LA GUERRA CIVILE SUDANESE E LA REGIONALIZZAZIONE DEL CONFLITTO

Finanziamenti esterni, competizione nel Mar Rosso e impatto dei conflitti contemporanei

Dal 15 aprile 2023, il Sudan è attraversato da una guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate da al-Burhan, e Rapid Support Forces (RSF), guidate da Hemedti. La guerra è ormai un sistema multilivello alimentato da sponsor esterni, economie di guerra e frammentazione locale; si caratterizza per una complessa combinazione di fattori: competizione per il potere, oro, eterogeneità etno-culturale, armi, sponsor esterni e controllo di corridoi logistici.

In questa fitta rete di elementi, il presente elaborato si focalizza sulla guerra per procura che gli attori esterni stanno conducendo in territorio sudanese; alcuni dei Paesi che elargiscono armi, fondi e addestramento alle fazioni sudanesi, infatti, sono oggi impegnati direttamente in conflitti che riguardano i propri territori. In questo contesto, si analizzano i legami tra Sudan e Iran, Paesi del Golfo e Russia, comprendendo le dinamiche di influenza e gli interessi di questi ultimi nel territorio africano.

Alla genesi dello scontro: da al-Bashir alla guerra civile

Il Sudan rappresenta un vero e proprio laboratorio per lo studio dei colpi di Stato. È da tempo teatro di tensioni in ambito politico e sociale e, dalla sua indipendenza nel 1956, ha subito oltre 15 colpi di Stato militari[1].  Di particolare importanza fu quello del 1989, con il quale salì al potere il generale al-Bashir; durante il suo governo gestì due guerre civili: quella in Sud Sudan, dove inviò le truppe SAF per placare le rivolte indipendentiste; e quella in Darfur, in cui vennero inviate a gestire la crisi delle milizie paramilitari denominate Janjaweed.

Le RSF rappresentano l’ultima versione di una forza combattente spesso impiegata dal governo del Sudan sin dai primi anni ’80: uomini nomadi del Ciad orientale e della regione del Darfur che, originariamente, erano stati armati dalla Libia e dal Sudan per fungere da truppe ausiliarie in Ciad. Proclamata una tregua nel conflitto ciadiano, le milizie erano già impegnate in un’altra guerra civile, questa volta tra il governo centrale di Khartoum e i ribelli dell’Esercito di Liberazione Popolare Sudanese. Nel 2003, una serie di vittorie ribelli, spinse i servizi segreti militari sudanesi a riunire i nomadi arabi, denominati Janjaweed, in una forza più centralizzata ed efficace. Con il sostegno di al-Bashir, i Janjaweed, fino ad allora coordinati in modo informale, sono stati formalmente organizzati sotto la bandiera delle RSF nel 2013. Da allora, le RSF sono state impiegate come forza di guardia di frontiera, mercenari per la coalizione saudita nella guerra in Yemen e forza di sicurezza a pagamento per reprimere le rivolte popolari. Il leader delle RSF, Mohamed Dagalo Hemedti, è diventato uno degli uomini più ricchi del Sudan assumendo il controllo delle miniere d’oro[2].

 Un’inchiesta di Reuters[3] ricostruisce l’ascesa economica di Hemedti, evidenziando come il controllo del settore aurifero sudanese abbia rappresentato il principale motore della sua crescita politica e militare. Secondo l’articolo, nel 2018, mentre al-Bashir affrontava una grave crisi economica e politica, concesse alla società Algunade (Al Junaid), riconducibile alla famiglia di Hemedti, ampia libertà nella commercializzazione dell’oro sudanese. Reuters riferisce che Algunade trasportava regolarmente lingotti d’oro per milioni di dollari verso Dubai, principale destinazione del commercio aurifero sudanese. Una parte dei proventi derivanti dalla vendita dell’oro sarebbe stata utilizzata per finanziare direttamente le RSF, consentendo l’acquisto di veicoli, armamenti e altre attrezzature militari. Hemedti avrebbe quindi costruito parallelamente una propria rete economica autonoma fondata sul controllo delle miniere e del commercio dell’oro.

