sole navi operative, una delle quali in servizio dal 1976. Gli Stati Uniti, insomma, per tornare potenza artica hanno dovuto acquistare le unità da un alleato europeo, e da un alleato entrato nell’Alleanza tre anni fa. Resta un divario enorme rispetto alla flotta russa, ma la discontinuità è evidente, e lo è altrettanto la dipendenza.

Diversamente da chi legge la mossa in chiave di contenimento di Cina e Russia, qui si avanza l’ipotesi che il primo bersaglio sia interno all’Occidente stesso. Il che non toglie nulla al valore strategico dell’isola, “chi controlla la Groenlandia controlla l’Artico”[26] ,  ma suggerisce che materie prime, posizione e pressione sugli alleati concorrano, senza che nessuna basti da sola.

La posizione a est

La Russia

Passando alla Russia, essa possiede il 53% delle coste artiche[27]. La Flotta del Nord, con base sulla penisola di Kola, vi concentra circa i due terzi del deterrente nucleare navale russo: sotto la calotta i sottomarini risultano di fatto non individuabili dai sistemi di rilevamento, il che garantisce a Mosca un secondo colpo assicurato[28]. Pur impegnata in Ucraina, la Russia non ha smesso di investire nell’area, che le offre una via d’uscita dalla morsa sui propri sbocchi occidentali: un Baltico ormai blindato dalla NATO dopo gli ingressi di Svezia e Finlandia[29], e un Mar Nero sempre più conteso. La rotta artica, tradizionale uscita libera del Nord, assume una rilevanza crescente.

La dottrina russa è di conseguenza assertiva, sostenuta da una militarizzazione concreta fatta di basi sovietiche riaperte, radar e sistemi missilistici[30]. Il Decreto presidenziale n. 645 del 2020 punta sullo sviluppo della Zona Artica e sulla competitività della Northern Sea Route; la Dottrina Marittima del 2022 rivendica lo sfruttamento della piattaforma continentale oltre le duecento miglia[31].

Su questo secondo fronte il riscaldamento climatico lavora a favore di Mosca: con il ritiro dei ghiacci il fondale diventa effettivamente sfruttabile, e le rivendicazioni sulla piattaforma continentale, simbolicamente inaugurate dalla bandiera in titanio piantata sul fondale del Polo nel 2007, acquistano un valore concreto che prima non avevano[32]. Sulla rotta, però, l’effetto è opposto. Il controllo russo sulla Northern Sea Route poggia sull’Articolo 234 della Convenzione UNCLOS, che riconosce agli Stati costieri poteri speciali di regolamentazione nelle acque coperte da ghiaccio; ma è proprio il ghiaccio a costituire il presupposto della norma. Sciogliendosi la calotta, la base giuridica su cui Mosca fonda le proprie pretese rischia di dissolversi, aprendo un vuoto normativo che la Russia, perso l’appiglio legale, potrebbe essere tentata di colmare per altre vie[33]. Lo stesso fenomeno che rafforza l’accesso russo alle risorse del fondale ne indebolisce dunque la pretesa sulla rotta.

Le intenzioni americane sulla Groenlandia si spiegano anche in questo senso: le nuove basi coprirebbero il GIUK Gap (Greenland–Iceland–United Kingdom), il varco attraverso cui la Flotta del Nord accede all’Atlantico[34]. Detto ciò, l’isolamento diplomatico legato alla guerra ha costretto la Russia a cercare partner in un’area che tradizionalmente ha ritenuto di suo interesse esclusivo. Il partner d’elezione è stato la Cina.

La Cina

Pechino, d’altro canto, è l’unica delle tre a non avere un metro di costa artica, eppure è fortemente coinvolta nella competizione che ruota attorno alla regione. Il suo vantaggio non sta nell’estrazione in ambiente artico, dove non ha né esperienza né infrastrutture, ma nella raffinazione: controllando tra l’85 e il 90% della capacità mondiale di lavorazione delle terre rare[35], ha minore necessità di estrarre in prima persona, poiché gran parte della produzione deve comunque passare da lei per la trasformazione.

