ORO, VIOLENZA E POTERE: L’ECONOMIA POLITICA DEL CONFLITTO IN SUDAN

Introduzione: il conflitto in Sudan

La Repubblica del Sudan occupa un ruolo strategico per gli equilibri regionali e per la stabilità del Corno d’Africa, in virtù della sua collocazione al crocevia tra Sahel, Nord Africa e penisola arabica. La fine della presidenza trentennale di Omar al-Bashir nel 2019 ha avviato un processo di transizione politica, formalmente inaugurato il 17 agosto 2019, che si è tuttavia interrotto con il colpo di Stato del 25 ottobre 2021 guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Sudanese Armed Forces (SAF). Le crescenti tensioni tra le SAF e le Rapid Support Forces (RSF), guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (“Hemedti”), sono sfociate in un conflitto armato aperto il 15 aprile 2023[1].

Le Nazioni Unite hanno recentemente riportato come la guerra in Sudan abbia provocato oltre 14 milioni di persone costrette a fuggire dalle proprie case,  tra sfollati interni e rifugiati nei Paesi limitrofi, configurando una delle più gravi crisi umanitarie attuali[2].

Le iniziative di mediazione, sia bilaterali sia multilaterali, hanno finora fallito per mancanza di coordinamento, inclusività e visione condivisa. Processi paralleli e competitivi (Gedda, Cairo, IGAD-UA, ONU) hanno frammentato gli sforzi senza produrre un cessate il fuoco duraturo né meccanismi efficaci di protezione dei civili[3]. L’assenza di una leadership unitaria e l’incapacità di incidere sugli incentivi economici delle parti armate hanno reso la mediazione inefficace, mentre il conflitto si è ulteriormente regionalizzato e aggravato sul piano umanitario.

Negli ultimi anni, gli scontri tra SAF e RSF hanno progressivamente trasformato il Sudan in uno Stato al collasso, dove la competizione per il controllo delle risorse naturali e per il riconoscimento internazionale ha sostituito qualsiasi progetto politico nazionale. Il conflitto sudanese non è soltanto una lotta per il potere politico, ma una competizione per il controllo delle rendite economiche, in particolare dell’oro, che rende la guerra un modello di governance economicamente sostenibile sia per gli attori interni sia per soggetti esterni.

Nello specifico, il controllo della rendita aurifera crea un’economia di guerra che riduce i costi marginali del conflitto e aumenta la resilienza finanziaria delle coalizioni armate; gli attori esterni fungono da moltiplicatori attraverso hub commerciali, logistica e intermediazione.

L’oro come risorsa bellica in Sudan

Il Sudan è tra i principali produttori d’oro del continente africano, con depositi distribuiti nel nord-est, nel centro e nel sud-ovest del Paese. Non è quindi casuale che dall’inizio della guerra numerosi analisti abbiano indicato l’oro sia come strumento sia come carburante strutturale del conflitto[4]. Questa dinamica può essere compresa, in primo luogo, a livello upstream, ossia attraverso l’analisi del controllo diretto dei siti estrattivi e dei territori auriferi, dove si genera materialmente la rendita mineraria.

Fino al 2010 l’oro aveva un ruolo relativamente marginale nell’economia sudanese. Tuttavia, la secessione del Sud Sudan nel 2011, che privò Khartoum della maggior parte delle entrate petrolifere, trasformò rapidamente l’oro in una risorsa strategica nazionale.

La crisi economica favorì l’espansione dell’estrazione artigianale, mentre il regime di al-Bashir tentò di centralizzarne il controllo attraverso la Sudan Gold Refinery e concessioni a società legate all’apparato militare e di sicurezza. In questo modo, l’oro divenne progressivamente non solo una risorsa economica, ma uno strumento di potere nelle mani degli apparati di sicurezza[5].

