Henry Kissinger (1923-2023), ex Segretario di Stato americano, nella sua opera Diplomacy (1994), affermava che nella storia è insita una contraddizione di fondo: da un lato ogni epoca vede all’opera una superpotenza che cerca di prevalere su di essa, in modo da organizzarla; dall’altro ogni sistema internazionale ha una esistenza sempre precaria e in continua evoluzione. D’altronde l’umanità, secondo Kissinger, non avrebbe potuto sopravvivere al caos senza una qualche forma di “ordine globale”, non per forza pacifico. Senza una guida, l’arena internazionale rischia di affidarsi alla tecnologia, la quale, priva di umanità, potrebbe causare l’estinzione del genere umano[1]. La possibilità dell’ordine come “ideale regolativo”, per il politico e politologo statunitense, rimaneva fondamentale, nel senso datogli dal filosofo Immanuel Kant (1724-1804) nella saggio Per la Pace perpetua (1795). In suo recente scritto, Kissinger ribadiva come il grande filosofo tedesco avesse sostenuto che: “la pace tra i popoli si sarebbe infine instaurata nel mondo in due soli possibili modi: grazie alla capacità umana di comprendere, oppure attraverso conflitti e catastrofi di una tale gravità da non concedere alternativa al genere umano. Ci troviamo oggi in tale congiuntura[2]”. Poco prima della sua scomparsa, il vecchio “saggio” della diplomazia americana ha saputo cogliere il delicato momento di passaggio che il mondo attualmente sta vivendo, dal vecchio ordine globale (che non c’è più, almeno così come lo abbiamo conosciuto dalla fine della Guerra Fredda in poi) a qualcosa di diverso, di nuovo, che ancora non si intravede chiaramente. Una fase di profonde trasformazioni, di crisi, di guerre e tensioni geopolitiche. Possiamo chiederci se, oggi, siamo di fronte ad un nuovo ordine globale in via di definizione o, consentite un azzardo, siamo davanti al graduale dominio della tecnologia sull’uomo? È vero che l’uso di tecnologie AI in campo militare ha un peso rilevante, mostrando i suoi risvolti in un conflitto, ma il fattore umano, le conoscenze che apporta e l’adattabilità mentale e strategica di cui è capace, sono centrali. Inoltre, i metodi convenzionali e di soft tech possono spesso contrastare efficacemente l’hard tech e sistemi maggiormente sofisticati (Ucraina docet). Perciò, seguendo la prospettiva kissingeriana, dobbiamo immaginare che un nuovo ordine “regolativo” si sta assemblando nel “disordine” globale apparente. Un ordine ancora in definizione, complesso da prevedere, nel quale si intersecano scenari geopolitici e geoeconomici, vecchie e nuove faglie si aprono e sovrappongono, aspirazioni di diversi attori internazionali convergono o contrastano; una fase nella quale è evidente come il Medio Oriente svolga ancora un ruolo chiave.
La centralità del Medio Oriente: alcune chiavi di lettura
Abdolmohammadi suggerisce che oggi il Medio Oriente è tornato prepotentemente ad essere la prova del nove del potere globale[3]. La sua tesi smentisce quella visione, forse un po’ troppo semplicistica e un po’ superficiale, secondo cui, con la fine della guerra al terrorismo internazionale (al-Qaida, Isis), la crisi del regime iraniano e la normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni Stati arabi del Golfo e Maghreb, l’area mediorientale si sarebbe avviata verso una posizione secondaria nel nuovo scenario globale e negli interessi del maggiore attore internazionale, gli Stati Uniti d’America; per quest’ultimi, infatti, la priorità sarebbe il contenimento economico e militare del colosso cinese nel quadrante Indo-Pacifico. Un errore, perché già la guerra in Ucraina (2022), ma soprattutto il conflitto a Gaza e, ancora, l’attacco preventivo israelo-statunitense all’Iran – iniziato il 28 febbraio scorso – dimostrano esattamente il contrario. Alcune chiavi di lettura diventano pertanto necessarie per capire il perché della centralità persistente del Medio Oriente. Esse riguardano: a) il fattore geografico, umano e delle risorse naturali; b) il concetto di potere in geopolitica; c) il fattore etnico-confessionale; d) le dinamiche tra attori locali, regionali e globali. È bene precisare si tratta di fattori che sono fortemente intrecciati e si influenzano a vicenda, per cui difficilmente possono essere analizzati separatamente in maniera univoca.
a) Il fattore geografico, umano e delle risorse naturali
Il Medio Oriente deve la sua centralità alla particolare posizione geografica e ai confini non definiti e chiari; infatti, non ha catene montuose o fiumi che lo separano nettamente. Si configura idealmente come una mezzaluna crescente estesa tra tre continenti, Africa, Asia, Europa. Il termine Medio Oriente ha una valenza prettamente eurocentrica, poiché è Oriente rispetto all’Occidente, ma è Medio rispetto all’”altro” Oriente, quello Estremo (Cina, Giappone, Corea). Medio Oriente è un costrutto simile a quello di Vicino Oriente, tanto che sono abbastanza sovrapponibili. Vicino Oriente è un’espressione che nasce in ambiente mediterraneo, mentre Medio Oriente è maggiormente diffuso in ambito anglosassone; entrambe fanno comunque riferimento sostanzialmente alla fascia di terra che va dall’Egitto all’Iraq (asse ovest-est) e dalla Turchia allo Yemen (asse nord-sud)[4]. Il costrutto Grande Medio Oriente (Greater Middle East), invece, include anche il Maghreb, l’Iran e alcuni Stati dell’Asia Centrale ed è spesso sovrapposto alla sigla MENA (Middle Est and North Africa)
Quello di Medio Oriente è quindi un concetto geografico e politico insieme che riflette la storia e le tradizioni storiografiche delle ex potenze coloniali di Gran Bretagna e Francia e della superpotenza occidentale, gli Stati Uniti[5].
Cercando di restringere il campo geografico, consideriamo Medio Oriente quella macro-area geografica che ha al suo interno tre micro-aree: 1) la fascia di terra comprendente la regione chiamata Mashriq/Mashrek (Libano, Siria, Giordania, Iraq) e Israele; 2) l’area turco-iranica, comprendente, a ovest, la Turchia, ad est, l’Iran; 3) la Penisola Arabica (Arabia Saudita, EAU, Qatar, Kuwait, Bahrein, Oman, Yemen)[6]. La centralità della regione è rafforzata dalla sua proiezione su importanti spazi marittimi — Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo Persico e Oceano Indiano — e dal controllo di snodi strategici per il commercio globale (choke points): il Canale di Suez, lo stretto di Bab el-Mandeb, lo stretto di Hormuz e gli stretti turchi dei Dardanelli e del Bosforo. In particolare, Hormuz è cruciale per il transito degli idrocarburi (come dimostra il conflitto in corso), mentre Bab el-Mandeb è essenziale per collegare il Golfo Persico al Mediterraneo via Suez. Anche il Mar Caspio, pur essendo un mare chiuso, rappresenta un importante nodo di connessione con Russia e Asia centrale[7].
