La presa di controllo del nord-est siriano da parte del governo di Ahmad al-Shara’a ha di fatto smantellato l’autonomia curda, aprendo una fase di transizione estremamente incerta. Questa ha portato ad un passaggio di consegne tra le Syrian Democratic Forces (SDF) e le nuove autorità centrali, che ha generato delle discontinuità nella gestione delle infrastrutture di detenzione e dei campi legati allo Stato Islamico.
Da qui la recente chiusura del campo di al-Hawl e l’imminente dismissione di al-Roj , che si configurano come una criticità di sicurezza primaria relativa alla potenziale perdita di tracciabilità di migliaia di individui radicalizzati.
L’analisi si propone di esaminare eventuali implicazioni per la sicurezza europea derivanti dalla volatilità del quadro siriano e dalla potenziale perdita di tracciabilità dei soggetti radicalizzati.
La transizione securitaria in Siria
Le SDF hanno rappresentato il principale perno militare nella lotta all’ISIS e hanno gestito sul terreno le conseguenze della sua sconfitta territoriale: contenimento delle cellule residuali, custodia dei detenuti e supervisione dei campi profughi popolati da familiari di combattenti dello Stato Islamico.
In questi contesti, hanno affiancato alle funzioni di sorveglianza e sicurezza interventi educativi e sociali di base, nel tentativo di mitigare l’influenza ideologica residua, pur in presenza di spazi in cui forme di autorità informale legate all’ideologia jihadista hanno continuato a sopravvivere.
La transizione, prevista dagli accordi del 30 gennaio[1], verso il controllo del governo centrale costituisce un passaggio estremamente delicato, poiché espone le infrastrutture legate allo Stato Islamico a vulnerabilità operative e informative. Allo stato attuale, Damasco non dispone ancora della capacità operativa né del patrimonio di intelligence accumulato dalle SDF negli anni, determinando un deficit di monitoraggio che l’ISIS può sfruttare per infiltrare i nuovi quadri di vigilanza o coordinare tentativi di evasione.
La riorganizzazione dell’ISIS nel contesto post-Assad
Lo Stato Islamico in Iraq e Siria (ISIS) non dispone più di un’entità territoriale statica dal 2019, a seguito della caduta di Baghuz nella Siria centro-orientale. Dopo la proclamazione del Califfato nel giugno 2014, l’ISIS contava oltre 80.000 combattenti, di cui più della metà foreign fighters[2]. Secondo le ultime stime del Director of National Intelligence (DNI) statunitense, oggi dispone tra i 1.500 e i 3.000 miliziani tra Siria e Iraq [3].
Dal rovesciamento di Assad nel dicembre 2024, i combattenti dello Stato Islamico hanno sfruttato il vuoto di potere per riorganizzarsi militarmente e strutturalmente, aumentando gli attacchi sul territorio siriano di circa il 50% [4] attraverso azioni di guerriglia a basso costo ma persistenti[5]. ISIS opera soprattutto nel nord-est (regione di Jazira), dove si trovano i principali centri di detenzione e campi profughi, e nella Badia siriana (deserto).
Nel breve termine, il rischio principale deriva dalla possibilità di sfruttare il vuoto di sicurezza generato dalla fase di transizione e dal parziale ritiro delle SDF. Le carceri e i campi rappresentano vulnerabilità strutturali: le prigioni contengono combattenti addestrati, mentre i campi concentrano giovani e donne esposti a radicalizzazione. Esperienze precedenti, come l’attacco alla prigione di al-Sina’a ad al-Hasakah nel 2022[6], hanno mostrato come le evasioni siano considerate dallo Stato Islamico come moltiplicatori di capacità operativa. Per questo motivo, le prigioni sono state gestite con misure straordinarie, come il trasferimento progressivo di migliaia di detenuti dell’ISIS dalla Siria all’Iraq concluso dagli Stati Uniti il 12 febbraio [7].
Inoltre, ISIS continua a utilizzare la propaganda come strumento di guerra asimmetrica. In contesti di instabilità, i messaggi jihadisti enfatizzano le debolezze delle istituzioni e la necessità di “azione”, creando percezione di opportunità operative e rafforzando reti locali di supporto. Nel medio-lungo termine, questa situazione potrebbe consentire all’ISIS di ricostituire un nucleo centrale operativo in Siria, riallacciare i legami con le province affiliate in Africa subsahariana [8] e Asia centrale [9] e attrarre nuovi Foreign Terrorist Fighters (FTF), alimentando così un circolo continuo di resilienza operativa e ideologica.