L’azienda cinese Shenghe Resources è entrata nel progetto Kvanefjeld nel settembre 2016, acquisendo una quota di minoranza nella società australiana titolare della licenza e un’opzione per salire fino al 60% del progetto, mai esercitata. Il sito, sul secondo deposito di ossidi di terre rare del mondo, assumeva così una dimensione geopolitica che prima non aveva. La vicenda si è chiusa nel 2021: la coalizione di governo groenlandese si è spaccata sul progetto, le elezioni anticipate hanno premiato il partito contrario all’estrazione in contesti ad alta concentrazione di uranio, e il parlamento ha approvato la legge che vieta lo sfruttamento di tali depositi, categoria in cui Kvanefjeld ricade. Formalmente una scelta ambientale, nata da una mobilitazione locale; il cui esito sostanziale è stato però l’esclusione dell’investitore cinese[36]. Un esito che dice meno sull’aggressività di Pechino e più sulla debolezza degli strumenti ordinari a disposizione di Copenaghen e Bruxelles.

La costruzione di questa influenza è frutto di un programma coerente e di lungo periodo. Osservatrice al Consiglio Artico dal 2013, con il Libro Bianco del 2018 la RPC si definisce “near-Arctic State”, rivendicando un ruolo nella governance regionale: una definizione priva di corrispondenza giuridica, che segnala però la volontà di inserirsi nel contesto pur senza collegamento geografico. Lo stesso documento inserisce l’area nella Belt and Road Initiative: l’Artico come “Polar Silk Road”[37].

È in seguito alla guerra in Ucraina che una Russia indebolita ha permesso alla Cina di subentrare in maniera più stabile. Interessata soprattutto alle risorse del sottosuolo per via dei propri fabbisogni di importazione, Pechino ha offerto a Mosca investimenti di lungo periodo, ottenendo così una via privilegiata verso il circolo artico. Non si tratta di superiorità finanziaria in assoluto, ma di una posizione di preminenza: nel 2023 le entità cinesi rappresentavano circa un quarto degli investimenti diretti esteri in Russia, la quota maggiore fra i partner rimasti[38].

Non va però sovrastimata la capacità di Pechino, che resta fuori area. Nel 2024, dopo un accordo con la Russia sul passaggio marittimo, la Cina ha inviato tre rompighiaccio nell’Artico: nulla di comparabile alla flotta russa, la più grande al mondo e l’unica con propulsione nucleare[39]. L’azione sembra avere un valore prevalentemente dimostrativo.

La Partnership Russo Cinese

L’invio dei tre rompighiaccio, gli interventi per l’acquisizione delle risorse e il più generale posizionamento politico delineano una filosofia del “piede nella porta”: una Cina pronta a intervenire in qualsiasi situazione le consenta di essere più presente nell’area. A Occidente ha incontrato opposizioni; a Oriente trova un punto di pressione più malleabile, complice l’isolamento diplomatico russo. Una lettura possibile è che i rapporti di forza siano duplici: sul piano geografico e militare è la Russia a concedere l’accesso, mentre su quello finanziario è la Cina, principale investitore rimasto, a dettare le condizioni[40].

Quella sino-russa nell’Artico è dunque una collaborazione con fragilità strutturali. Da un lato la geopolitica avvicina i due paesi e li costringe a cooperare; dall’altro, una Russia le cui pendenze con l’Occidente fossero risolte si troverebbe nella posizione di allentare l’influenza cinese. E poiché una competizione nell’area artica ci sarà comunque, data la collocazione degli Stati europei artici, del Canada e di riflesso degli USA, la Cina potrebbe in ogni caso fermarsi al puro investimento: Mosca è notoriamente restia ad accordi che implichino cessioni di sovranità, una sovranità che anzi considera in espansione in quest’area.

Gli obiettivi delle due potenze sono dunque complementari ma non uguali. La Cina vuole usare l’Artico per rafforzare la propria posizione sulle terre rare, e vuole ridondanza commerciale: tra settembre e ottobre 2025 la nave Istanbul Bridge ha inaugurato il primo servizio container regolare sulla Northern Sea Route, coprendo la Ningbo–Felixstowe in venti giorni contro i quaranta della via di Suez[41]. Sviluppare le capacità cargo dei porti nord-siberiani significa poter aggirare stretti come Bab el-Mandeb e Hormuz, collocati in aree instabili o presidiate da attori non allineati, un obiettivo che resta valido a prescindere dal posizionamento finale della Russia. È una situazione win-win: Pechino ottiene rotte e influenza industriale, Mosca non deve dismettere gli investimenti programmati e vede crescere il valore della propria costiera. Un win-win sul breve periodo, il cui esito resta però impossibile da prevedere, viste le troppe parti mobili coinvolte.