Inizialmente le RSF erano sotto l’autorità dei Servizi nazionali di intelligence e sicurezza, ma una legge del 2017 ha fatto entrare le RSF a far parte delle SAF e sotto il comando del presidente[4].

            Quando, nel 2019, il popolo sudanese insorse contro al-Bashir a causa del caro vita e delle condizioni economiche del Paese, il generale al-Burhan, insieme a Hemedti, sfruttò la situazione per deporre il vecchio governo e instaurarne uno nuovo. Hemedti fu il suo braccio destro per circa tre anni ma, nell’aprile 2023, a seguito di scontri nella decisione di integrare le RSF nelle SAF[5], le due fazioni sono entrate in conflitto, iniziando una guerra interna che oggi è tra le più sanguinose al mondo. Il nodo non era tecnico ma politico: l’integrazione avrebbe determinato se le RSF sarebbero rimaste un centro autonomo di potere o sarebbero state subordinate alle SAF.

            Nel 2026 siamo entrati nel terzo anno di guerra ma, parallelamente alle fazioni che si scontrano a livello nazionale è possibile distinguere un ulteriore livello del conflitto: ci sono una moltitudine di milizie su scala locale che non sono collocabili nemmeno dal punto di vista geografico e che stanno con una fazione o con l’altra sulla base di un’analisi costi-benefici.

Secondo la EU Agency for Asylum[6], le SAF controllano il nord e l’est del Paese, compreso Port Sudan; a partire da marzo 2025, ha inoltre riconquistato la capitale Khartoum. Le RSF esercitano invece il controllo sulla maggior parte dei territori in Darfur, ad eccezione di alcune aree del Darfur settentrionale, e mantengono una presenza significativa nel Kordofan, oltre a controllare importanti corridoi logistici verso Chad e Libia.

Regionalizzazione del conflitto: dal Sahel ai Paesi del Golfo

Il conflitto iniziato all’interno del Sudan si è presto caratterizzato da una forte regionalizzazione, ossia dal coinvolgimento non solo degli Stati limitrofi, ma anche di alcuni Pesi extra-regionali che hanno particolari interessi nel territorio sudanese. Tra i principali sponsor delle RSF figurano gli Emirati Arabi Uniti[7], nonostante neghino di dare qualsiasi tipo di supporto, insieme alla Libia e all’Etiopia. A sostegno delle SAF ci sono invece Egitto, Arabia Saudita ed Eritrea. Circa sei mesi dopo l’inizio della guerra, le autorità autoproclamate ma non riconosciute di Port Sudan, governo a guida SAF, hanno riallacciato i rapporti con l’Iran, tra i principali fornitori di droni e munizioni[8]. La presenza islamista ha anche portato nel conflitto Turchia e Qatar dalla parte di Port Sudan. Dalla parte opposta, le armi dei miliziani delle RSF vengono invece comprate grazie all’aiuto degli Emirati e, molte di esse, provengono probabilmente da commerci legali emiratini con l’occidente.

Ognuno di questi attori si trova in Sudan con interessi precisi. Gli Emirati Arabi Uniti e, in una certa misura, l’Arabia Saudita, hanno percepito l’ascesa dei Fratelli Musulmani nella regione come una minaccia imminente alla loro stabilità. L’espansione della competizione regionale oltre i confini tradizionali ha accresciuto l’importanza strategica del Corno d’Africa e, il Sudan, grazie alla sua posizione geografica e ai legami identitari con i movimenti islamisti regionali, è diventato uno dei principali obiettivi di una politica proattiva soprattutto emiratina. Le due monarchie del Golfo vedono nel Sudan un attore chiave da un punto di vista geopolitico -accesso al Mar Rosso e vicinanza al Sahel, ma anche un corridoio tra il Mediterraneo e l’Africa Subsahariana. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno dunque rafforzato la loro presenza in Sudan, sviluppando il rapporto attraverso un impegno sia militare che politico, in particolare nel contesto della crisi yemenita. Dal 2019, le due monarchie hanno scelto di sostenere fazioni diverse all’interno dell’apparato di sicurezza e di potere sudanese, instaurando una guerra per procura per ottenere l’influenza regionale. Questo sostegno esterno ha esacerbato la competizione interna, in particolare tra RSF e SAF. Riyadh, in collaborazione con l’Egitto, ha mantenuto stretti legami con al-Burhan, mentre Abu Dhabi si è schierata con Hemedti. La situazione si è deteriorata rapidamente tra il 2022 e il 2023, portando allo scoppio della guerra[9]