Storicamente, il Medio Oriente è stato teatro di continue migrazioni, scambi culturali ma anche conflitti. L’instabilità politica, legata alla presenza di risorse naturali, fattori etnici e religiosi e dinamiche di potere, ha alimentato tensioni persistenti. Dalla seconda metà del Novecento, e ancor più nel XXI secolo, questi elementi, uniti alla crescita demografica e alle richieste crescenti di diritti da parte di una popolazione giovane in cerca di lavoro, hanno intensificato i flussi migratori interni e verso l’Europa. Eventi come le Primavere arabe, la guerra in Siria, l’ascesa dell’Isis, il conflitto in Yemen, il ritorno dei talebani al potere in Afghanistan e lo scontro tra Israele, Hamas e Hezbollah hanno ulteriormente aggravato la situazione. Ne sono derivati massicci movimenti di profughi, soprattutto da Siria e Iraq verso Libano e Turchia, e spostamenti interni, come quelli dalla valle della Beqaa verso il nord del Libano (in molti casi si tratta di rifugiati palestinesi e siriani). Parallelamente, le monarchie della Penisola Arabica, sono diventate poli di attrazione per lavoratori provenienti da Pakistan, Bangladesh, Asia sud-orientale, e, negli ultimi anni, anche dall’Europa.
La regione mediorientale è estremamente ricca di idrocarburi: ospita cinque dei principali produttori mondiali di petrolio (Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait) e importanti produttori di gas naturale (Iran, Qatar, Arabia Saudita) [8]. Le riserve petrolifere rappresentano circa il 52% di quelle globali (dati alla fine del 2019) e si caratterizzano per costi di estrazione molto bassi (7-8 dollari circa al barile per Saudi Aramco) e minore intensità di carbonio[9]. Sul fronte del gas, Iran e Qatar possiedono la seconda e la terza riserva al mondo, con il Qatar leader nell’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) [10]. Le nuove scoperte offshore nel Mediterraneo orientale (come Zohr e Leviathan) hanno rafforzato il ruolo energetico della regione, trasformando Stati come Egitto e Israele da importatori ad attori chiave nel mercato del gas[11]. Questa abbondanza ha generato una distinzione tra Stati ricchi e Stati poveri di idrocarburi, plasmando economie e società attraverso il modello del Rentier State. In questo sistema, lo Stato si finanzia principalmente tramite la rendita degli idrocarburi e redistribuisce la ricchezza attraverso sussidi energetici, occupazione pubblica e bassa tassazione, riducendo però la richiesta di partecipazione politica[12]. Tuttavia, la ricchezza fossile non garantisce automaticamente stabilità né sviluppo equo, come dimostrano i casi di Iran e Iraq, dove l’abbondanza di petrolio e gas naturale, a fronte di tensioni politiche interne, conflitti sociali e autoritarismo repressivo, non ha garantito una reale redistribuzione della ricchezza e una crescita economica. Anzi, ha acuito maggiormente le tensioni interne ed estere, intersecandosi con fattori etnico-religiosi e geopolitici.
Risorsa critica del Medio Oriente è l’acqua dolce, estremamente scarsa. Il suo controllo è stato sempre strategico per gli Stati della regione, dando spesso origine a tensioni e contese. Stati come l’Arabia Saudita, Qatar e EAU dipendono per il 60-90% del proprio fabbisogno idrico da impianti di desalinizzazione, un processo altamente energivoro che lega strettamente sicurezza idrica ed energetica[13]. Gli attacchi iraniani a infrastrutture idriche nel Golfo di queste settimane hanno dimostrato la loro vulnerabilità.
Negli ultimi anni, la regione mediorientale ha avviato processi di diversificazione economica e transizione energetica, anche per rispondere alle pressioni demografiche, sociali e climatiche[14]. Grazie all’elevata irradiazione solare e alla presenza di venti favorevoli, diversi Paesi stanno investendo maggiormente nelle rinnovabili. La Giordania, ad esempio, ha già una quota significativa di energia rinnovabile (23.1%, dato del 2022) e nel 2025 ha avviato una revisione della strategia energetica nazionale per incrementarne la quota e promuovere l’idrogeno verde[15]; Israele mira a raggiungere il 40% di produzione elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030, attraverso nuovi progetti come il parco eolico Genesis Wind, l’espansione dell’energia solare e investimenti nello sviluppo di idrogeno verde e blu[16]. La Siria, che fronteggia una crisi energetica profonda e che dipende fortemente dall’importazione di petrolio e gas, sta cercando di ricostruire il proprio sistema energetico con nuovi investimenti[17]. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman ambiscono a diventare esportatori globali, verso l’Europa e l’Asia, di idrogeno verde e blu[18]. È perciò evidente come fattori geografici, demografici e legati alle risorse rendono il Medio Oriente una regione ancora centrale negli equilibri geopolitici globali, il cui ruolo resterà strategico anche nei futuri assetti internazionali.
b) Il concetto di potere
Altra chiave di lettura importante per comprendere il ruolo della regione mediorientale nel futuro è il concetto di “potere”. Abdolmohammadi suggerisce che il potere sia una grammatica “nascosta” propria delle relazioni internazionali, e che, per comprendere quest’ultime, è fondamentale conoscerne il concetto. Il potere può essere definito come il fondamento di ogni relazione umana; quando due esseri interagiscono entra il gioco il potere, ed emergono scelte, bisogni, risorse che vanno cercati, negoziati, difesi. Nel perseguire questi fini, l’uomo accumula strumenti materiali e immateriali con i quali poter raggiungere i propri obiettivi. Questo è il potere. Esso si presenta in forme fluide, che si combinano tra loro in differenti modalità in base agli attori in campo[19]. Possiamo riconoscere allora forme di hard power(forza, capacità e operatività tecnologico-militare), di potere economico (PIL, bilancia commerciale, capacità finanziaria e di investimenti) e di soft power(capacità di orientare desideri, immaginari, scelte altrui attraverso simboli e appartenenze condivise)[20]. È attraverso la continua combinazione di queste forme che si dà vita a relazioni di potere, le quali a loro volta plasmano lo spazio geografico. Il potere usa il dato geografico per legittimare i suoi interessi e la sua visione del mondo. Come esempio riporto l’identificazione monolitica del Medio Oriente con l’Islam, predominante in una certa narrazione occidentale, che tende a semplificare un quadro infra e inter religioso, etnico e culturale molto più complesso e diversificato. E allora assume un senso non solo cogliere il concetto di potere, ma anche gli assunti geografici e i modelli spaziali impliciti nelle narrazioni e rappresentazioni degli attori che operano nella politica internazionale[21]. Mi riferisco a ciò che li muove realmente ad agire così come agiscono e ad operare determinate scelte piuttosto che altre.