Conclusione

Per l’Occidente la situazione si potrebbe riassumere in un “divisi, ma uniti contro un nemico comune”. Le intromissioni finanziarie cinesi e la crescente pressione militare russa offrono obiettivi condivisi, ma da quelle risposte non nasce una politica comune, anzi, il posizionamento americano l’ha resa sempre più improbabile. All’interno dell’Europa stessa non c’è omogeneità: la Norvegia procede per conto proprio, la Danimarca si difende dalle mire americane, gli altri paesi hanno iniziato solo di recente a esprimere un interesse. Una politica coordinata non si intravede, come già rilevato dalla Corte dei conti europea[42].

A Oriente il breve periodo risulta più certo, seppur non privo di linee di frattura. La collaborazione tra Russia e Cina è strutturale e lo rimarrà. Il problema è che, con la militarizzazione crescente dell’Artico, la prevalenza russa potrebbe erodersi a favore dei paesi euro-atlantici, che pur non perfettamente coordinati dispongono dei mezzi finanziari e stanno investendo nella deterrenza. Una Russia indebolita avrebbe meno da offrire al partner: un controllo più incerto della regione ridurrebbe proprio ciò che Mosca porta al tavolo, l’accesso. La Cina, vedendo restringersi gli spazi, potrebbe allentare la collaborazione. Resta uno scenario fra i molti: sull’evoluzione della partnership incidono anche i prezzi delle materie prime, il regime sanzionatorio e le priorità interne cinesi.

Restano gli Stati Uniti, che di questo quadro sono al tempo stesso il principale motore e il principale ostacolo. L’impegno americano appare consistente, e i numeri già richiamati lo dicono meglio delle dichiarazioni. Il punto è che Washington non può riuscirvi da sola, per una semplice questione territoriale: gli Stati Uniti si affacciano sull’Artico solo dall’Alaska, e ogni altra posizione utile, la Groenlandia, l’Islanda, il Nord Atlantico, i mari di Barents e di Norvegia, appartiene a un alleato. Il GIUK Gap si chiama così proprio perché due delle tre lettere non sono americane. Senza il Canada non c’è NORAD, senza la Danimarca non c’è Pituffik, senza la Norvegia non c’è sorveglianza sulla Flotta del Nord, e senza la Finlandia non ci sono nemmeno i rompighiaccio.

Ed è qui che la postura attuale risulta controproducente. Sarebbe stato facile, per Washington, mettersi alla testa di un fronte europeo strutturalmente fratturato: una leadership consensuale sarebbe costata pochissimo. Invece la scelta è caduta sulla contrapposizione; e per quanto vada presa per quello che è ,ovvero massimalismo dichiarato e obiettivi reali più modesti, l’effetto è concreto: obbliga gli europei a spendere capitale politico per difendersi dall’alleato invece che per coordinarsi con lui, e trasforma obiettivi in larga parte comuni (tenere il capitale cinese fuori dalle miniere, sorvegliare la Flotta del Nord, accorciare le filiere delle terre rare) in altrettanti terreni di attrito. Il paradosso che chiude la vicenda è dunque questo: l’unico attore che avrebbe i mezzi per unificare il fronte occidentale è anche l’unico che, al momento, ne impedisce l’unificazione.

