Negli ultimi trent’anni, il sistema internazionale ha visto la nascita di un nuovo disegno nelle relazioni internazionali, che ha eroso l’assetto unipolare emerso dopo la fine della Guerra Fredda. In maniera diametralmente opposta agli anni Novanta, dove l’egemonia degli Stati Uniti risultava incontestabile, il XXI secolo ha visto lo sviluppo di nuove dinamiche di competizione e cooperazione che hanno ridefinito gli equilibri geopolitici globali. Tra i principali fattori determinanti ritroviamo: lo sviluppo tecnologico in primis, il tema della transizione energetica, l’annessione, in termini economici, dei paesi emergenti nei mercati finanziari ( come si denota nei report periodici del Fondo Monetario Internazionale, i Paesi emergenti, ed in particolare modo l’Asia, negli ultimi 20 anni hanno acquisito non solo un peso sistemico, ma sono diventati veri motori della crescita globale)[1], infine un declino statunitense dovuto ad una forma di “imperial overstretch”, ovvero un eccesso di impegni militari e strategici rispetto alle proprie risorse, che ha inciso sulla loro capacità di mantenere un dominio unipolare; basti pensare che nel 2023, la spesa militare e strategica per la NATO apportata dagli USA corrispondeva a circa il 68% della spesa totale, pari a 916 miliardi di dollari; un dato impressionante, che corrisponde circa al 15% dell’intero bilancio federale[2]*

In particolare, la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina rappresenta oggi il principale fattore di tensione sistemica, configurandosi non solo come competizione tra potenze, ma come confronto tra modelli economici, tecnologici e normativi differenti. La Repubblica Popolare Cinese si è affermata come principale competitor geopolitico degli USA, superando la Russia in tutti i fattori di potenza, attraverso la combinazione di crescita economica sostenuta, integrazione nella globalizzazione e una forte strategia industriale guidata dallo Stato. L’adozione di politiche come “Made in China 2025” e l’investimento in tecnologie avanzate hanno consentito al paese di passare da economia manifatturiera a potenza tecnologica, alimentando sempre di più il confronto con gli Stati Uniti[3].

Tuttavia, una lettura esclusivamente bipolare della geopolitica contemporanea rischia di risultare riduttiva. Parallelamente alla competizione tra Washington e Pechino, si assiste infatti all’emergere di un insieme eterogeneo di attori – comunemente definiti “Sud Globale” – che stanno acquisendo una crescente autonomia strategica. Questi paesi non si limitano a subire le dinamiche imposte dalle grandi potenze, ma partecipano attivamente alla ridefinizione dell’ordine internazionale, contribuendo alla transizione verso una configurazione multipolare.

Questo contributo intende analizzare la ridefinizione degli equilibri geopolitici attraverso tre dimensioni principali: la competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina, il ruolo crescente del Sud Globale e l’emergere di nuove forme di governance internazionale. L’ipotesi di fondo è che il sistema internazionale stia evolvendo verso una multipolarità fluida e instabile, quasi imperfetta, caratterizzata da una pluralità di attori e da un crescente grado di interdipendenza conflittuale.

Dall’unipolarismo alla competizione sistemica

La fine della Guerra Fredda ha inaugurato una fase di predominio statunitense che molti studiosi hanno definito come “momento unipolare”[4]. Durante questo periodo, gli Stati Uniti hanno esercitato una leadership globale fondata su superiorità militare, centralità economica e capacità di definire norme e istituzioni internazionali, garantendosi il ruolo di “paladini della democrazia”. Tuttavia, tale configurazione ha iniziato a mostrare segni di declino già nei primi anni Duemila, in seguito ai fattori sopraelencati, i quali hanno permesso indirettamente l’ascesa e l’entrata in gioco di nuove potenze economiche.

In questo contesto, Pechino si è progressivamente affermata come principale sfidante dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. La crescita economica cinese, sostenuta da un modello di sviluppo orientato all’export e da un forte intervento statale, ha consentito a Pechino di accumulare risorse materiali e politiche tali da proiettare la propria influenza a livello globale. L’espansione cinese inoltre, è stata favorita anche e soprattutto dal fatto che Pechino non ha un passato coloniale come le potenze occidentali, ne consegue che i paesi in via di sviluppo, ad esempio i paesi africani ( seppur non in maniera omogenea), si sono mostrati favorevoli a volgere il loro sguardo in favore della Cina, considerata come portatrice di sviluppo e investimenti piuttosto che le potenze occidentali, viste invece come dominatrici[5].

La crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina si presenta come una competizione sistemica, che va oltre la dimensione militare, e abbraccia anche altre prospettive, soprattutto quelle legate alla supremazia tecnologica globale, in primis il campo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie avanzate, le quali rappresentano oggi un elemento centrale della politica globale contemporanea. La competizione per il predominio tecnologico tra le due potenze sta progressivamente ridefinendo gli equilibri geopolitici internazionali, contribuendo alla trasformazione delle alleanze tradizionali e all’emergere di nuovi ambiti di confronto strategico. In questo scenario si inserisce la formazione di nuove coalizioni tecnologico-strategiche, come il QUAD e l’AUKUS[6], che assumono un ruolo rilevante nella definizione delle future regole di governance dell’intelligenza artificiale a livello globale. L’analisi teorica si basa sul paradigma del realismo difensivo, secondo cui gli Stati agiscono in un sistema internazionale anarchico principalmente con l’obiettivo di preservare la propria sicurezza e contrastare potenziali minacce[7].

Parallelamente, si osserva una crescente tendenza alla “securitizzazione” delle interdipendenze economiche. Le catene globali del valore, un tempo considerate strumenti di integrazione e cooperazione, sono sempre più interpretate come potenziali vulnerabilità strategiche. Un esempio particolarmente rilevante è rappresentato dal settore dei semiconduttori, in cui gli Stati Uniti hanno introdotto restrizioni all’export di tecnologie avanzate verso la Cina, mentre promuovono politiche di reshoring attraverso strumenti come il CHIPS Act. In questo contesto, la forte concentrazione della produzione in paesi come Taiwan è percepita non più come un vantaggio in termini di efficienza, ma come un rischio geopolitico[8].

Un secondo ambito significativo riguarda le politiche di “de-risking” adottate da Stati Uniti, Unione Europea e Giappone. Piuttosto che perseguire un completo decoupling, questi attori mirano a ridurre selettivamente la dipendenza da fornitori ritenuti critici, in particolare nei settori delle tecnologie avanzate, della farmaceutica e delle materie prime strategiche. Strategie come il cosiddetto “China+1” o il friend-shoring riflettono il tentativo di mantenere i benefici dell’interdipendenza economica limitandone al contempo i rischi sistemici.

Un ulteriore esempio è offerto dalle catene di approvvigionamento legate alla transizione energetica. La forte dipendenza occidentale dalla Cina per la fornitura di terre rare e componenti per batterie ha spinto numerosi paesi a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, attraverso nuovi accordi con partner alternativi e politiche di rilocalizzazione produttiva. Anche in questo caso, le catene del valore vengono reinterpretate in chiave strategica, come strumenti di potere oltre che di sviluppo sostenibile.

Infine, la crescente diffusione di pratiche di coercizione economica evidenzia come le interdipendenze possano essere “weaponizzate”. Sia gli Stati Uniti, attraverso il controllo delle infrastrutture finanziarie ( o i numerosi dazi imposti alla Cina) e tecnologiche globali, sia la Cina, tramite l’accesso al proprio mercato interno, hanno dimostrato la capacità di sfruttare le asimmetrie delle reti economiche per esercitare pressione politica su altri attori. Ciò contribuisce a rafforzare la percezione delle interdipendenze come potenziali leve di vulnerabilità[9].

Il Sud Globale e l’autonomia strategica

Se la competizione tra Stati Uniti e Cina costituisce l’asse principale della geopolitica contemporanea, il ruolo del Sud Globale rappresenta uno degli elementi più innovativi della fase attuale. Storicamente considerati come attori marginali o subordinati, molti paesi del Sud Globale stanno oggi adottando strategie di politica estera più assertive e autonome, con l’obiettivo di ritagliarsi un proprio spazio personale nei tavoli delle trattative.
Negli ultimi anni il Sud Globale – ossia un ampio insieme di paesi emergenti in Asia, Africa, America Latina e Medio Oriente – ha cominciato a «definire un proprio percorso economico e diplomatico in un mondo multipolare». Questi paesi stanno guidando la crescita globale, approfondendo legami commerciali e di investimento con il resto del mondo[10]. Una caratteristica interessante che riguarda le nazioni del Sud Globale, è che sono generalmente multi-allineate, ovvero coltivano relazioni diversificate con più partner, evitando schieramenti rigidi. Questo corrisponde ad un obiettivo geopolitico ben definito: negoziare tra le superpotenze, massimizzando i benefici economici della competizione USA-Cina mantenendo contemporaneamente autonomia decisionale[11].