c) Il fattore etnico-confessionale
Il Medio Oriente è una regione in cui pluralismo etnico e pluralismo religioso si intrecciano profondamente. Crocevia di grandi imperi fin dall’antichità — achemenide, macedone, romano, sasanide, mongolo, ottomano, russo e britannico — l’area mediorientale si è storicamente caratterizzata per una marcata eterogeneità etnico-religiosa. Tra i principali gruppi etnici si distinguono arabi, persiani, turchi, curdi ed ebrei. Accanto a essi sono presenti numerose minoranze, come assiri (tra Iraq, Siria e Iran), baluci, mazanderani, luri e afghani (Iran).
Questo quadro evidenzia non solo la diversità tra i diversi popoli, ma anche una pluralità interna ai singoli gruppi. Gli arabi, ad esempio, presentano differenze legate ai contesti nazionali di appartenenza — arabi siriani, iracheni, sauditi — così come i curdi si distinguono a seconda delle regioni di insediamento (curdi siriani, iracheni, iraniani)[22]. Anche la comunità ebraica in Israele è internamente composita: vi si distinguono gli ashkenaziti, originari dell’Europa centro-orientale, i sefarditi provenienti dagli ex territori dell’Impero ottomano e del Maghreb e i mizrahi, ebrei originari di altri Paesi mediorientali. A questi si aggiungono comunità più specifiche, come gli ebrei yemeniti e i falasha o Beta Israel, originari dell’Etiopia.
Sul piano confessionale, l’Islam rappresenta la religione nettamente maggioritaria e costituisce religione ufficiale in quasi tutti gli Stati della regione. Al suo interno, circa l’88% appartiene alla corrente sunnita, mentre circa il 12% professa lo sciismo, predominante in Iran e influente in Iraq, Siria, Libano e Bahrein[23]. Accanto a queste due principali correnti esiste anche l’ibadismo, dominante in Oman, versione di un’Islam più aperto alla convivenza con altre confessioni[24]. Il panorama islamico comprende inoltre comunità etno-religiose specifiche, come gli alawiti, concentrati soprattutto in Siria, vicini allo sciismo, e i drusi, presenti in Libano (dove godono di un proprio statuto), Siria, Israele e Giordania[25].
L’Ebraismo è religione maggioritaria in Israele, dove rappresenta circa il 75% della popolazione, ma si presenta anch’esso articolato tra correnti religiose diverse, dal sionismo religioso ai gruppi ultraortodossi[26]. Fuori da Israele la presenza ebraica è oggi molto ridotta e sopravvive in particolare in Iran, dove è riconosciuta come minoranza religiosa dalla Costituzione (art. 13) e gode formalmente di libertà di culto e di una rappresentanza parlamentare (seppur simbolica)[27].
Il Cristianesimo mediorientale costituisce a sua volta un universo complesso, le cui radici risalgono alle prime divisioni teologiche della storia cristiana, in particolare ai concili di Efeso (431) e Calcedonia (451). Oggi convivono nella regione chiese calcedoniane (cattolica e ortodosse o melkite), chiese orientali o pre-calcedoniane (armena, copta, etiopica, siriaca e malankarese) e la chiesa nestoriana o caldea. Tuttavia la presenza cristiana si è progressivamente ridotta negli ultimi decenni, anche a causa delle violenze e delle restrizioni subite da parte di gruppi jihadisti e movimenti radicali[28].
Accanto alle grandi religioni sopravvivono inoltre fedi minoritarie antiche, come lo Zoroastrismo, antica religione iranica pre-islamica, la quale sopravvive in piccole comunità dell’Iran (dove sono riconosciute dalla Costituzione) e lo Yazidismo, di matrice gnostica, diffusa soprattutto tra la popolazione curda, e che, attualmente, è presente in piccoli gruppi sparsi tra l’Iraq, Siria, Turchia, Iran, Armenia e Georgia. Sotto lo Stato islamico (Isis) gli yazidi delle aree al confine tra Iraq e Siria sono stati vittime di omicidi, stupri e conversioni forzate[29].
Il fattore etnico-confessionale rappresenta dunque un elemento rilevante per comprendere la regione, ma non è sufficiente, da solo, a spiegare le dinamiche politiche del Medio Oriente. Esso va infatti analizzato insieme ad altri fattori: il concetto di potere, il lascito coloniale, i processi di costruzione dello Stato moderno e il riemergere di legami spaziali di lunga durata, come il clanismo e il tribalismo, oltre al settarismo inter e intra confessionale. Durante il periodo ottomano, il sistema dei millet riconosceva diritti e autonomie alle comunità religiose sulla base dell’appartenenza comunitaria più che territoriale. Al suo posto il colonialismo franco-britannico impose una discriminazione territoriale basata sulle divisioni interne alle diverse realtà. In molti Stati mediorientali ciò ha contribuito a diffondere una percezione negativa delle minoranze, viste come possibili strumenti di ingerenza esterna, impedendo lo sviluppo di una cittadinanza pienamente egualitaria e l’eliminazione delle discriminazioni tra comunità differenti[30].
Ciò non ha impedito che le comunità religiose minoritarie si configurassero come attori politico-sociali. Cristiani ed ebrei, ad esempio, contribuirono alla diffusione dell’arabismo nel XIX secolo, mentre il nazionalismo arabo, di matrice laica, e lo stesso partito Baʿath (Risurrezione) — movimento laico e socialista affermatosi in Siria e Iraq — pur riconoscendo il ruolo storico dell’Islam nella formazione della nazione araba, ritenessero necessario il superamento della dimensione religiosa. Anche il dissenso agli stessi regimi nazionalisti, tra gli anni ‘60 e ‘70 del XX secolo, non fu esclusivamente di matrice religiosa, ma includeva correnti marxiste e movimenti femministi. Per questo l’idea che, all’indomani dell’indipendenza, solo l’Islam abbia assunto una centralità politica in Medio Oriente è molto riduttiva, dipendente dal fatto che il rafforzarsi del radicalismo islamico e la sua opposizione a regimi nazionalisti reazionari in alcuni Stati (Iraq, Iran, Siria, Libano) sono stati letti come il rifiuto dell’Occidente, di ciò che esso rappresenta e delle sue ingerenze nell’area e, di conseguenza, come la condanna dello Stato moderno incarnato dal nazionalismo[31]. Cosa che avrebbe poi comportato la disgregazione interna di alcune entità statali e il ritorno ad un sistema clanico e tribale.
