L’apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente
L’inizio della campagna militare aerea di USA ed Israele in Iran, denominata “Furia Epica”, ha aperto un nuovo fronte in Medio Oriente: il 28 febbraio è deflagrato un nuovo conflitto in un’area già tormentata da belligeranza continua, la cui portata non si limita all’area interessata, ma ha ripercussioni in tutto il globo.
A seguito della sanguinosa repressione delle proteste in Iran dello scorso dicembre[1], da non considerare come elemento scatenante, USA ed Israele hanno trovato un’occasione ottimale per scatenare un attacco fatale all’élite della Repubblica Islamica; di fatto il leader supremo Khamenei è deceduto assieme a numerosi suoi fedelissimi. A seguito dell’attacco aereo, l’Iran ha risposto con numerosi missili e droni verso paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti ed Israele, per la maggior parte sono state colpite sia basi militari che infrastrutture civili.
Da un’operazione lampo, che aveva l’obiettivo di annichilire la leadership politico-militare iraniana, gli USA ed Israele si sono ritrovati in una guerra di logoramento: sebbene ingenti danni sono stati inflitti alle risorse ed alle infrastrutture iraniane, in ambito missilistico e nucleare, la Repubblica Islamica non accenna minimamente alla resa e risponde attivamente non solo espandendo l’orizzonte della guerra ai paesi alleati degli USA, ma tenta di neutralizzare l’avversario attraverso la privazione delle rotte commerciali. La chiusura dello stretto di Hormuz è parte di una strategia che mira non solo a impattare sulla floridità economica dell’Occidente, ma anche a indebolire i legami che tengono compatto il blocco occidentale. Da questo punto di vista, l’Iran è già riuscito a metà in questo intento: l’operazione di USA e Israele non ha ricevuto nessuna previa legittimazione da parte degli alleati, né da parte della NATO né dalla parte delle Nazioni Unite, dato che nessun alleato europeo si è schierato a favore dell’operazione né si è dichiarato favorevole al supporto all’azione bellica israelo-statunitense.
Una narrazione che non soddisfa gli alleati
La narrazione israelo-statunitense mostra questa operazione come un’azione concreta per “liberare il popolo iraniano da una dittatura”, per “mettere in difficoltà il principale finanziatore del terrorismo internazionale”[2] o per evitare che “l’Iran possa sviluppare l’arma atomica”[3] e minacciare l’Occidente; ciononostante sono numerose le motivazioni meno nobili rispetto a questa operazione.
Per gli USA, l’Iran rappresenta almeno due minacce in una: da un lato è il principale sponsor del terrorismo nel Medio Oriente, che destabilizza da anni gli equilibri dell’area; dall’altro, il regime islamico, sebbene neghi qualsiasi accusa, è attivamente impegnato a procurarsi l’arma atomica, fattore determinante per gli equilibri non solo regionali, ma persino mondiali. Basti pensare a un contesto in cui proxy terroristici come Hezbollah, Houthi e Hamas siano dotati, o perlomeno supportati, da un regime capace di produrre armi nucleari: con degli attori irrazionali come gruppi terroristici lo scoppio di una guerra nucleare sarebbe molto più probabile di quanto ognuno vorrebbe immaginare.
Sebbene questi elementi, gli alleati europei hanno negato qualsiasi partecipazione ed implicazione nella guerra in Medio Oriente: dopo un momento di forte tensione, in cui la Turchia, membro della NATO, è stata attaccata da un drone non identificato, i membri dell’Alleanza Atlantica hanno tremato davanti alla possibilità dell’attivazione della clausola 5 del trattato. In questo momento l’azione statunitense, sebbene non sia stata formalmente condannata, rappresenta un elemento fortemente divisivo per l’opinione pubblica, che mette pressione ai governi e non permette a nessuno di compiere un passo concreto per un’azione determinante per la risoluzione di questo nuovo conflitto. Questo fattore è determinante per la classe dirigente dell’Iran, che ha tutto l’interesse di prolungare il conflitto e far sprecare sempre più risorse agli avversari.