Il concetto di autonomia strategica, ovvero la capacità di uno Stato di perseguire i propri obiettivi nazionali senza sottostare passivamente alle direttive di una grande potenza, è centrale per interpretare tale dinamica. Ad esempio, l’India persegue una politica di multi-allineamento[12]: coopera sia con gli Stati Uniti che con la Russia e altri attori, rifiutando di sottoporsi totalmente a uno solo di loro[13]. L’esecutivo di Nuova Delhi, ha formalizzato la propria autonomia strategica lavorando in parallelo con Washington (nell’Indo-Pacifico) e con Mosca (nei tradizionali accordi di difesa), aderendo a gruppi quali BRICS e Quad ma restando indipendente nelle decisioni chiave[14]. Questa strategia ha radici storiche anticoloniali e in tempi più recenti nel principio di non allineamento sviluppatosi durante la Guerra Fredda.

Oltre all’India, altre potenze in via di sviluppo, e sempre più centrali dal punto di vista strategico, come Brasile e Indonesia, incarnano concretamente questa logica. Analogamente il Brasile adotta da tempo una strategia di multiallineamento: mantiene solidi legami economici e tecnologici con Cina e Stati Uniti, bilanciandoli senza allinearsi rigidamente e impegnandosi per riformare le istituzioni globali (ONU, FMI) a favore dei paesi emergenti[15]. L’Indonesia, da parte sua, insiste sulla non allineazione come principio guida della sua politica estera, mirando a un ordine regionale autonomo e a non doversi “scegliere” tra Washington o Pechino[16].

Anche sul piano economico e commerciale il Sud Globale sta diversificando attivamente le proprie relazioni. «Le nazioni del Sud Globale sono generalmente multi-allineate, sono libere di forgiare partnership economiche e tecnologiche in linea con le proprie priorità strategiche»[17]*. Per cui si riservano la possibilità di intrecciare supply chain e progetti infrastrutturali con entrambi gli attori principali, evitando di dipendere eccessivamente sia da Washington che da Pechino.

Va poi evidenziato che il Sud Globale non è un blocco monolitico: al suo interno esiste una grande diversità di interessi e orientamenti. Ciò che accomuna molti di questi Paesi è tuttavia la volontà di riequilibrare l’ordine internazionale a loro favore, trovare finalmente quel riscatto, che mai è stato conseguito a causa del colonialismo in primis, e della marginalità geopolitica poi. Inoltre, le élite del Sud Globale rivendicano una maggiore voce nei processi decisionali globali, impegnandosi a “riformare le istituzioni internazionali e a correggere gli squilibri decisionali mondiali”[18]. Tale esigenza riflette la determinazione a ridurre la dipendenza dai vecchi centri di potere occidentali e ad ampliare lo spazio di manovra nazionale, in linea con l’idea di autonomia strategica che permea la loro politica estera

Nuove forme di governance e coalizioni emergenti

La crescente centralità del Sud Globale nella politica mondiale si manifesta attraverso la nascita di nuove piattaforme e coalizioni multilaterali alternative. Gruppi informali e forum internazionali come BRICS, G20 e “alleanze del Sud” stanno assumendo un peso sempre maggiore, contribuendo a un’architettura multipolare e meno incentrata sull’Occidente. In particolare, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) si presentano come un forum autonomo di cooperazione per il Sud Globale. Secondo analisti internazionali, i BRICS sono visti come «un’alternativa emergente ai quadri di governo dominati dall’Occidente», ed in particolare modo al dollaro americano[19], e perseguono la creazione di spazi propri di influenza. Il gruppo ha già introdotto innovazioni istituzionali come la già citata Banca Brics (NDB) e sta promuovendo la cooperazione Sud-Sud, offrendo strumenti di finanziamento e sviluppo meno vincolati alle condizioni occidentali. In pratica, il BRICS + (dopo l’allargamento del 2023) si propone come un canale politico-economico in cui le economie emergenti possono coordinarsi sulle priorità comuni e accedere a risorse finanziarie alternative: ad esempio la New Development Bank concede prestiti con meno condizioni “senza compromettere la sovranità” dei Paesi membri.*

Accanto ai BRICS, il G20 ha assunto un ruolo rilevante come piattaforma di governance globale più bilanciata. Recentemente, le iniziative del G20 (sotto la presidenza dell’India) hanno posto al centro l’agenda del Sud Globale. In particolare, l’ingresso dell’Unione Africana nel G20 è stato salutato come un segnale della sua crescente inclusività. Secondo esperti, tale ampliamento «ha alterato profondamente il carattere della piattaforma, rendendola più inclusiva e rappresentativa dell’ordine globale emergente[20]». In questo modo il G20 sta diventando uno spazio in cui i paesi in via di sviluppo siedono accanto alle potenze tradizionali, contribuendo alle decisioni su sviluppo sostenibile, cambiamento climatico, sicurezza sanitaria e riforme delle banche multilaterali.