Clan e tribù per millenni hanno costituito forme di ordine politico e sociale molto persuasive e apprezzate in Medio Oriente (come anche nel Maghreb), tanto da sopravvivere sia al colonialismo sia all’affermarsi degli Stati-nazione, influenzando le stesse logiche dei rapporti di potere interne ai regimi nazionalistici. In Siria, per esempio, il governo laico degli al-Assad (1970-2024) si è fondato su di un equilibrio clanico-tribale e, fino allo scoppio della guerra civile nel 2011, le tribù sunnite vivevano in armonia grazie ad un accordo garantito dalla minoranza sciita degli Alawiti, gruppo di appartenenza degli al-Assad, che controllava tutti i gangli statali. Così come nell’Iraq di Saddam Hussein (1979-2003) l’equilibrio statale era retto da un accordo intertribale tra gruppi del cosiddetto “triangolo sunnita”, comprendente anche la regione di Tikrit, dalla quale proveniva il dittatore iracheno. Tali assetti hanno però spesso indebolito lo Stato nel lungo periodo, perché il potere tendeva a privilegiare gruppi specifici, alimentando tensioni e rivalità tra comunità escluse (altre tribù, che possono o meno coincidere con una comunità etnico-confessionale), e tentativi di ribaltare l’equilibrio[32]. Diverso il caso delle petromonarchie del Golfo, dove la stabilità politica è stata garantita dalla capacità delle famiglie claniche regnanti di redistribuire la rendita petrolifera, assicurando lavoro, crescita economica e modernizzazione, pur in presenza di limitazioni significative dei diritti politici[33].
Il tribalismo si è così mantenuto come una forza intrinseca persistente, sopravvivendo ad ogni tentativo di detribalizzazione da parte dei regimi laici al potere e riemergendo con maggiore evidenza alla fine del XX secolo, quando il venir meno dell’ordine bipolare, la globalizzazione economica e la crisi dello Stato patrimoniale hanno accentuato fragilità istituzionali e tensioni interne[34]. In questo contesto, identità etniche e religiose, alleanze tribali e interessi di potere hanno progressivamente politicizzato le differenze, trasformandole in strumenti di competizione e legittimazione. A partire dagli inizi del XXI secolo ciò ha favorito nel discorso pubblico occidentale una lettura sempre più settaria delle dinamiche regionali, spesso ridotta alla contrapposizione tra sunniti e sciiti o tra Islam ed Ebraismo (incarnato da Israele). In realtà la competizione settaria è un fenomeno molto più complesso. In Iraq, ad esempio, l’assetto istituzionale post-Saddam ha introdotto una ripartizione delle principali cariche secondo criteri etnico-confessionali: la presidenza della Repubblica spetta tradizionalmente a un curdo, la guida del governo a uno sciita e la presidenza del Parlamento a un sunnita. Allo stesso tempo, la Regione autonoma del Kurdistan iracheno presenta proprie dinamiche interne, segnate dalla competizione tra il Partito Democratico del Kurdistan (PDK), radicato nel nord (Erbil e Dihok) e legato alla famiglia Barzani, l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), radicato nel sud (Kirkuk e Sulaymaniyya), legato alla famiglia Talabani, e il partito Goran, gruppo di opposizione ai due partiti storici della regione. Ciò non ha impedito che PDK e UPK si alleassero più volte in vista delle elezioni a livello nazionale[35].
In definitiva il settarismo è un elemento che va ben oltre la contrapposizione religiosa o etnica e che può essere considerato un dispositivo politico flessibile, attivato e modellato dalle élite e dalle condizioni strutturali degli Stati mediorientali. Esso agisce come moltiplicatore di crisi in contesti già segnati da debolezza istituzionale, competizione geopolitica e crisi di legittimità, contribuendo a ridefinire continuamente gli equilibri regionali e a rendere il potere profondamente intrecciato con le identità collettive.
d) Dinamiche tra attori locali, regionali e globali: l’Iran tra proiezione di potenza e crisi del sistema
Il settarismo pertanto viene declinato a strumento geopolitico. Attori regionali e globali hanno progressivamente adeguato le proprie strategie in un Medio Oriente caratterizzato da una competizione geopolitica intensa e decisiva per gli equilibri internazionali futuri. Il caso dell’Iran è interessante da questo punto di vista.
L’Iran è un attore le cui aspirazioni di potenza si sono sovrapposte alle dinamiche dei conflitti etno-religiosi e settari interne a diverse realtà del Medio Oriente, influenzandone il corso, in una replica a livello geopolitico macro-regionale dello scontro intra confessionale sunniti-sciiti – che ha visto accrescersi la rivalità con l’Arabia Saudita – e di quello inter confessionale Islam-sionismo religioso – culminante nel conflitto con Israele e USA. Arabia Saudita e Israele sono due attori che aspirano ad una leadership regionale, e che si affidano sulla solidità dell’alleanza americana per ridimensionare e annullare le aspirazioni iraniane e le sue capacità di proiezione di potenza nel quadrante mediorientale. Capacità che Teheran ha sviluppato attraverso un’azione interposta, per proxy: forze locali ricevono denaro, armi, addestramento, copertura politica e, in cambio, promuovono gli interessi iraniani. In questo modo l’Iran può ripartire i costi, attenuare le responsabilità dirette e mantenere il confronto su un piano indiretto. È un sistema di proiezione definito come “Mezzaluna sciita” o “Asse della Resistenza”, che richiama una veste ideologica di matrice religiosa, ma che, costruito in funzione anti-israeliana e anti-sunnita, risponde alle logiche di potenza di Teheran e alla necessità di spezzare l’isolamento impostogli dagli USA e dai suoi alleati.
Di questo asse fanno parte gli Houthi (Yemen), Haramyun (Siria), Hashd al-Shaabi (Iraq), Hezbollah (Libano), Hamas (Gaza). La loro funzione è premere Israele – il “Piccolo Satana” nella retorica del regime iraniano -, affinché le sue forze e capacità militari vengano impegnate e logorate su più fronti, impedendo che Tel-Aviv possa concentrare i suoi obbiettivi direttamente sull’Iran[36].