D’altro lato, i paesi del golfo colpiti dall’Iran si sono avvicinati molto agli USA e ad Israele: gli EAU hanno installato sul proprio territorio un sistema difensivo antiaereo Iron Dome, decretando la più avanzata cooperazione militare di sempre con lo stato ebraico. Bahrain, Arabia Saudita, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti al momento non hanno ancora risposto militarmente all’offensiva ingiustificata del regime iraniano, ma un’ulteriore minaccia della Repubblica Islamica agli asset strategici o civili dei paesi del golfo, come i cavi sottomarini nello stretto, può portare queste potenze a condurre attacchi attraverso proxy e gruppi armati, prevenendo un conflitto diretto.
Scenario geopolitico
Bisogna tenere a mente però che questa ennesima operazione militare è parte di un disegno ben più grande: della guerra fredda tra Stati Uniti e Cina. Le recenti attività belliche degli USA, con l’attacco in Venezuela, la pressione su Cuba e l’attacco all’Iran mirano a indebolire sostanzialmente l’avversario cinese, attraverso la privazione delle risorse naturali derivanti dagli alleati più stretti. Inoltre, l’unico alleato della Cina pronto da un punto di vista bellico era proprio l’Iran, dato che la Russia è già impegnata da anni sul fronte ucraino, e proprio l’Iran è stato attaccato e messo alle strette dall’offensiva israelo-statunitense. In una guerra fredda 2.0, lo scacchiere geopolitico risente fortemente del conflitto silenzioso e a distanza di queste due grandi potenze mondiali.
Gli scenari di sviluppo sono incerti: la chiusura dello stretto di Hormuz è un’arma che il regime islamico non può giocare a lungo, mentre, da un lato, impatta fortemente gli avversari, dall’altro danneggia se stesso e lede gli interessi dell’alleato cinese. Una guerra di logoramento favorisce naturalmente l’Iran, che ha tutto l’interesse a portare il conflitto per le lunghe e a far spendere più risorse possibili, umane ed economiche, al blocco israelo-statunitense. Dall’altro lato gli USA, coscienti delle lezioni apprese durante i primi due decenni degli anni 2000 (Iraq e Afghanistan), non hanno alcuna intenzione di protrarre la durata di queste operazioni belliche. Un elemento non irrilevante sono le operazioni di terra in Libano da parte di Israele: sebbene l’intento sia quello di eradicare le cellule terroristiche presenti sul territorio libanese, sfruttando la debolezza dell’Iran, queste attività possono essere utilizzate contro Israele, e gli Stati Uniti, come fattore che dimostra un “ennesimo tentativo espansionistico di una potenza coloniale.” Inoltre, gli attacchi e le minacce alle basi dell’UNIFIL, a cui sono seguiti numerosi danneggiamenti delle infrastrutture e persino la morte di tre soldati indonesiani,[4] hanno raffreddato parecchio i rapporti tra Israele e la comunità internazionale.
Ad oggi, il braccio di ferro continuo tra aperture e chiusure dello stretto rappresenta un elemento di forte instabilità all’intero dei mercati europei e americani, che subiscono impennate significative per i prezzi in ambito energetico e crea fratture sempre più profonde tra i membri dell’alleanza atlantica: il caso più eclatante non riguarda la Spagna di Sanchez, ma l’Italia. A seguito del rifiuto del presidente Meloni di partecipare alle operazioni americane, Trump ha iniziato ad attaccare il presidente del Consiglio, alludendo ad un indebolimento delle relazioni tra US e Italia. Sebbene l’Italia abbia poi deciso di inviare delle navi per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz,[5] la frattura tra Trump e Meloni rimane ancora viva ed un riappacificamento risulta poco probabile nel breve periodo.