Sul futuro si possono avanzare tre ipotesi, in ordine decrescente di probabilità. La prima, e più verosimile, è la normalizzazione per esaurimento: il gruppo di lavoro chiude entro fine anno con un aggiornamento dell’accordo del 1951, qualche base in più, nessun trasferimento di sovranità, e la Groenlandia resta danese mentre le sue risorse passano comunque per società americane, esito che Washington avrebbe ottenuto senza bisogno di rompere nulla. La seconda è il congelamento: nessun accordo, pressione retorica che riemerge a ogni ciclo elettorale, europei che continuano a rafforzarsi in ordine sparso, un Artico occidentale efficace sul piano militare ma incapace di esprimere una politica comune sulle materie prime, e un Consiglio Artico che resta nell’inattività da cui siamo partiti, perché a nessuno converrebbe rianimarlo. È lo scenario peggiore, perché è esattamente quello in cui la combinazione sino-russa lavora meglio. La terza, la meno probabile ma non impossibile, è la rottura vera: un passo americano oltre la soglia simbolica della sovranità, con conseguenze sull’Alleanza che andrebbero ben oltre il circolo polare.

Il teatro artico risulta dunque nel breve periodo favorevole alla partnership russo-cinese, sia per capacità di coordinamento sia per i rapporti di forza specificamente artici, dove la flotta rompighiaccio russa resta senza eguali, pur restando l’Occidente in vantaggio sul piano economico complessivo. A parere di chi scrive, però, questo potrebbe cambiare rapidamente qualora si consolidasse l’asse occidentale, o anche solo quello europeo. Un fronte unito sulle risorse e sulle rotte permetterebbe di contrastare la Russia proprio dove è più esposta: le pretese sulla piattaforma continentale si rafforzano, quelle sulla Northern Sea Route si sgretolano man mano che il ghiaccio si ritira. Ed è forse questa la differenza che meglio riassume l’intera partita: mentre Occidente e Cina si contendono i minerali, Mosca punta soprattutto a monetizzare il transito e la posizione.


[1]Barry T. et al.; Can Exceptionalism Withstand Crises? An Evaluation of the Arctic Council’s Response to Climate Change and Russia’s War on Ukraine; Global Studies Quarterly, Oxford University Press, vol. 2 n. 3, 2022; https://academic.oup.com/isagsq/article/2/3/ksac042/6678853. La sospensione della partecipazione ai lavori del Consiglio da parte dei sette Stati artici occidentali risale al 3 marzo 2022.

[2]Istituto Affari Internazionali; Focus euroatlantico n. 10 (ottobre 2025 – gennaio 2026); IAI, 2026; https://www.iai.it/sites/default/files/pi_focus_10.pdf.

[3]Bird K.J. et al.; Circum-Arctic Resource Appraisal: Estimates of Undiscovered Oil and Gas North of the Arctic Circle; U.S. Geological Survey, Fact Sheet 2008-3049, 2008; https://doi.org/10.3133/fs20083049. I dati sono ripresi in Meloni G.; Nuova Strategia italiana per l’Artico; Governo Italiano, 2026.

[4]Pescetelli E.; Verso un dominio cinese nell’Artico?; Centro Analisi e Studi Italus, 2026; https://centrostudicasi.com/verso-un-dominio-cinese-nellartico/.

[5]Urbani Grecchi S.; Non solo Trump: la Groenlandia al centro di una “corsa all’Artico” globale; ISPI, 2025; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/non-solo-trump-la-groenlandia-al-centro-di-una-corsa-allartico-globale-202830, che riprende i rilievi del Geological Survey of Denmark and Greenland (GEUS), 2023.

[6]National Snow and Ice Data Center; 2025 Arctic sea ice minimum squeezes into the ten lowest minimums; NSIDC, 2025; https://nsidc.org/sea-ice-today/analyses/2025-arctic-sea-ice-minimum-squeezes-ten-lowest-minimums. Il dato è calcolato sul periodo 1979-2025 rispetto alla media 1981-2010; va segnalato che negli ultimi due decenni non si registra un trend statisticamente significativo nei minimi di settembre, e che le cause di tale appiattimento sono oggetto di dibattito nella comunità scientifica.

[7]Rantanen M., Karpechko A.Y., Lipponen A. et al.; The Arctic has warmed nearly four times faster than the globe since 1979; Communications Earth & Environment, vol. 3, art. 168, 2022; https://doi.org/10.1038/s43247-022-00498-3. Il rapporto di amplificazione artica misurato è pari a 3,8 volte la media globale sul periodo 1979-2021.