Nell’aprile del 2012 la scoperta dei giacimenti di Jebel Amer, nel Darfur settentrionale, rese l’oro un fattore diretto di conflitto. Il controllo dell’area passò progressivamente dalle milizie janjaweed alle RSF, consolidando l’autonomia economica di Hemedti. Dopo la rivoluzione del 2019 e i tentativi del governo di transizione di riportare le rendite aurifere sotto controllo statale, la competizione tra SAF e RSF per l’accesso all’oro divenne centrale. Come conseguenza, dal 2021 in poi, la competizione politica tra le due forze si è riflessa in una crescente competizione economica nel settore aurifero. L’espansione delle attività delle RSF nella produzione e nel commercio dell’oro ha allarmato i vertici delle SAF, che hanno reagito ampliando la propria produzione, arrivando anche alla lavorazione diretta del minerale. La progressiva militarizzazione della filiera aurifera e la competizione per il controllo delle rendite minerarie hanno così trasformato lo scontro politico in un confronto strutturale per la sopravvivenza economica delle due leadership, contribuendo in modo decisivo all’escalation che sarebbe culminata nello scoppio della guerra civile nell’aprile 2023. Nel 2024, mentre il conflitto armato risultava già avviato, la produzione ufficiale ha raggiunto 64 tonnellate, con un incremento significativo rispetto al 2022, anno precedente allo scoppio della guerra civile[6].

Le RSF hanno storicamente controllato le principali zone di estrazione dell’oro nel Darfur e nel centro-sud, mentre le SAF controllano le infrastrutture portuali e di esportazione a est. Tuttavia, secondo un rapporto di ACLED[7], la situazione è fluida: a cavallo tra il 2025 e il 2026, l’esercito regolare ha lanciato controffensive significative, recuperando terreno in zone strategiche centrali, cercando di frammentare il controllo delle RSF. Entrambe le parti utilizzano l’oro per finanziare lo sforzo bellico. In particolare, come evidenziato da esperti delle Nazioni Unite[8], le RSF hanno sviluppato complesse reti finanziarie che consentono loro di acquistare armi, finanziare campagne mediatiche e consolidare alleanze politiche e militari.

Le RSF controllano diversi siti minerari, tra cui Jebel Amer, e hanno privilegiato anche il controllo dell’oro raffinato, sequestrando la Sudan Gold Refinery e saccheggiando sistematicamente mercati e abitazioni private. In molte aree di estrazione artigianale, unità delle RSF avrebbero imposto forme di tassazione coercitiva ai minatori locali, saccheggiando le loro riserve domestiche di oro raffinato.

Parallelamente, le SAF e il governo de facto di Port Sudan hanno puntato sull’espansione dell’estrazione nelle aree sotto il proprio controllo, considerandola una delle poche fonti di entrata disponibili per sostenere il bilancio statale in tempo di guerra. Questo sforzo, come evidenziato dal rapporto Breaking the Bank pubblicato dal centro C4ASD[9], si traduce in un rafforzamento del controllo istituzionale sui meccanismi di raccolta delle rendite. Tale tendenza si sviluppa tramite la supervisione della raffinazione attraverso la Sudanese Mineral Resources Company (SMRC), la centralizzazione delle esportazioni ufficiali e l’aumento delle royalties previste nei contratti di joint venture con compagnie minerarie straniere.

Tuttavia, come evidenziato dal Sudan Transparency and Policy Tracker nel 2024[10], la capacità dello Stato di catturare integralmente la rendita aurifera resta limitata. Una quota rilevante della produzione sfugge ai canali ufficiali attraverso contrabbando e dichiarazioni non totalmente veritiere, riducendo l’efficacia della centralizzazione fiscale[11].

Anche Chatham House sottolinea come il settore aurifero sudanese sia stato progressivamente “securitizzato[12], ovvero assorbito nelle logiche di sicurezza e sopravvivenza delle élite militari. In questo quadro, l’espansione della produzione nelle aree controllate dalle SAF non rappresenta soltanto una misura economica, ma una strategia politico-militare volta a garantire liquidità immediata, accesso a valuta estera e capacità di finanziamento dello sforzo bellico.

Il midstream diventa dunque il punto di intersezione tra istituzione e coercizione: formalmente gestito attraverso strutture statali, ma operante in un contesto in cui la guerra limita trasparenza, accountability e controllo effettivo sulle filiere.