Egitto ed Eritrea, essendo confinanti del Sudan, sono interessati a mantenere la sicurezza nella regione. In particolar modo, l’Egitto rimane uno dei maggiori sostenitori delle SAF, spinto da profondi legami militari, dall’ansia per la crescente influenza degli Emirati Arabi Uniti nella regione, dalle preoccupazioni relative ai flussi di rifugiati e alla possibile espansione del conflitto. Le SAF e la leadership militare egiziana vantano una relazione militare di lunga data e condividono interessi regionali, tra cui la cooperazione sulla Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD), che entrambi i Paesi considerano una minaccia al loro accesso al Nilo[10].

Dal lato opposto, anche l’Etiopia è sempre più coinvolta nel conflitto in Sudan, accogliendo flussi migratori e fornendo un rifugio sicuro per l’addestramento delle RSF all’interno dei propri confini. Tale sostegno deriva in parte dalla volontà di controbilanciare l’appoggio dell’Egitto alle Forze armate sudanesi e dal sostegno di queste ultime a gruppi paramilitari etiopi come il Fronte di liberazione del popolo del Tigray. Alcuni analisti ipotizzano che le RSF abbiano, in cambio, promesso concessioni relative all’Etiopia sulla diga GERD, posizionandosi come alleate contro l’alleanza tra Egitto e SAF[11].

Il Qatar vede invece nel Sudan l’opportunità per accrescere la propria influenza regionale; già prima delle Primavere Arabe, l’emirato aveva avviato una politica estera proattiva volta ad accrescere la propria visibilità internazionale e la propria autonomia regionale rispetto a vicini potenti come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. La caduta di al-Bashir ha portato poi il Qatar a rivalutare la propria strategia in Sudan, adottando un approccio più discreto e rivolgendosi alla popolazione piuttosto che alle élite sudanesi. Dal 2019, il Paese ha dunque indirizzato la maggior parte dei propri aiuti alle comunità del Darfur[12].

La Libia utilizza principalmente reti logistiche per rafforzare l’alleanza con gli Emirati e per mantenere il confine meridionale in sicurezza. La Turchia è invece parte del conflitto per proiettare la propria influenza sul Mar Rosso. Infine, l’Iran si trova in Sudan con lo scopo di ristabilire una presenza strategica nel Mar Rosso, acquisire partner nel Corno d’Africa, aumentare la proiezione regionale e contrastare l’influenza di Arabia Saudita e Stati Uniti.

Non è da sottovalutare nemmeno la presenza russa che ha un duplice obiettivo: arrivare alla creazione di una base navale a Port Sudan e mantenere i traffici illegali di oro[13] gestiti da Africa Corps e che permettono al Cremlino di finanziare la guerra in Ucraina. Nonostante la guerra in corso nel suo territorio, anche l’Ucraina nel 2023 ha inviato una squadra delle proprie forze speciali per aiutare al-Burhan contro Hemedti.

Le implicazioni di questi attori esterni sono dunque esemplificative di come il Sudan sia in realtà un territorio di scontro per procura tra potenze, che sfruttano la guerra civile e le alleanze sudanesi per affermare nuovi equilibri di potenza.