La chiusura dei campi profughi come fattori di instabilità
Il campo profughi di al-Hawl, storicamente uno dei principali centri dove erano trattenute le famiglie di uomini affiliati all’ISIS, è stato dichiarato chiuso dalle autorità siriane il 22 febbraio[10]. In precedenza al‑Hol ospitava oltre 24.000 persone, inclusi più di 6.000 stranieri di circa 40 nazionalità, di cui il 60% minori, elemento che già costituiva un importante fattore di vulnerabilità socio‑ideologica, considerata l’assenza di opportunità educative formali e servizi essenziali [11].
Secondo diverse fonti, tra cui un avviso interno all’Unione Europea[12], migliaia di persone sono fuggite dal campo nell’ultimo mese a seguito del convulso passaggio di consegne da parte delle SDF il 20 gennaio scorso. Sebbene il Ministero dell’interno siriano abbia dichiarato che la maggior parte degli individui allontanatisi illegalmente dal campo sia stata individuata e rilocalizzata in altre strutture [13], tali affermazioni non sono state confermate da fonti terze ed indipendenti e quindi non sono da considerarsi pienamente affidabili.
Questo è particolarmente rilevante da un punto di vista securitario, poiché ciò rappresenta una possibile perdita di tracciabilità su movimenti di individui radicalizzati con legami jihadisti.
Un ulteriore elemento critico riguarda il profilo generazionale della popolazione storicamente presente nel campo. I flussi di foreign fighters verso Siria e Iraq hanno coinvolto, sin dalle prime fasi del conflitto siriano, interi nuclei familiari, inclusi cittadini europei. Questo ha determinato la successiva presenza, ad al-Hawl, di minori cresciuti all’interno dell’ecosistema dello Stato Islamico, esposti precocemente a propaganda jihadista, violenza sistematica e a processi strutturati di socializzazione ideologica.
L’ISIS ha sviluppato il programma degli Ashbal al-Khilafah [14] (“cuccioli del Califfato”), un modello educativo-militare finalizzato alla formazione della futura generazione jihadista attraverso indottrinamento religioso e addestramento paramilitare di base, inclusa la familiarizzazione con armi e ordigni improvvisati (IED). I minori che tra il 2014 e il 2017 sono stati coinvolti o esposti a queste dinamiche sono oggi giovani adulti cresciuti quasi esclusivamente in ambienti di conflitto.
Venuta meno la dimensione territoriale, i campi profughi hanno garantito all’ISIS una sopravvivenza dottrinale, agendo da santuari ideologici. Le donne affiliate all’ISIS hanno svolto un ruolo attivo nel mantenimento della coesione identitaria e disciplinare attraverso forme di controllo sociale informale riconducibili all’apparato della Hisba (polizia morale), esercitando coercizione e indottrinamento su altri residenti.
Al-Hawl ha operato come un ecosistema di radicalizzazione, in cui fattori microsociali (traumi, detenzione, lutti), mesosociali (leadership informali e indottrinamento radicale) e macrosociali (Guerra civile siriana) hanno interagito tra loro in modo da garantire la persistenza dell’ideologia jihadista anche dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS.
In questa prospettiva, il campo di al-Hawl costituisce un precedente per la gestione di al-Roj, che continua ad ospitare nuclei familiari legati all’ISIS sotto il controllo delle SDF. È stata annunciata infatti anche la chiusura di questo campo, che ospita poche migliaia di persone, tra le quali diverse famiglie occidentali. Il dibattito è infatti emerso in Australia a seguito del tentativo di alcune famiglie di lasciare il campo e rientrare nel Paese, salvo essere fermate dalle autorità siriane e dall’assenza di Canberra nell’attuazione del rimpatrio.
Rischi e prospettive per la sicurezza europea
L’attuale situazione in Siria presenta rischi per la sicurezza europea, riconducibili in primo luogo all’effetto blowback, ovvero le conseguenze operative ed ideologiche prodotte dai FTF all’interno dei loro Stati di origine. Questo è una criticità accentuata dalla presenza di cittadini europei detenuti nei campi di al-Roj e quelli potenzialmente fuoriusciti da al-Hawl.