La collocazione spaziale di questi gruppiè rilevante, perché formano una sorta di anello attorno a Israele, da nord a sud, toccando punti nevralgici delle catene globali di approvvigionamento energetico e delle merci. Infatti, le milizie sciite degli Houthi, attori proxy sullo scenario yemenita nella sfida iraniana alle aspirazioni saudite, controllano, oltre la capitale Sana’a e alcune porzioni del Paese a nord, le aree prossime allo snodo marittimo di Bab el-Mandeb, fondamentale per l’accesso al Mar Rosso e Mediterraneo. In questo modo Teheran ha la possibilità di minacciare i traffici marittimi e le linee di rifornimento energetico che, passando da Hormuz (sotto il suo diretto controllo) e risalendo il Mar Rosso e Suez, toccano Europa e Israele; e di esercitare pressione sugli Stati Uniti e sull’allentamento delle sanzioni, data la necessità per gli americani di garantire la libera circolazione nel tratto Hormuz-Bab el-Mandeb-Suez.
La pressione ai confini nord di Israele è esercitata da Hezbollah, il principale alleato proxydella Repubblica Islamica dell’Iran. Si tratta di una milizia sciita nata negli anni ’80 del XX secolo nel Libano meridionale, nel contesto della guerra civile (1975-1989), e che oggi detiene un peso enorme sulla politica libanese e sui destini del Libano: siede in Parlamento, influisce sul governo e sulle sue decisioni, possiede un arsenale di gran lunga superiore allo stesso esercito libanese[37]. Del resto il Libano rappresenta uno scenario composito, dove le comunità confessionali – sunniti, maroniti, sciiti – rappresentano le forze politiche principali. Le cariche istituzionali dello Stato sono spartite sulla base di accordi intercomunitari: la Presidenza della Repubblica è riservata ad un cristiano maronita, il ruolo di Primo Ministro ad un musulmano sunnita e la Presidenza del Parlamento ad un musulmano sciita. Le comunità mantengono anche prerogative e potere sui rispettivi membri e sulle proprie aree di insediamento; per cui il principio di uguaglianza dei cittadini si concretizza a livello di appartenenza confessionale e non su scala statuale. Questo spiega il ruolo di Hezbollah, radicata soprattutto nel sud del Libano e in alcuni quartieri di Beirut, e il perché il regime iraniano abbia puntato su di esso per influire sul quadrante occidentale mediorientale[38].
In Siria l’influenza dell’Iran si è accresciuta nel corso della guerra civile, quando, nel 2015, ha deciso di intervenire al fianco di Damasco e del regime dell’alawita Bashar al-Assad, in grave difficoltà. La preoccupazione di Teheran era che l’avvento della democrazia in Siria avrebbe potuto ripercuotersi contro lo stesso Iran, con l’ascesa a ruoli di potere della componente sunnita, maggioritaria nel Paese, a discapito della minoranza sciita. Pertanto si è affidata alla sua élite militare, la Brigata al-Quds – unità speciale dei Guardiani della Rivoluzione iraniana (pasdaran), incaricata delle operazioni “dirty or not” all’estero – sotto il comando di Qassem Soleimani (ucciso nel 2020 per ordine del Presidente americano Trump). Nel teatro siriano, in coordinazione con la Russia, al-Quds e l’alleato Hezbollah hanno svolto una funzione specifica: coadiuvare le forze militari di Damasco nell’occupazione dei territori ribelli “liberati” grazie all’aviazione russa e siriana. In questo tipo di operazione erano coinvolte anche unità e reti legate ad al-Quds, indicate come “Haramyun”. La Siria ha sempre avuto un’importanza strategica per l’Iran: primo, per la presenza di diverse minoranze sciite, come gli alawiti, al potere con gli al-Assad, storici alleati della Repubblica islamica, e i drusi; secondo, per la necessità di Teheran di salvaguardare un ponte di terra verso il Libano e garantire così un appoggio sicuro ad Hezbollah; terzo, per presidiare le Alture del Golan, occupate per il 70% da Israele sin dal 1967, costringendo il nemico a dislocarsi su più fronti e dividere le sue forze[39].
Con lo scopo di premere Israele da sud, l’Iran ha stretto da decenni un sodalizio con Hamas, gruppo paramilitare e terroristico palestinese, di matrice sunnita, radicato nella Striscia di Gaza. È un’alleanza di convenienza, che non risponde alla logica settaria di contrasto al sunnismo, ma a quella di contrasto al sionismo religioso e al progetto di un “Grande Israele”, intrecciandosi con interessi geopolitici e capacità di soft power. Teheran ha tutto l’interesse ad indebolire le aspirazioni dell’Arabia Saudita ad ergersi a campione di un’Islam puro e radicale, ancor più da quando la messa al bando della Fratellanza Musulmana (dal 2014) e i tentativi di normalizzare le relazioni con Israele (sollecitati dall’alleato statunitense e poi compromessisi con il conflitto a Gaza) hanno fortemente compromesso l’immagine di Riad agli occhi della resistenza palestinese. Le relazioni tra Iran e Hamas si sono consolidate nel tempo tramite sostegno logistico e militare, attività di addestramento e una progressiva convergenza tattica[40].
L’influenza e la capacità di proiezione iraniana in Iraq è cresciuta all’indomani della caduta della dittatura ba’athista, e delle prime elezioni libere del 2005, le quali hanno visto la vittoria con il 48,19% dei voti dell’Alleanza irachena unita, una coalizione di partiti sciiti. L’Iran ha visto nella svolta democratica irachena successiva all’invasione americana la possibilità di trasformare uno dei più duri avversari della Repubblica islamica, con il quale le vecchie ferite della guerra decennale (1980-1988) erano ancora aperte, in un Paese amico. Inoltre, Iraq e Iran hanno profondi legami storici e religiosi. In epoca preislamica la capitale dell’Impero Sasanide (dinastia iranica) era Ctesifonte, situata nell’attuale Iraq e lo stesso sciismo si è formato e sviluppato in Iraq, per poi diffondersi in terra iranica solo nel XV secolo con i Safavidi. Le città sante dello sciismo, Najaf e Kerbala, infatti, sono due città irachene. Pertanto, nella transizione verso la democrazia in Iraq, Teheran ha iniziato a sostenere diversi partiti sciiti, tra i quali al Dawlae il Supremo consiglio islamico dell’Iraq (Scii) e il suo leader Abdel Aziz al-Hakim, rampollo di una famiglia di ayatollah iracheni e legato a doppio filo al regime iraniano. Parallelamente, in conseguenza dell’intensificarsi delle tensioni tra sunniti e sciiti, l’emergere della minaccia di al-Qaida e l’esplosione del conflitto settario (con attentati terroristici e violenze da ambo le parti), l’Iran ha appoggiato le milizie sciite, tra cui Brigata Badr, Kataib Hezbollah e Asaib Ahl al-Haq, attraverso le Forze al-Quds del generale Soleimani. Nel 2014 queste formazioni sono confluite nelle Forze di Mobilitazione Popolare (PMU) o “Hashd al-Shaabi”, nate per combattere lo Stato Islamico e poi integrate nelle strutture di sicurezza e nella politica irachena, rafforzando ulteriormente l’influenza iraniana nei circoli politici di Baghdad[41].