Dalle armi alla logistica: come gli sponsor esterni mantengono viva la guerra

I Paesi sopra citati non si limitano ad un supporto meramente politico o ideologico ma contribuiscono materialmente alla guerra civile sudanese. Tra i maggiori contributori, spiccano i droni iraniani, le armi russe ed emiratine e il supporto logistico libico.

La geografia del Sudan, generalmente pianeggiante, favorisce gli attacchi con droni e le operazioni di sorveglianza, poiché le possibilità di riparo sono limitate[14]. I droni armati di fabbricazione iraniana hanno contribuito a modificare gli equilibri del conflitto a favore delle SAF. Secondo fonti militari sudanesi, diplomatiche e regionali consultate da Reuters[15], l’acquisizione di dispositivi UAV iraniani ha consentito all’esercito di arrestare l’avanzata delle RSF e di riconquistare aree strategiche nei pressi della capitale Khartoum. Secondo un’inchiesta della CNN[16], dalla parte opposta, il gruppo Africa Corps avrebbe fornito un sostegno militare alle RSF, contribuendo ad accrescere le capacità operative delle milizie durante le prime fasi della guerra civile sudanese. Le forniture avrebbero incluso missili terra-aria, trasferiti attraverso basi controllate dal generale libico Khalifa Haftar nella Libia orientale.

Anche gli Emirati Arabi Uniti svolgono un ruolo chiave, nonostante lo neghino ufficialmente. Dal 2023 sta dando il proprio sostegno alle RSF fungendo sia da fornitore che da finanziatore, attraverso armi e combattenti. Aerei cargo provenienti da Abu Dhabi, che spesso transitano attraverso gli aeroporti di Bosaso in Somalia e Berbera nel Somaliland, atterrano nella Libia orientale e in Ciad, nonché all’aeroporto di Nyala, la capitale del Darfur meridionale, controllata dalla RSF. Nonostante l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, gli Emirati Arabi Uniti continuano a fornire armi e competenze militari, ospitando anche entità responsabili della propaganda digitale delle RSF. Già prima della guerra erano state individuate negli Emirati le “fabbriche di troll” all’origine dei messaggi online delle RSF, e Facebook aveva rimosso alcuni account che violavano le sue politiche[17]. 

Allo stesso modo, l’Arabia Saudita ha sostenuto politicamente e finanziariamente le SAF, procurandogli anche armi avanzate, molte delle quali sembrerebbero provenire dal Pakistan[18]; anche la Turchia aiuta le SAF con la fornitura di droni[19].

Esistono poi una serie di Stati confinanti o regionali che, pur non essendo fornitori diretti, facilitano il conflitto, consentendo transiti, addestramento e supporto logistico. Secondo Chatham House[20], l’Egitto appoggia le SAF e ha integrato le proprie reti commerciali nell’economia di guerra sudanese. L’Eritrea avrebbe ospitato e addestrato milizie filo-SAF nel Sudan orientale, aiutando l’esercito a riconquistare il Sudan centrale e Khartoum dalle mani delle RSF. L’Etiopia avrebbe invece consentito che il proprio territorio venisse utilizzato per addestrare combattenti delle RSF.

Ci sono infine Libia e Ciad che offrono alle fazioni in guerra supporto logistico, offrendo il loro territorio per facilitare i movimenti transfrontalieri di combattenti, armi e materiali.

Il conflitto in Iran e le sue implicazioni: indebolimento o rafforzamento delle SAF?

Tra i conflitti contemporanei, particolare attenzione va a quello in corso in Iran. La lunga e intricata storia tra Sudan e Iran fa sì che la guerra in corso si ripercuota con forza sul panorama politico sudanese.

La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha drasticamente ridotto il margine di manovra del Sudan nel quadro del suo rinnovato rapporto con Teheran. Al-Burhan è consapevole dei rischi di apparire allineato con l’Iran. Gli Stati Uniti hanno infatti nominato la Fratellanza Musulmana sudanese, schierata con le SAF, come Organizzazione Terroristica Globale Specialmente Designata, accusandola di esecuzioni di massa, uccisioni a sfondo etnico e di ricevere addestramento e sostegno dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.