Al momento sono attivi dei colloqui diplomatici per il termine delle ostilità, ma l’ottimismo è un elemento poco presente in queste consultazioni: le condizioni poste in essere dagli statunitensi sono irragionevoli per la Repubblica Islamica, che non cede di un millimetro alle richieste degli occidentali. Dall’altro lato, le proposte dell’Iran sono incompatibili per uno scenario di stabilizzazione dell’area mediorientale; i punti fondamentali al centro degli incontri riguardano: il programma nucleare dell’Iran e i livelli massimi di arricchimento dell’Uranio, il supporto dell’Iran a gruppi terroristici destabilizzanti dell’area mediorientale, la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz e le sanzioni statunitensi all’Iran. Senza un accordo su questi quattro snodi sarà impossibile raggiungere una pace duratura in Medio Oriente.[6]
Mentre la crisi energetica aumenta sempre di più la pressione sui governi europei e americano, quest’ultimo, dopo la minaccia della distruzione della civiltà iraniana da parte del presidente Trump[7], seguita da numerose condanne e preoccupazione del mondo politico globale, ha trovato un accordo per un cessate il fuoco di due settimane, con prevista l’apertura dello stretto. Il Pakistan, stato molto legato all’Iran e considerato uno dei principali amici degli USA oltre la NATO, si è offerto di mediare i colloqui tra i due paesi, proposta affossata dall’indisponibilità del ministro degli esteri iraniano a incontrare direttamente esponenti statunitensi.[8] I colloqui di Islamabad sono in stallo e non hanno ottenuto alcun effetto positivo nel conflitto, al contrario, gli USA stanno inviando ancora più navi e aerei verso l’Iran per condurre un attacco ancora più letale all’élite islamica.
Nonostante i tentativi, la diplomazia non ha ancora ottenuto i risultati sperati e la tensione aumenta vertiginosamente insieme ai prezzi dei carburanti in tutto il mondo occidentale.
[1] A.Cardone; LE PROTESTE IRANIANE TRA CRISI INTERNA E ISOLAMENTO INTERNAZIONALE; CASI; 2026; https://centrostudicasi.com/le-proteste-iraniane-tra-crisi-interna-e-isolamento-internazionale/
[2] Peace Through Strength: President Trump Launches Operation Epic Fury to Crush Iranian Regime, End Nuclear Threat; The White House; 2026
[3] H.Williams, J. Rodgers; Options for the United States to Resolve the Iran Nuclear Challenge; Center for Strategic and International Studies; 2026; https://www.csis.org/analysis/options-united-states-resolve-iran-nuclear-challenge
[4] La base italiana Unifil sotto attacco, nessun ferito; ANSA; 2026; https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2026/04/02/la-base-italiana-unifil-sotto-attacco-nessun-ferito-_e8e854d5-0ff5-4bb6-bd30-6e1a79f48b14.html
[5]Iran-Usa, braccio di ferro per Hormuz. Italia pianifica l’invio di 4 navi; ADN Kronos; 2026; https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/stretto-hormuz-italia-invia-4-navi-piano_5jyaLYYj7IKNqQBaQX4AO0
[6] US-Iran ceasefire and nuclear talks in 2026; House of Commons, UK Parliament; 2026; https://commonslibrary.parliament.uk/research-briefings/cbp-10637/
[7]D.J.Trump; “A whole civilization will die tonight”;Truth; 2026; https://truthsocial.com/@realdonaldtrump/posts/116363336033995961
[8]J.C. Gonzalez, D. Hubenko, M. Turki, D.Vaid, W. Rahn; Iran war: Trump cancels envoys’ trip to Islamabad; Deutsche Welle; 2026; https://www.dw.com/en/iran-war-trump-cancels-envoys-trip-to-islamabad/live-76929720

Laureato con il massimo dei voti in Relazioni Internazionali presso la LUMSA di Roma, è volontario attivo presso il CISV, con cui ha maturato esperienza in America ed Europa nell’ambito della mediazione multiculturale, della leadership e del project management.