Il sistema di proiezione di potenza iraniano in Medio Oriente attraverso attori proxy è strettamente correlato alle capacità missilistiche e al programma nucleare sviluppati da Teheran. L’obiettivo chiave è mantenere un equilibrio competitivo nella regione e salvaguardare la sopravvivenza del regime. Un Regime che si caratterizza per la sua complessità, dove si sovrappongono poteri istituzionali ufficiali e poteri sotterranei e dove le decisioni nascono dalla loro competizione. Da un lato la Guida Suprema, designata a vita dall’Assemblea degli esperti (elettiva), i cui poteri si riducono o si ampliano a seconda della personalità che la ricopre, il Presidente della Repubblica (in carica per massimo 2 mandati consecutivi) e il Parlamento, eletti ogni 4 anni, il Consiglio dei Guardiani (una specie di Corte costituzionale), patronati ruotanti attorno a figure religiose, fazioni e lobby-partito; dall’altro poteri non ufficiali, volti ad influenzare il processo decisionale pubblico, come le associazioni di mercanti (bazar) e le fondazioni per la gestione di finanziamenti e idee (entrambi esistenti sin dall’epoca della monarchia), l’esercito (Artesh), i Guardiani della Rivoluzione (pasdaran). Quest’ultimi, sulla base dei poteri spettanti di difesa della Rivoluzione e legati alla Guida Suprema, hanno visto accrescere il loro potere decisionale e la loro influenza sulla politica interna ed estera iraniana, attraverso anche i bracci esecutivi delle forze paramilitari basiji e la polizia morale[42]. Si tratta perciò di un regime che non può essere definito propriamente una teocrazia[43], e dove la legge non coincide in toto con la legge islamica (sha’ria). La Costituzione iraniana riconosce come fonti di diritto, accanto alla legge islamica, la legislazione espressa dal Parlamento; inoltre, riconosce (almeno sulla carta) tutta una serie di diritti e libertà fondamentali. È nella discrezionalità dei poteri della Guida Suprema e nelle contraddizioni (ce ne sono diverse) della Costituzione che gli elementi conservatori hanno saputo far leva per imporre un controllo sociale repentino, isolando man mano le componenti riformatrici e più moderate del regime. Un controllo che è diventato sempre più serrato e violento, man mano che sono cresciuti il malcontento per la profonda crisi economica, complicata dalle sanzioni, e le proteste per maggiori libertà e diritti da parte di una popolazione giovane e culturalmente preparata[44]. Oggi il regime iraniano è sclerotizzato e in crisi, complice anche l’indebolirsi della rete di proxy attraverso la quale Teheran esercita le sue capacità strategiche di proiezione in Medio Oriente. La maggior assertività militare di Israele, promossa dalle correnti di destra e sposata dal Primo Ministro israeliano Netanyahu, ha determinato un indebolimento significativo di Hamas nella Striscia di Gaza, il cui territorio è circondato militarmente dall’IDF. Anche Hezbollah mostra serie difficoltà di fronte agli attacchi israeliani, che, nell’attuale contesto della guerra nel Golfo, minacciano la sua sopravvivenza nel Libano meridionale e rischiano di trascinare lo stesso Libano in una nuova guerra civile. In Siria la caduta del regime di al-Assad e la presa del potere da parte di gruppi islamisti di Hayat Tahrir al-Sham sotto la guida di al-Jawlānī, appoggiati dalla Turchia, ha causato un grave danno agli interessi geopolitici iraniani e alla necessità di assicurarsi una fascia ininterrotta verso il Libano. Nonostante i legami Iran-Iraq dal 2003/2005 si siano intensificati anche sotto il profilo economico – le esportazioni iraniane verso il vicino sono aumentate del 31,1% su base annua (dati del 2018) -, l’ingerenza iraniana è vista come una delle cause della corruzione governativa, delle rivalità tra le fazioni politiche irachene e dell’acuirsi delle tensioni tra sunniti e sciiti. Le elezioni parlamentari del 2021 hanno segnato la sconfitta dell’Alleanza Fatah (legata a Teheran) e la vittoria del movimento nazionalista sciita guidato dal religioso Muqtada al-Sadr, che tuttavia non è riuscito a formare un governo. In questo clima di instabilità si inseriscono anche le proteste del 2019 contro corruzione, disoccupazione e interferenze straniere, represse con violenza da milizie filoiraniane, alimentando ulteriormente il sentimento anti-iraniano[45]. Infatti, seppur accomunati dalla stessa fede, il clero sciita iracheno mal sopportava e sopporta la supremazia acquisita dall’Iran e della scuola teologica di Qom, guarda(va) con sospetto il modello politico iraniano e l’influenza sul clero libanese e bahreinita, così come gli iracheni soffrono le ingerenze eccessive del gigante vicino[46].
Questo progressiva riduzione della profondità strategica iraniana ha reso ancora più esposte le sue linee di deterrenza punitiva, cioè la possibilità di far leva sulla minaccia credibile di rappresaglie severe per scoraggiare il nemico dall’intraprendere azioni ostili (proxy, sistema missilistico, proliferazione nucleare). Ricordiamo che nel giugno 2025 l’operazione israeliana Rising Lion e l’intervento statunitense Midnight Hammer hanno inciso sui nodi della difesa aerea integrata, su parti della capacità missilistica e produttiva e sul piano della contro-proliferazione[47].