La gestione di questi ritorni rappresenta un dilemma strategico per gli Stati membri: la scelta tra il rimpatrio coordinato e il mantenimento della detenzione in Siria richiede un complesso compromesso tra le esigenze di sicurezza interna e la tutela dei diritti fondamentali, inclusi quelli dei minori nati e cresciuti in contesti di conflitto.
In questo contesto, la risoluzione del Parlamento Europeo [15] che invita gli Stati membri a rimpatriare i propri cittadini detenuti può essere analizzata, oltre che dal punto di vista politico, come un elemento di rilievo operativo. Il rimpatrio guidato e coordinato tra Stati europei si configurerebbe anche come uno strumento di “sovranità informativa”, monitorando individui potenzialmente pericolosi sotto la lente giurisdizionale nazionale, quando necessario, e sottoporre minori e soggetti vulnerabili a programmi di de-radicalizzazione, sottraendoli all’opacità siriana. Questo approccio potrebbe permettere una conciliazione tra la necessità di monitoraggio per motivi securitari e il rispetto degli obblighi giuridici internazionali, evitando che l’inerzia decisionale possa tradursi in un rientro incontrollato e potenzialmente utilizzato da organizzazioni terroristiche.
Tuttavia, è necessario misurare la strategia del rimpatrio controllato con il rischio che l’insufficienza di prove legali raccolte in teatri di guerra porti a scarcerazioni precoci, trasformando l’impunità giudiziaria in una nuova vulnerabilità interna. L’esperienza giudiziaria europea mostra infatti quanto sia complesso convertire l’intelligence di campo in prove ammissibili, a causa dell’assenza di una mutua assistenza giudiziaria (MLA) con Damasco, della sovra-classificazione dei materiali militari e dell’impossibilità di raccogliere testimonianze secondo standard processuali adeguati [16]. Oltre all’aspetto legale, bisogna considerare anche le sfide sociali e politiche. Sul piano sociale vi è la necessità di programmi di reintegrazione e de-radicalizzazione efficaci per evitare la diffusione dell’ideologia, soprattutto nelle carceri europee. La problematica riscontrata dagli esperti è però nella mancanza di un “modello universale” di de-radicalizzazione, difficilmente applicabile ad individui con storie differenti e che richiede una prospettiva a lungo termine[17].
Dal punto di vista politico la gestione dei rimpatri espone i governi ad una difficile gestione del consenso, in quanto l’opinione pubblica europea è in gran parte contraria alla reintegrazione dei FTF e ciò rappresenta per i governi europei un importante costo politico[17].
Al tempo stesso, è importante sottolineare che la gestione dei FTF e dei cittadini stranieri detenuti, infatti, può conferire al governo siriano una leva politica significativa nei confronti dell’Europa, rendendo la cooperazione sui rimpatri uno strumento di negoziazione diplomatica.
In conclusione, l’instabilità siriana rende necessario concentrare l’attenzione su due fronti strettamente collegati:
- rischio operativo: legato all’eventuale evasione di combattenti e il rientro incontrollato di soggetti radicalizzati e/o addestrati che potrebbero sfruttare le rotte migratorie per un’infiltrazione nei Paesi europei, nonostante sia importante specificare che non vi sia implicazione automatica tra terrorismo e migrazioni [18]. Il rischio è aggravato dal possibile rientro di giovani adulti che sono cresciuti sotto il programma Ashbal al-Khilafah e di minori nati in un contesto bellico o in campi profughi ad alto rischio di radicalizzazione, non conoscendo quindi ambienti al di fuori di quello jihadista.
- rischio ideologico: una recrudescenza, anche simbolica, delle attività dell’ISIS potrebbe rinvigorire la propaganda online, oggi potenziata dall’uso di intelligenza artificiale generativa. Questo offre nuovi stimoli ai processi di radicalizzazione dei c.d. “lupi solitari”, che tendono a reagire ai segnali di vitalità provenienti da teatri di conflitto. Inoltre, un eventuale rientro di soggetti che hanno vissuto in prima persona l’esperienza del Califfato può rafforzare la narrazione jihadista.