La guerra tra Iran e Stati Uniti e Israele ha messo in luce la fragilità dell’equilibrio del Sudan, stretto tra la dipendenza dalle armi iraniane, la necessità del sostegno politico e finanziario del Golfo e la vulnerabilità alle sanzioni statunitensi.

Iran e Arabia Saudita riforniscono le SAF rispettivamente di droni e armi e finanziamenti. Sono tra i principali promotori del conflitto in Sudan ma, al contempo, sono occupati nella guerra nel Golfo: l’Iran in modo diretto, essendo lo scontro sul suo territorio; l’Arabia Saudita come alleato statunitense e dunque come possibile bersaglio.

Date le ripercussioni economiche e securitarie della guerra nel Golfo, è possibile che sia l’Arabia Saudita che l’Iran si concentrino sulla propria sicurezza nell’immediato futuro; gli sviluppi futuri sono tuttavia incerti a causa del memorandum d’intesa recentemente proposto dal Presidente Trump e dall’eventuale accordo di pace che si potrebbe andare a configurare.

In uno scenario migliorativo, la guerra in Iran potrebbe portare ad un rallentamento dei flussi di armi e denaro e in un indebolimento del sostegno diplomatico o del patrocinio su cui le parti in conflitto facevano affidamento per sopravvivere; una minore disponibilità di risorse esterne potrebbe ridurre l’ossigeno che alimenta l’escalation per procura.

In uno scenario peggiorativo, la dimostrata vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, potrebbe indurre le potenze globali e regionali a rivalutare punti d’appoggio marittimi alternativi, amplificando l’interesse per la costa sudanese sul Mar Rosso. Gli Stati del Golfo, l’Egitto, la Turchia e la Russia hanno infatti corteggiato Khartoum per ottenere l’accesso al porto o i diritti di stazionamento, riflettendo l’intensificarsi della competizione per l’influenza lungo questo corridoio critico[21]. In questo scenario, la guerra per procura in Sudan potrebbe protrarsi fino al raggiungimento di accordi per esercitare influenza esterna su Port Sudan.

L’influenza russa tra oro e Port Sudan

Nella guerra civile sudanese, l’oro rappresenta uno dei principali carburanti economici della guerra, che finanzia entrambe le parti e collega il conflitto a reti transnazionali di commercio, contrabbando e approvvigionamento militare. L’oro è diventato la risorsa che permette alla guerra di continuare. Attraverso Dubai, passa una quota significativa del metallo nobile sudanese, che viene immesso nei mercati internazionali. 

Uno degli attori esterni più rilevanti presenti in Sudan con l’obiettivo di sfruttare le ingenti risorse d’oro del territorio è la Russia, attraverso Africa Corps. Questa organizzazione paramilitare, pur essendo privata, si caratterizza per essere molto vicina al Ministero della Difesa russo. Africa Corps viene infatti creata da Mosca nel 2023, a seguito del fallito colpo di stato tentato dalla Wagner e alla morte di alcune figure di spicco dell’organizzazione. Fu creata per svolgere compiti simili a quelli di Wagner, ma molto più vicino alla politica estera russa[22].

Reti Wagner erano presenti in Sudan dal dicembre 2017[23] per fornire sostegno politico e militare all’allora presidente Omar al-Bashir. Le loro attività in Sudan sono tuttavia proseguite anche dopo il colpo di Stato dell’aprile 2019 che ha destituito al-Bashir dal potere. Hanno poi sostenuto il colpo di Stato militare del 2021, che ha portato al potere un governo più interessato a continuare a rafforzare i legami con la Russia. Dopo il 2023, parte di queste reti è stata riassorbita o riorganizzata nella cornice Africa Corps, mantenendo un atteggiamento flessibile e opportunistico sotto il governo di transizione.