[8]Boniciolli P.; Terre rare: il dilemma artico; Osservatorio Artico, 2026; https://www.osservatorioartico.it/terre-rare-dilemma-artico/.

[9]Sul “quadro d’accordo” e sui successivi negoziati relativi alle basi si vedano Sky TG24; Groenlandia, cosa prevede l’accordo tra Trump e NATO; Sky TG24, 2026; https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/22/trump-groenlandia-accordo-nato; e Gli Usa negoziano con la Danimarca. Sul tavolo, tre nuove basi americane in Groenlandia; Sky TG24, 2026; https://tg24.sky.it/mondo/2026/05/12/usa-negoziano-groenlandia-tre-basi-usa. Per le reazioni danesi si veda Il Manifesto; Trump-Nato scritto sul ghiaccio, senza la Danimarca; Il Manifesto, 2026.

[10]Peschiera E.; La Norvegia accelera sulle terre rare; Osservatorio Artico, 2026; https://www.osservatorioartico.it/norvegia-terre-rare-fen/.

[11]Peschiera E.; La Norvegia accelera sulle terre rare; Osservatorio Artico, 2026; https://www.osservatorioartico.it/norvegia-terre-rare-fen/.

[12]Government of Canada; National Defence announces progress on the Arctic Over-the-Horizon Radar project; Department of National Defence, 2025; https://www.canada.ca/en/department-national-defence/news/2025/07/national-defence-announces-progress-on-the-arctic-over-the-horizon-radar-project.html.

[13]Government of Canada; Canada advances Arctic defence on Over-the-Horizon Radar capability through partnership with Australia; Defence Investment Agency, 2026; https://www.canada.ca/en/defence-investment-agency/news/2026/06/canada-advances-arctic-defence-on-over-the-horizon-radar-capability-through-partnership-with-australia.html.

[14]Meloni G.; Nuova Strategia italiana per l’Artico — messaggio del Presidente del Consiglio; Governo Italiano, 2026; https://www.governo.it/it/articolo/nuova-strategia-italiana-l-artico-il-messaggio-del-presidente-meloni/30781.

[15]Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; La Politica Artica Italiana; MAECI, 2026; https://www.esteri.it/it/temi/aree_geografiche/europa/artico/.

[16]Corte dei conti europea; Critical raw materials for the energy transition, Special Report 04/2026; ECA, 2026. Si veda inoltre Barata da Rocha M., Reverdy C.; Competing for inputs: how the European Union can improve critical raw materials supply security, Policy Brief 15/2026; Bruegel, 2026; https://www.bruegel.org/policy-brief/competing-inputs-how-european-union-can-improve-critical-raw-materials-supply-security. Sulla dipendenza europea dalle terre rare e sui controlli cinesi all’esportazione del 2025 si veda inoltre European Parliamentary Research Service; China’s rare-earth export restrictions; EPRS, 2025; https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2025/779220/EPRS_ATA(2025)779220_EN.pdf.

[17]Wolff G. B.; Greenland is not marginal: the US takeover threat is a strategic test for Europe; Bruegel, 2026; https://www.bruegel.org/first-glance/greenland-not-marginal-us-takeover-threat-strategic-test-europe.

[18]Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères; Groenland – Arrivée du consul général de France à Nuuk; France Diplomatie, 6 febbraio 2026; https://www.diplomatie.gouv.fr/fr/dossiers-pays/danemark/evenements/article/groenland-arrivee-du-consul-general-de-france-a-nuuk-06-02-26

[19]Del Guasto O.; Artico: il nuovo grande gioco; Fondazione Marisa Bellisario, 2026; https://www.fondazionebellisario.org/artico-il-nuovo-grande-gioco/.

[20]Urbani Grecchi S.; Groenlandia: geopolitica artica sotto pressione; ISPI, 2026; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/groenlandia-geopolitica-artica-sotto-pressione-227109.

[21]Del Guasto O.; Artico: il nuovo grande gioco; Fondazione Marisa Bellisario, 2026; https://www.fondazionebellisario.org/artico-il-nuovo-grande-gioco/.