Dimensione transnazionale: oro e attori esterni

Per comprendere a pieno il ruolo dell’oro nel conflitto sudanese è necessario spostare l’analisi oltre il livello nazionale e osservare la filiera aurifera lungo la sua proiezione regionale e globale. Difatti, l’economia dell’oro in Sudan non si esaurisce solamente nel controllo delle miniere (dimensione upstream) o nei meccanismi di raffinazione e coercizione interna (dimensione midstream), ma si completa nella dimensione downstream, dove il minerale entra nei circuiti commerciali internazionali.

L’instabilità politica e la frammentazione territoriale causate dal conflitto civile favoriscono l’emergere di rotte attive di contrabbando aurifero, attraverso cui una parte significativa della produzione sfugge ai canali ufficiali[13].

Emirati Arabi Uniti: hub commerciale e vulnerabilità sistemiche

Varie inchieste giornalistiche presentano gli Emirati Arabi Uniti come uno snodo centrale del commercio dell’oro proveniente dal Sudan, sia attraverso esportazioni dirette sia tramite triangolazioni regionali (in particolare via Egitto, Ciad e Libia)[14]. Questo dato evidenzia la rilevanza economica degli Emirati nella filiera aurifera sudanese[15].

Secondo un’op-ed pubblicata da John Prendergast e Sasha Lezhnev per The Sentry[16], una quota significativa dell’oro illecito proveniente da contesti di guerra viene convogliata verso centri di trading come Dubai, dove può essere raffinata, rifusa e immessa nei circuiti legali globali. Il rapporto evidenzia che nel 2022 gli Emirati Arabi Unite avrebbero importato e raffinato centinaia di tonnellate di oro di origine sospetta, inclusi flussi provenienti da aree di conflitto, e che nel 2023 circa un miliardo di dollari in oro sudanese sarebbe entrato nel mercato emiratino.

Il ruolo del mercato aurifero di Dubai è stato oggetto di attenzione anche da parte del Financial Action Task Force (FATF), che ha inserito gli Emirati nella grey list tra il 2022 e il 2024 per vulnerabilità nel sistema di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, incluse criticità nel settore del commercio dell’oro e nelle free zones. Sebbene gli Emirati siano stati successivamente rimossi dalla lista dopo riforme normative e rafforzamenti del quadro AML/CFT, analisi recenti continuano a segnalare rischi legati al trade-based money laundering nel settore aurifero.

Tuttavia, la presenza di flussi di oro illecito non implica automaticamente una politica statale univoca di sostegno diretto a una parte del conflitto sudanese. Piuttosto, come suggerisce The Sentry, il problema risiede in una combinazione di lacune regolatorie, enforcement insufficiente e attrattività del mercato dell’oro emiratino per reti transnazionali che operano in contesti di guerra. In questo senso, l’integrazione dell’oro sudanese nei circuiti commerciali degli Emirati può contribuire indirettamente alla sostenibilità finanziaria delle parti armate, anche in assenza di una dichiarata politica di supporto ufficiale.

 

Russia: reti paramilitari e “gold diplomacy”

Un ulteriore livello della dimensione transnazionale riguarda i legami tra le Rapid Support Forces (RSF) e reti riconducibili al Wagner Group, successivamente riorganizzato sotto il Ministero della Difesa russo come Africa Corps[17]. Fonti giornalistiche, tra le quali Al Jazeera, hanno indicato che tali reti avrebbero contribuito alla sicurezza di rotte e infrastrutture, oltre che a facilitare il collegamento tra estrazione aurifera e forniture militari[18].

Il rapporto di Transparency International Russia, Gold and Crossbows: How Russian Mercenaries Enable Dirty Business in Africa, descrive un modello ibrido in cui contractor militari russi operano in Sudan (oltre che in Repubblica Centrafricana e Mali), in cambio di accesso privilegiato a risorse estrattive. Secondo l’indagine, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, reti collegate al Cremlino avrebbero generato oltre 2,5 miliardi di dollari attraverso il commercio di oro africano aggirando sanzioni occidentali. Nel caso sudanese, società legate a Wagner, come Meroe Gold, avrebbero sfruttato l’instabilità politica per estrarre e contrabbandare oro per un valore stimato superiore a 1,9 miliardi di dollari, collaborando in momenti diversi sia con attori statali sia con milizie rivali[19].