La presenza russa si manifesta in Sudan per due principali obiettivi: ottenere un’eventuale base navale nel Mar Rosso ed estrarre l’oro e contrabbandarlo per ottenere i contributi necessari ad attenuare le sanzioni internazionali dopo l’invasione dell’Ucraina e finanziare la guerra. Contestualmente, la strategia russa si sostanzia nel supporto alle RSF e a Hemedti per i flussi di oro, e alle SAF per ottenere influenza sul Mar Rosso, nonostante questo sia un obiettivo ad oggi non definitivamente consolidato. Dallo scoppio della guerra civile si vede infatti come, da un lato, la Russia abbia offerto aiuto militare all’esercito regolare sudanese, autorità che controlla Port Sudan; dall’altro, i mercenari che formalmente non agiscono in nome del Cremlino, stanno aiutando i paramilitari con il rifornimento di armi in cambio di oro proveniente dai giacimenti sotto il controllo delle RSF. Secondo Amnesty International, le armi da fuoco russe sono ampiamente utilizzate da entrambe le parti[24].

            L’interesse russo in Sudan è evidente ed è possibile che la strategia russa nel territorio africano sia di lungo periodo. In un plausibile scenario peggiorativo, la Russia e Africa Corps continueranno con l’ambigua strategia di supporto a entrambe le fazioni. Da un lato, l’equilibrio che è stato instaurato con le RSF– flussi di oro in cambio di finanziamento e addestramento, giova a entrambe le parti. D’altra parte, il potere navale rimane una priorità strategica russa[25] e sarà molto improbabile che il Cremlino abbandoni l’obiettivo della base navale a Port Sudan. L’influenza nel Mar Rosso consentirebbe a Mosca di esercitare maggiore potere in Africa, rafforzando la catena logistica di Africa Corps nel Sahel e in Africa Centrale. La presenza stabile a Port Sudan garantirebbe inoltre una capacità di intervento su una delle principali rotte marittime a livello mondiale, esercitando una forte influenza sui flussi commerciali[26].

In conclusione, la guerra civile sudanese è caratterizzata da una forte regionalizzazione, in cui le parti implicate hanno particolari interessi a sostenere una fazione piuttosto che un’altra. Il Sudan non è solo una guerra tra due generali né una pura guerra per procura: è una lotta per lo Stato sudanese che si è trasformata in moltiplicatore regionale di instabilità.


[1]Background: Sudan Crisis, UN Regional Information Centre for Western Europe, 14 gennaio 2024, https://unric.org/en/background-sudan-crisis .

[2] Civil War in Sudan, Center for Preventive Action, 8 maggio 2026. https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/power-struggle-sudan .

[3] Abdelaziz K., Georgy M., El Dahan M., Exclusive: Sudan militia leader grew rich by selling gold, Reuters. 26 novembre 2019. https://www.reuters.com/article/us-sudan-gold-exclusive/exclusive-sudan-militia-leader-grew-rich-by-selling-gold-idUSKBN1Y01DQ/ .

[4] Volle A., Rapid Support Forces, Encyclopedia Britannica, 25 giugno 2026. https://www.britannica.com/topic/Rapid-Support-Forces .

[5] Pichon E., De Martini A., Sudan Crisis: Developments and Implications, European Parliamentary Research Service, maggio 2023. https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2023/747884/EPRS_ATA%282023%29747884_EN.pdf

[6] EUAA, 2.1. Map: areas of control and influence, Country Guidance: Sudan, giugno 2025. https://www.euaa.europa.eu/country-guidance-sudan/21-map-areas-control-and-influence

[7] ADF Staff, Report: Iranian Weapon Deliveries Back Sudanese Armed Forces, Africa Defense Forum, 4 dicembre 2024, https://adf-magazine.com/2024/11/report-iranian-weapon-deliveries-back-sudanese-armed-forces/

[8] Ibid.