[22]Humpert M.; Trump Revives Greenland Push, Citing Chinese and Russian Arctic Activity; gCaptain, 2026; https://gcaptain.com/trump-revives-greenland-push-citing-chinese-and-russian-arctic-activity/; si veda inoltre CNBC; Trump renews Greenland threats at NATO summit; CNBC, 2026; https://www.cnbc.com/2026/07/07/trump-nato-summit-greenland-us-troops-europe.html.

[23]Critical Metals Corp.; Greenland Government Approves Transfer of Final 50.5% of Tanbreez, Taking Critical Metals Corp. to 92.5% Ownership; Critical Metals Corp., 17 aprile 2026; https://www.criticalmetalscorp.com/greenland-government-approves-transfer-of-final-50-5-of-tanbreez-taking-critical-metals-corp-to-92-5-ownership/. L’approvazione è stata rilasciata dal Naalakkersuisut al termine di un processo istruttorio condotto dal Ministero delle Risorse Minerarie groenlandese; per il sostegno pubblico statunitense si veda Critical Metals Corp Secures US$120,000,000 LOI […] From the US Federal Government Bank (EXIM Bank); GlobeNewswire, 2025.

[24]The White House; Memorandum on the Construction of Arctic Security Cutters; 2025; https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/10/construction-of-arctic-security-cutters/; si veda inoltre Department of Homeland Security; Coast Guard Finalizes Contract for Five New Arctic Security Cutters; DHS, 2026; https://www.dhs.gov/news/2026/05/13/coast-guard-finalizes-contract-five-new-arctic-security-cutters.

[25]U.S. Government Accountability Office; Coast Guard Acquisitions: Further Cost and Affordability Analysis of Polar Fleet Needed; GAO-25-106822, 2024; https://www.gao.gov/products/gao-25-106822. Il GAO rileva uno scarto significativo fra il calendario indicato pubblicamente dalla Guardia Costiera e la baseline approvata del programma.

[26]HuffPost Italia; Perché Trump vuole la Groenlandia; HuffPost, 2026; https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/01/12/news/perche_trump_vuole_la_groenlandia-20939294/.

[27]Pescetelli E.; Verso un dominio cinese nell’Artico?; Centro Analisi e Studi Italus, 2026; https://centrostudicasi.com/verso-un-dominio-cinese-nellartico/.

[28]Paul M.; Russia’s Arctic Strategy through 2035: Grand Plans and Pragmatic Constraints; Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP), SWP Comment 57/2020; https://www.swp-berlin.org/10.18449/2020C57/. Lo studio rileva che i sottomarini lanciamissili balistici della Flotta del Nord rappresentano circa due terzi del deterrente nucleare navale russo.

[29]Del Guasto O.; Artico: il nuovo grande gioco; Fondazione Marisa Bellisario, 2026; https://www.fondazionebellisario.org/artico-il-nuovo-grande-gioco/.

[30]Boulegue M.; The Arctic Component of Russia’s New Maritime Doctrine; Wilson Center – Polar Institute, 2022; https://www.wilsoncenter.org/blog-post/no-17-arctic-component-russias-new-maritime-doctrine.

[31]Presidente della Federazione Russa; Strategia di sviluppo della Zona Artica della Federazione Russa e di garanzia della sicurezza nazionale fino al 2035, Decreto n. 645 del 26 ottobre 2020 (traduzione inglese non ufficiale a cura del Russia Maritime Studies Institute, U.S. Naval War College); e Dottrina Marittima della Federazione Russa, approvata il 31 luglio 2022. Per un’analisi si veda Boulegue M.; The Arctic Component of Russia’s New Maritime Doctrine; Wilson Center, 2022.

[32]Kraska J.; Russian Maritime Claims in the Arctic; Ocean and Coastal Law Journal, vol. 29 n. 2, 2024; https://digitalcommons.mainelaw.maine.edu/oclj/. Va segnalato che nel 2023 la Commissione delle Nazioni Unite sui limiti della piattaforma continentale ha validato parte delle rivendicazioni russe sui fondali dell’Oceano Artico centrale.

[33]Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), art. 234; Nazioni Unite, 1982. Sul dibattito dottrinale relativo all’interpretazione della norma in un Artico progressivamente libero dai ghiacci si vedano Bartenstein K., Solski J.; The ‘Due Regard’ of Article 234 of UNCLOS; Ocean Development & International Law, 2021; https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00908320.2021.1991866; e Gavrilov V.; Article 234 of the 1982 UNCLOS and reduction of ice cover in the Arctic Ocean; Marine Policy, Elsevier, 2019.