Conflitto nel Golfo e centralità del Medio Oriente
È proprio l’erosione del dispositivo con cui Teheran distribuiva i costi, ripartiva le responsabilità e manteneva un confronto indiretto con i competitor della regione che ha permesso gli attacchi al territorio iraniano del giugno scorso e ha preparato il terreno per l’attuale conflitto su larga scala nel Golfo Persico, iniziato il 28 febbraio con l’attacco israelo-americano sull’Iran. Punto di partenza è stata la perdita di credibilità della coercizione statunitense verso Teheran nel tentativo di imporre la rinuncia non solo al nucleare, ma anche al programma missilistico e al sostegno ai proxy regionali, richieste considerate dal regime incompatibili con la propria sopravvivenza; ciò ha contribuito al fallimento dei fragili negoziati in corso in Oman prima dell’inizio delle ostilità. Il conflitto ha inoltre irrigidito le posizioni e ristretto lo spazio negoziale, trasformando la diplomazia in uno strumento di gestione delle conseguenze dell’uso della forza. L’estensione degli attacchi da parte di Stati Uniti e Israele alle infrastrutture petrolifere iraniane segnala infine un salto qualitativo: dalla pressione su obiettivi militari alla volontà di incidere sulla resilienza generale del Paese; ad altri attori regionali si segnala che un eventuale sostegno all’Iran non verrà considerato neutrale[48].
La risposta dell’Iran contro Israele e il dispositivo americano nel Golfo riflette la logica di quello che si può definire un conflitto asimmetrico: l’attore più debole tende a spostare il confronto verso spazi in cui la superiorità militare dell’avversario produce rendimenti decrescenti. Si cerca così di trasferire i costi lì dove c’è vulnerabilità del più forte. La regionalizzazione del conflitto, con il Golfo in posizione cruciale, diventa quindi uno strumento per riequilibrare il rapporto tra costi inflitti e subiti. Infatti si tratta di un’area dove si sovrappongono le dimensioni proprie della potenza americana: presenza militare avanzata, sistema di alleanze regionali (Arabia Saudita, EAU, Qatar, Oman, Kuwait, Bahrein, Giordania), garanzia di sicurezza per uno spazio libero fondamentale per l’approvvigionamento energetico e il commercio globale[49]. È come se l’Iran abbia adattato l’azione indiretta della proxy war all’attuale situazione, rispondendo ad una guerra dichiarata dall’avversario con una guerra all’economia globale. La prova è la chiusura dello stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico del petrolio e del gas naturale liquefatto, i cui effetti incidono sul prezzo degli idrocarburi, sulla produzione di semiconduttori e sull’economia mondiale. L’UE ha già prospettato il concreto rischio di uno “shock energetico”, con la necessità di razionare le fonti energetiche europee e attuare politiche di austerity. Gli attacchi di Teheran alle infrastrutture energetiche, logistiche, alle risorse idriche, ai data center degli Stati del Golfo hanno probabilmente anche un altro scopo recondito: la messa in discussione della credibilità dell’ombrello di difesa statunitense. Gli Stati del Golfo, infatti, potrebbero deviare verso ricostruzione e riarmo i capitali sovrani finora destinati all’industria e alle catene di approvvigionamento statunitensi. Per questo più a lungo dura la guerra, più il rischio che i danni economici diventino strutturali aumenta[50].
Sta di fatto che gli equilibri mondiali stanno attraversando una turbolenta fase di transizione verso un nuovo assetto. Russia e Cina sono due competitors degli Stati Uniti che aspirano a incidere sugli sviluppi di un nuovo ordine internazionale e che vedono dei vantaggi nel conflitto scatenato da USA e Israele: Mosca ha distolto l’attenzione dal conflitto ucraino e si trova a poter offrire le proprie riserve petrolifere, sulle quali gli stessi Stati Uniti hanno allentato le sanzioni, e, anche per questo, ha tutto l’interesse a che Teheran resisti agli attacchi; Pechino acquista quasi l’80% del greggio iraniano a prezzi scontati e potrebbe vedere la propria posizione nell’Indo-Pacifico rafforzarsi[51]. Non si conoscono quali saranno gli sviluppi del conflitto. Ma certo è che tutta la questione e il complesso intreccio tra posizione spaziale, risorse, economia, fattore umano, fattore etnico-religioso e dinamiche geopolitiche regionali peculiari del Medio Oriente dimostrano come esso stia acquisendo una nuova centralità, fondamentale per un nuovo ordine mondiale che ancora non si intravede.
[1] De Ruvo G. (a cura di); Storia e filosofia della geopolitica. Un’antologia; Carocci; 2024; p. 30
[2] Ibidem
[3] Abdolmohammadi Bijan P.; Il nuovo Medio Oriente. Potere, diplomazia e realismo; Napemes Edizioni; 2025; p. 3
[4] Campanini M.; Storia del Medio Oriente; Il Mulino; 2011; p. 8
[5] Emiliani M.; Medio Oriente (s.d.); Enciclopedia Italiana Treccani – Appendice VII; 2007; https://www.treccani.it/enciclopedia/medio-oriente_(Enciclopedia-Italiana)/, consultato il 24/03/2026
[6] Ferraguti D.; La tradizionale definizione di Medio Oriente necessita di essere superata; IARI (Istituto Analisi Relazioni Internazionali); 2022; https://iari.site/2022/03/22/la-tradizionale-definizione-di-medio-oriente-necessita-di-essere-superata/, consultato il 24/03/2026
[7] Cerreti C. – Marconi M. – Sellari P.; Spazi e poteri. Geografia politica, geografia economica, geopolitica; Laterza; 2019; p. 39
[8] IEA – International Energy Agency (s. d.); Energy system of Middle East; https://www.iea.org/regions/middle-east, consultato il 25/03/2026
[9] Hafner M. – Raimondi P. P. – Bonometti B.; The Energy Sector and Energy Geopolitics in the MENA Region at a Crossroad. Towards a Great Transformation?; Springer; 2023; pp. 164, 363-364
[10] Ibidem, p. 13
[11] Ibidem, p. 117
[12] Ibidem, pp. 31-33
[13] Ibidem, p. 38
[14] Ibidem, pp. 27-28
[15] A.A.V.V.; Atlante Geopolitico; Enciclopedia Italiana Treccani; 2025; p. 258
[16] Ibidem, p. 311