[9] Donelli F., Sudan’s Civil War and the Gulf Chessboard, ISPI, 30 aprile 2025. https://www.ispionline.it/en/publication/sudans-civil-war-and-the-gulf-chessboard-207431

[10] Dent A., A War Not So Forgotten: How External Powers Continue to Prolong Sudan’s Civil War, Georgetown Security Studies Review, 7 aprile 2026, https://gssr.georgetown.edu/the-forum/regions/africa/a-war-not-so-forgotten-how-external-powers-continue-to-prolong-sudans-civil-war

[11]  Ibid.

[12] Donelli F., Pericoli A., Foreign Aid, Identities and Interests: Qatar and the UAE in Sudan, The International Spectator, 60:3, 57-79, 2025. https://arts.units.it/retrieve/abdf66f7-f13b-4d6b-877a-dbd09648da85/Foreign%20Aid%20%20Identities%20and%20Interests%20%20Qatar%20and%20the%20UAE%20in%20Sudan.pdf .

[13] Sharov B., Expanding Influence: Russia’s Involvement in Sudan Amid the War in Ukraine, ISPI, 2026. https://www.ispionline.it/en/publication/expanding-influence-russias-involvement-in-sudan-amid-the-war-in-ukraine-238002 .

[14] Kathryn Tyson, Drones Over Sudan: Foreign Powers in Sudan‘s Civil War, Critical Threats Project, 27 gennaio 2025, https://www.criticalthreats.org/analysis/drones-over-sudan-foreign-powers-in-sudans-civil-war .

[15] Abdelaziz K., Hafezi P., Lewis A., Sudan Civil War: are Iranian drones helping the army gain on the ground?, Reuters, 10 aprile 2024, https://www.reuters.com/world/middle-east/are-iranian-drones-turning-tide-sudans-civil-war-2024-04-10/ .

[16] Elbagir N., Mezzofiore G, et al., Evidence emerges of Russia’s Wagner arming militia leader battling Sudan’s Army, CNN; 22 aprile 2023, https://edition.cnn.com/2023/04/20/africa/wagner-sudan-russia-libya-intl/index.html .

[17] Vircoulon, T., United Arab Emirates and Sudan: How a Small Country Fuels a Large War. EISMENA, 4(4), 41-44. https://shs.cairn.info/journal-eismena-2025-4-page-41?lang=en. .

[18] Ibid., A War Not So Forgotten: How External Powers Continue to Prolong Sudan’s Civil War.

[19] ADF, Regional Powers Feed Sudan’s Fight, Africa Defense Forum, 13 gennaio 2026. https://adf-magazine.com/2026/01/regional-powers-feed-sudans-fight/ .

[20] Kinkoh H., The flow of arms and money feeding the war in Sudan can be cut. What is missing is the will, Chatham House, 20 maggio 2026, https://www.chathamhouse.org/2026/05/flow-arms-and-money-feeding-war-sudan-can-be-cut-what-missing-will.

[21]Assal M., Tonnessen L., War on Iran, Turmoil in Sudan: Geopolitics at the Red Sea Frontier, Chr. Michelsen Institute, marzo 2026. https://www.cmi.no/publications/9880-the-war-on-iran-and-sudan .

[22] ACLED, Wagner Group and Africa Corps, https://acleddata.com/armed-group/wagner-group-and-africa-corps .

[23] Doxsee C., How Does the Conflict in Sudan Affect Russia and the Wagner Group?, 20 aprile 2023, Center for Strategic and International Studies CSIS. https://www.csis.org/analysis/how-does-conflict-sudan-affect-russia-and-wagner-group .

[24] Golubkov G., Gold and CrossbowsHow Russian Mercenaries Support Dirty Russia Business in Africa, Transparency International – Russia, 3 luglio 2025. https://ti-russia.org/en/wp-content/uploads/sites/2/2025/08/gold-and-crossbows-–-ti-russias-report-on-wagner.pdf .

[25] Leccese G., Russia in the Red Sea: Logic and Implications of a Naval Base in Port Sudan, Aspenia Online, 3 febbraio 2026. https://aspeniaonline.it/russia-in-the-red-sea-logic-and-implications-of-a-naval-base-in-port-sudan/ .

[26] Ibid.

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