[34]Paul M.; Russia’s Arctic Strategy through 2035: Grand Plans and Pragmatic Constraints; Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP), SWP Comment 57/2020; https://www.swp-berlin.org/10.18449/2020C57/. Il documento descrive il concetto di “bastione” riattivato da Mosca, esteso dal Mare di Barents fino all’Islanda. Per la funzione di sorveglianza attribuita alle nuove basi statunitensi si veda inoltre Sky TG24; Gli Usa negoziano con la Danimarca; Sky TG24, 2026; https://tg24.sky.it/mondo/2026/05/12/usa-negoziano-groenlandia-tre-basi-usa.

[35]European Parliamentary Research Service; China’s rare-earth export restrictions; EPRS, 2025; https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2025/779220/EPRS_ATA(2025)779220_EN.pdf. Le stime sulla quota cinese di raffinazione variano fra le fonti: l’EPRS indica il 90%, mentre Del Guasto O.; Artico: il nuovo grande gioco; Fondazione Marisa Bellisario, 2026, si attesta attorno all’85%.

[36]Caixin; Even Before Trump’s Greenland Dreams, the Island Proved Tough for Chinese Miners; Caixin Global, 2025; https://caixinchinawatch.substack.com/p/free-to-read-even-before-trumps-greenland.

[37]Kong S.; China’s Arctic Policy & the Polar Silk Road Vision; Arctic Yearbook, 2018; https://arcticyearbook.com/images/yearbook/2018/Scholarly_Papers/24_AY2018_Kong.pdf. Il testo integrale del documento è in State Council Information Office of the People’s Republic of China; China’s Arctic Policy; Pechino, 26 gennaio 2018. La letteratura resta divisa fra chi legge l’impegno cinese come cooperativo e chi ne considera il linguaggio diplomatico incoerente rispetto alle pratiche effettive.

[38]UNCTAD, World Investment Report, dati ripresi in International Trade Portal; Foreign direct investment in Russia; 2025; https://www.lloydsbanktrade.com/en/market-potential/russia/investment. Nel 2023 le entità cinesi rappresentavano il 24% degli investimenti diretti esteri in Russia; va segnalato che gli investimenti provenienti dai cosiddetti “paesi amici” — Cina, India, Iran, Turchia e Stati del Golfo — sono a loro volta diminuiti nel 2024 per timore di sanzioni secondarie.

[39]Pescetelli E.; Verso un dominio cinese nell’Artico?; Centro Analisi e Studi Italus, 2026; https://centrostudicasi.com/verso-un-dominio-cinese-nellartico/.

[40]Sørensen C.T.N. et al.; Incompatible Strategic Cultures Limit Russian-Chinese Strategic Cooperation in the Arctic; Scandinavian Journal of Military Studies, 2023; https://sjms.nu/articles/10.31374/sjms.178. Gli autori rilevano che, con l’accrescersi dell’asimmetria di potere a vantaggio di Pechino, è probabile che la Cina si senta progressivamente titolata a dettare il tono del partenariato. Nello stesso senso, sulle barriere strutturali alla cooperazione, si vedano The Polar Journal; Sino-Russian Arctic cooperation: systemic pressure and historical distrust; 2025; e Polar Geography; ‘Limitless’ Sino-Russian Cooperation in the Arctic?; vol. 48 n. 3, 2025.

[41]Pescetelli E.; Verso un dominio cinese nell’Artico?; Centro Analisi e Studi Italus, 2026; https://centrostudicasi.com/verso-un-dominio-cinese-nellartico/.

[42]Corte dei conti europea; Critical raw materials for the energy transition, Special Report 04/2026; ECA, 2026. Si veda inoltre Barata da Rocha M., Reverdy C.; Competing for inputs: how the European Union can improve critical raw materials supply security, Policy Brief 15/2026; Bruegel, 2026; https://www.bruegel.org/policy-brief/competing-inputs-how-european-union-can-improve-critical-raw-materials-supply-security.

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