BIBLIOGRAFIA
[1] «Siria, raggiunto l’accordo tra governo e curdi: integrazione militare e amministrativa», Sky TG24, 30 gennaio 2026. https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/30/siria-curdi-accordo-integrazione
[2] A. Shtuni, «The Islamic State in 2025: an Evolving Threat Facing a Waning Global Response», ICCT. https://icct.nl/publication/islamic-state-2025-evolving-threat-facing-waning-global-response
[3] «Islamic State of Iraq and ash-Sham (ISIS)», Director of National Intelligence (DNI).: https://www.dni.gov/nctc/terrorist_groups/isis.html
[4] Institute for Economics & Peace, «Global Terrorism Index 2025», 2025.
[5] «Islamic State Wages a Guerrilla Insurgency Throughout Eastern Syria», The Soufan Center, ott. 2025. https://thesoufancenter.org/intelbrief-2025-october-28/#:~:text=Islamic%20State%20Wages%20a%20Guerrilla%20Insurgency%20Throughout%20Eastern%20Syria,-(AP%20Photo%2FBernat&text=After%20the%20fall%20of%20Assad,force%20of%20several%20thousand%20fighters.
[6] J. L. Weiss, «Al-Hasakah Prison Break Sparks Fear of Islamic State Resurgence in Iraq», Jamestown, ott. 2022. https://jamestown.org/al-hasakah-prison-break-sparks-fear-of-islamic-state-resurgence-in-iraq/
[7] «U.S. Forces Complete Mission in Syria to Transfer ISIS Detainees to Iraq», US CENTCOM, feb. 2026. https://www.centcom.mil/MEDIA/PRESS-RELEASES/Press-Release-View/Article/4406293/us-forces-complete-mission-in-syria-to-transfer-isis-detainees-to-iraq/
[8] D. Basabe, «Ghost of the Caliphate: How Africa Became the Global Epicenter of the Islamic State», Geopolitical Monitor, ago. 2025. https://www.geopoliticalmonitor.com/ghost-of-the-caliphate-how-africa-became-the-global-epicenter-of-the-islamic-state/
[9] G. Battiston, «Oltre l’Afghanistan: cos’è e cosa vuole lo Stato Islamico nel Khorasan», apr. 2024, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/oltre-lafghanistan-cose-e-cosa-vuole-lo-stato-islamico-nel-khorasan-168323
[10] «A notorious camp in Syria tied to alleged IS families is emptied as final convoy departs», AP NEWS, 22 febbraio 2026. https://apnews.com/article/syria-camp-alhol-islamic-state-emptied-6527081227b4aec678b58355a3c8c3b3
[11] «NEWS QUOTE: Supplies running out for 24,000 people in Syria’s Al-Hol camp with aid routes blocked», Save The Children, gen. 2026. https://www.savethechildren.net/news/news-quote-supplies-running-out-24000-people-syrias-al-hol-camp-aid-routes-blocked
[12] «EU memo raises security concerns over mass escape from IS-linked Syria camp», Reuters, 24 febbraio 2026. https://www.reuters.com/world/middle-east/eu-memo-raises-security-concerns-over-mass-escape-is-linked-syria-camp-2026-02-24/
[13] «Syrian Interior Ministry says most who left al-Hol camp illegally have been returned», Syrian Arab News Agency, 26 febbraio 2026. https://sana.sy/en/syria/2298844/
[14] T. Hamming e A. Amarasingam, «THE CENTER FOR JUSTICE & ACCOUNTABILITY».
[15] «Strasburgo chiede agli Stati membri di rimpatriare i propri cittadini detenuti nei campi dell’ISIS in Siria», Eu News, 12 febbraio 2026. https://www.eunews.it/2026/02/12/strasburgo-chiede-agli-stati-membri-di-rimpatriare-i-propri-cittadini-detenuti-nei-campi-dellisis-in-siria/
[16] «Eurojust Memorandum on Battlefield Evidence», EUROJUST, 2020.
[17] A. Hoffman e M. Furlan, «CHALLENGES POSED BY RETURNING FOREIGN FIGHTERS», 2020.
[18] M. Demuynck e T. Renard, «Conceptualising and Addressing the Migration-Terrorism Nexus: Literature Review, Case Studies, and Policy Recommendations», International Centre for Counter Terrorism, lug. 2025. doi: 10.19165/2025.6672.