[17] Il nuovo governo siriano ha firmato a maggio 2025 un accordo di 7 miliardi di dollari con un consorzio internazionale facente capo alla qatariota UCC Concession Investiments per raddoppiare la capacità di produzione elettrica attraverso energia termica e solare; Ibidem, p. 534
[18] Hafner M. – Raimondi P. P. – Bonometti B.; The Energy Sector and Energy Geopolitics in the MENA Region at a Crossroad; pp. 379-381
[19] Abdolmohammadi Bijan P.; Il nuovo Medio Oriente; p. 2
[20] Abdolmohammadi Bijan P.; Il nuovo Medio Oriente; p. 3
[21] Cerreti C. – Marconi M. – Sellari P.; Spazi e poteri; p. 385
[22] DEEWAN INSTITUTE (s.d.); Popoli del Medio Oriente; https://deewaninstitute.com/people-middle-east/, consultato il 27/03/2026
[23] La corrente sunnita si fonda sulla Sunna, cioè sull’insieme degli insegnamenti del Profeta Maometto (570-632) e sulla successione dei khalifa (“califfi ben guidati”). Per i sunniti essa ha un valore normativo equiparabile al diritto coranico, in quanto fonte integrativa primaria della rivelazione. Gli sciiti, invece,riconoscono la successione del genero di Maometto, Ali ibn Abi Talib (599-661), come primo imam (capo della comunità, vero interprete del Corano e della legge in quanto dotato di un potere spirituale interiore derivante da Maometto stesso) e della sua discendenza. Si distingue a sua volta in sciismo settimano e sciismo duodecimano (maggioritario nella Repubblica Islamica dell’Iran). Gli ayatollah sono le autorità religiose e spirituali degli sciiti; Parlato V.; Pluralità di etnie, di religioni, di Stati in Medio-oriente; il terrorismo islamico; «Stato, Chiese e pluralismo confessionale»; n. 18 (2017); pp. 1-2
[24] Ibaditi (s.d.); in Enciclopedia Treccani online; Istituto dell’Enciclopedia italiana; https://www.treccani.it/enciclopedia/ibaditi/, consultato il 27/03/2026
[25] Nel 1973 gli ayatollah iraniani hanno riconosciuto gli alawiti come un ramo dello sciismo, dando così legittimità alla famiglia alawita degli al-Assad, salita al potere in Siria nel 1970 e aprendo all’alleanza tra Damasco e Teheran all’indomani della rivoluzione iraniana del ‘79. Con la caduta degli al-Assad ad opera di forze islamiste sunnite (dicembre 2024) gli alawiti hanno subito diverse persecuzioni e violenze; Parlato V.; Pluralità di etnie, di religioni, di Stati in Medio-oriente; pp. 2-3
[26] Nel 2018 la Knesset (Parlamento) israeliana ha approvato una legge con la quale Israele viene definito “la casa nazionale del popolo ebraico”. La legge è stata molto discussa perché rappresenterebbe, per i critici, una palese discriminazione nei confronti dei cittadini arabi e delle altre comunità minoritarie; Bagaini A.; Israele: i rischi della nuova legge sullo stato-nazione; Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI); 2018; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-i-rischi-della-nuova-legge-sullo-stato-nazione-21068; consultato il 29/03/2026
[27] Petrillo P. L.; L’Iran degli ayatollah; Il Mulino; 2025; p. 98
[28] Parlato V.; Pluralità di etnie, di religioni, di Stati in Medio-oriente; pp. 4-5
[29] Ibidem; pp. 5-6
[30] Cerreti C. – Marconi M. – Sellari P.; Spazi e poteri; p. 106
[31] Marzano A.; Terra laica. La religione e i conflitti in Medio Oriente; Viella; 2022; pp. 19-21
[32] Cerreti C. – Marconi M. – Sellari P.; Spazi e poteri; pp. 104-105
[33] Bianco C. – Legrenzi M.; Le monarchie arabe del Golfo. Nuovo centro di gravità in Medio Oriente; Il Mulino; 2023; pp. 45-46
[34] Ibidem; pp. 102-103
[35] Redaelli R. – Plebani A.; L’Iraq contemporaneo; Carocci; 2013; pp. 163-165
[36] Abdolmohammadi Bijan P.; Il nuovo Medio Oriente; p. 48
[37] Ibidem; pp. 49-50
[38] Cerreti C. – Marconi M. – Sellari P.; Spazi e poteri; p. 107
[39] Emiliani M.; Purgatorio arabo. Il tradimento delle rivoluzioni in Medio Oriente; Laterza; 2020; pp. 186-187; Abdolmohammadi Bijan P.; Il nuovo Medio Oriente; p. 49
[40] Ibidem; p. 50
[41] Perletta G.; Il ruolo iraniano in Iraq vent’anni dopo la caduta di Saddam Hussein; MedOr Italian Foundation; 2023; https://www.med-or.org/news/il-ruolo-iraniano-in-iraq-ventanni-dopo-la-caduta-di-saddam-hussein, consultato il 3/04/2026
[42] Petrillo P. L.; L’Iran degli ayatollah; Il Mulino; 2025; pp. 49-79
[43] Si potrebbe definire la Repubblica Islamica dell’Iran una teocrazia imperfetta. La Guida Suprema è il vertice del sistema iraniano ed ha amplissimi poteri di controllo sulle istituzioni dello Stato, che si fondano sulla teoria del velayat-e faqih, cioè sul diritto-dovere, spettante solo ad un religioso, di guidare moralmente e politicamente il Paese (teoria reputata eretica da buona parte del mondo sciita fuori dall’Iran). Ma nella Repubblica Islamica esistono anche delle istituzioni elettive – il Presidente e il Parlamento – e dei poteri sotterranei molto forti – i Guardiani della Rivoluzione. Quest’ultimi hanno visto accrescere il loro potere all’interno del regime, grazie anche al rapporto di vicinanza con la stessa Guida, la quale non può prescindere dal loro sostegno. Tant’è che la nuova Guida Suprema, eletta dall’Assemblea degli esperti l’8 marzo 2026, è Motjaba Khamenei, figlio del predecessore Ali e legato ai pasdaran. Inoltre, come sottolinea Petrillo, il privilegiare nella scelta della Guida Suprema, come elemento determinante, la militanza politica piuttosto che posizioni di vertice nella gerarchia religiosa sciita ha accentuato il ruolo politico di quella figura; Ibidem; p. 50
[44] Ibidem; pp. 83-88
[45] Perletta G.; Il ruolo iraniano in Iraq vent’anni dopo la caduta di Saddam Hussein
[46] Emiliani M.; Purgatorio arabo; pp. 10-11
[47] Giaris L.; Conflitto Iran: dalla coercizione negoziale alla guerra regionale; Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI); 2026; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/conflitto-iran-dalla-coercizione-negoziale-alla-guerra-regionale-234090; consultato il 4/04/2026
[48] Ibidem
[49] Id.
[50] Girinshankar N.; Iran’s Real War Is Against the Global Economy; Center for Strategic & International Studies (CSIS); 2026; https://www.csis.org/analysis/irans-real-war-against-global-economy, consultato il 04/04/2026
[51] Ibidem