Transparency International parla esplicitamente di un “modello duraturo di cattura statale”, in cui intervento militare e accesso alle risorse estrattive si rafforzano reciprocamente, generando sia ritorni economici sia influenza geopolitica.

L’evidenza disponibile, prevalentemente basata su inchieste investigative e rapporti di organizzazioni indipendenti, suggerisce dunque l’esistenza di interazioni funzionali tra oro e supporto militare, ma la natura opaca delle reti coinvolte, l’uso di società di comodo e la sovrapposizione tra attori privati e apparati statali rendono complesso stabilire nessi causali lineari tra contrabbando aurifero e decisioni ufficiali dello Stato russo.

Parallelamente, sul piano ufficiale, le Sudanese Armed Forces (SAF) e il governo de facto con sede Port Sudan hanno avviato una crescente cooperazione economica con la Federazione Russa, includendo concessioni minerarie, contatti tra banche centrali e discussioni su pagamenti in valuta locale. In questo quadro, come evidenziato dal Sudan Transparency Tracker, l’oro diventa leva diplomatica ed economica, ovvero come strumento attraverso cui il governo sudanese tenta di consolidare relazioni strategiche in un contesto di isolamento internazionale e sanzioni.[20]

Cina: investimento economico e continuità commerciale

Diversamente dal caso russo, il coinvolgimento della Cina appare prevalentemente collocato su un piano economico-commerciale[21]. Incontri ufficiali e contatti con imprese minerarie indicano l’interesse a investire o a rientrare nel settore aurifero sudanese. Anche in questo caso, l’ingresso o il ritorno di compagnie straniere non implica automaticamente un sostegno diretto a una parte del conflitto. Tuttavia, in un’economia di guerra, l’aumento della capacità estrattiva e delle entrate può contribuire indirettamente alla sostenibilità finanziaria delle autorità che esercitano il controllo territoriale.

Conclusione

Le risorse aurifere rappresentano oggi uno dei pilastri strutturali della guerra in Sudan. L’oro è convertibile in armi, equipaggiamenti, servizi di sicurezza, sostegno politico e accesso a circuiti finanziari alternativi. In un contesto di fragilità statale, esso non rafforza le istituzioni pubbliche, ma consolida il potere di chi controlla coercitivamente il territorio e riesce a integrarsi nelle filiere commerciali internazionali.

Il conflitto presenta una chiara razionalità economica per gli attori armati, nonostante costituisca una catastrofe umanitaria per il Paese nel suo complesso. Inoltre, la dimensione transnazionale dell’oro sudanese mostra come la guerra non sia alimentata esclusivamente da dinamiche interne, ma si inserisca in una rete di interazioni economiche regionali e globali.

Finché le rendite aurifere potranno essere estratte, commercializzate e convertite in risorse militari senza un efficace controllo internazionale, la guerra continuerà a rappresentare un equilibrio economicamente conveniente rispetto alla pace.

Senza un intervento concreto sulle filiere economiche e finanziarie del conflitto, ogni soluzione politica rischia di rimanere fragile e temporanea. Come suggerito da Sasha Lezhnev nel suo briefing “Conflict Gold to Responsible Gold[22], le autorità internazionali dovrebbero spostare il focus dalle responsabilità statali astratte alle reti operative che facilitano il traffico aurifero illecito, come le società di comodo e gli intermediari, attraverso sanzioni mirate. Parallelamente, è necessario rafforzare la cooperazione doganale e di intelligence regionale lungo le principali rotte di transito per migliorare tracciabilità, scambio dati e controllo delle esportazioni. Infine, sarebbe opportuno consolidare la pressione normativa sugli hub globali dell’oro, garantendo enforcement continuo e diligenza per ridurre la possibilità di conversione dell’oro in armi e sostegno militare.


[1] Orizzonti Politici. “Sudan, Il Conflitto Che Divora Lo Stato – Affarinternazionali.” Affari Internazionali, 12 Dec. 2025, www.affarinternazionali.it/sudan-il-conflitto-che-divora-lo-stato/. Accessed 10 Feb. 2026.

[2] UN News. “Sudan War Leaves Millions Hungry and Displaced as Health System Nears Collapse.” UN News, 10 gennaio 2026, news.un.org/en/story/2026/01/1166738.

[3] Ibid.

[4] Beam Reports. “Blood Ingots: How Sudan’s Gold Is Smuggled to Fund Its Brutal War .” Beamreports.com, 2025, en.beamreports.com/21776/. Accessed 10 Feb. 2026.

[5] Hussein, Mohamed A, and Marium Ali. “Sudan Has Vast Oil, Gold and Agricultural Resources. Who Controls Them?” Al Jazeera, 20 Nov. 2025, www.aljazeera.com/news/2025/11/20/sudan-has-vast-oil-gold-and-agricultural-resources-who-controls-them.

[6] Sudan Tribune. “Sudan Gold Production Jumps to 64 Tonnes despite Ongoing Conflict.” Sudan Tribune, 18 July 2025, sudantribune.com/article/302984.

[7] ACLED. “Two Years of War in Sudan: How the SAF Is Gaining the Upper Hand.” ACLED, acleddata.com/report/two-years-war-sudan-how-saf-gaining-upper-hand.

[8] ADF. “Smuggled Gold Fuels War in Sudan, U.N. Says.” Africa Defense Forum, 13 Feb. 2024, adf-magazine.com/2024/02/smuggled-gold-fuels-war-in-sudan-u-n-says/.

[9] Shereikis, Nick. “Breaking the Bank.” C4ADS, 29 giugno 2022, c4ads.org/reports/breaking-the-bank/.

[10] Sudan Transparency and Policy Tracker. “Fueling Sudan’s War – How Gold Exports and Smuggling Are Prolonging Sudan’s War”,  2024

[11] Sironi, Bruna. “Sudan: Il Conflitto Incrementa l’Estrazione Dell’oro .” Nigrizia, 30 luglio 2025, www.nigrizia.it/notizia/sudan-conflitto-incrementa-estrazione-oro. Accessed 12 Feb. 2026.

[12] Soliman Ahmed and Suliman Baldo. “Gold and the War in Sudan | the Securitization of Sudan’s Gold Sector.” Chatham House – International Affairs Think Tank, 2025, www.chathamhouse.org/2025/03/gold-and-war-sudan/02-securitization-sudans-gold-sector

[13] Ibid.

[14]Alphaville/Mat per RSI. “Oro Rosso” – RSI Radiotelevisione svizzera, 15 novembre2025, www.rsi.ch/cultura/societa/Oro-rosso–3273335.html.

[15] Soguel, Dominique. “As Sudan’s Agony Deepens, Scrutiny Sharpens on UAE and Gold.” SWI Swissinfo.ch, www.swissinfo.ch, 5 Nov. 2025, www.swissinfo.ch/eng/international-geneva/sudan-war-uae-gold-trade-geneva/90284839.

[16] Prendergast, John, and Sasha Lezhnev. “Foreign Affairs Op-Ed: The Deadly Gold Rush – the Sentry.” The Sentry, 19 May 2025, thesentry.org/2025/05/19/80750/foreign-affairs-op-ed-the-deadly-gold-rush/.

[17] NBC News. “U.S. Accuses Russia’s Wagner Group Mercenaries of Fueling War in Sudan.” NBC News, 26 May 2023, www.nbcnews.com/news/world/us-accuses-russias-wagner-group-mercenaries-fueling-war-sudan-rcna86492.

[18] Al Jazeera. “Russian Mercenaries in Sudan: What Is the Wagner Group’s Role?” Al Jazeera, 17 aprile 2023, www.aljazeera.com/news/2023/4/17/what-is-the-wagner-groups-role-in-sudan.

[19] Transparency International Russia. “Wagner’s Africa Gold Trade: How Mercenaries Exploit Resources.” Transparency International Russia, 3 July 2025, ti-russia.org/en/2025/07/03/gold-and-crossbows-how-russian-mercenaries-enable-dirty-business-in-africa/.

[20] Sudan Transparency and Policy Tracker. “Fueling Sudan’s War – How Gold Exports and Smuggling Are Prolonging Sudan’s War”,  2024

[21] Ibid.

[22] Lezhnev, Sasha. “Conflict Gold to Responsible Gold.” The Sentry, 2021, https://thesentry.org/reports/conflict-gold-to-responsible-gold/

Related Post