Contestualmente, anche la Cina sta promuovendo nuove forme di governance economica mirate al Sud Globale. La sua Belt and Road Initiative (BRI) è un esempio chiave: lanciata nel 2013, la BRI è un programma globale di infrastrutturazione e connettività rivolto soprattutto ad Asia, Africa e altri Paesi in via di sviluppo. Come nota il Chatham House, la BRI è «uno degli strumenti principali della Cina per impegnarsi con il Sud Globale[21]» e ha finanziato numerosi progetti infrastrutturali in Asia e Africa con prestiti cinesi. A questo si affiancano altre iniziative come la Global Development Initiative (GDI) e la Global Security Initiative, che fungono da piattaforme finanziarie e normative alternative[22]. Insieme, questi programmi ampliano le opzioni di sviluppo per i paesi partner, offrendo modelli di investimento diversi rispetto a quelli occidentali e rafforzando allo stesso tempo i legami economici di Pechino con il Sud Globale.

Verso una multipolarità instabile

L’interazione tra la competizione delle grandi potenze e l’autonomia crescente del Sud Globale sta ridefinendo l’architettura internazionale in senso multipolare. Tuttavia, questa nuova multipolarità appare più fluida e instabile rispetto a quelle storiche. Come sottolinea il World Economic Forum, ci troviamo in un’epoca di «weaponization dell’interdipendenza», dove legami economici e tecnologici sono strumentalizzati nelle rivalità geopolitiche. Gli equilibri esistenti sono in frantumi e non esiste attualmente un “blueprint”* condiviso di cooperazione multipolare[23]: l’influenza globale si negozia attraverso sfere di potere sovrapposte, coalizioni ad hoc e alleanze transitorie. In tale contesto di sfiducia generalizzata, il rischio di frammentazione internazionale aumenta considerevolmente. Il passaggio da un ordine unipolare a una struttura multipolare instabile si accompagna a una crescita della tensione globale e a una maggiore probabilità di conflitti diretti tra grandi potenze.

Questo assetto «interdipendente e conflittuale» mette a repentaglio la capacità di affrontare problemi transnazionali. Questioni come il cambiamento climatico, le pandemie o la stabilità finanziaria globale richiedono infatti cooperazione multilaterale stringente, ma le rivalità attuali tendono a indebolirla. Ad esempio, le sanzioni economiche incrociate e il riarmo tecnologico – pur giustificati come misure di sicurezza – alimentano una spirale di contestazioni reciproche, rendendo più difficile definire regole condivise sui temi globali. D’altra parte, la moltiplicazione dei centri di potere porta anche opportunità potenzialmente positive. Una maggiore pluralità di attori può favorire l’emergere di nuove idee e modelli di sviluppo, rendendo il sistema internazionale nel complesso più inclusivo e rappresentativo. Tuttavia, per cogliere queste opportunità è essenziale aggiornare i meccanismi di governance globale. In linea con questa visione, il WEF raccomanda di «accettare la multipolarità difendendo il multilateralismo[24]»: un più ampio bilanciamento di poteri richiede infatti nuove regole e istituzioni riformate. È necessario ristrutturare le istituzioni esistenti – ad esempio nei settori della sicurezza, della finanza, del commercio, del clima e della salute, concedendo ai paesi emergenti una rappresentanza maggiore. In questo modo sarà possibile trasformare la competizione tra Stati in un sistema regolato e cooperativo, dotato di garanzie condivise per gestire il rischio comune e preservare i beni pubblici globali.


[1] International Monetary Fund. (2025, December 17). IMF data brief: Quarterly gross domestic product. https://data.imf.org/en/news/imf

[2] Stockholm International Peace Research Institute. (2024, April 22). Global military spending surges amid war, rising tensions and insecurity. https://www.sipri.org/media/press-release/2024/global-military-spending-surges-amid-war-rising-tensions-and-insecurity

[3] McBride, J., & Chatzky, A. (2019, May 13). Is “Made in China 2025” a threat to global trade? Council on Foreign Relations. https://www.cfr.org/backgrounder/made-china-2025-threat-global-trade

[4] Krauthammer, C. (1990). The unipolar moment. Foreign Affairs, 70(1), 23–33.

[5] Li, H., & Musiitwa, J. M. (2020, August 3). China in Africa’s looking glass: Perceptions and realities. Royal United Services Institute. https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/commentary/china-africas-looking-glass-perceptions-and-realities

[6] Il Quad (Quadrilateral Security Dialogue) e l’AUKUS sono due iniziative di cooperazione strategica nell’Indo-Pacifico. Il primo è un forum informale tra Stati Uniti, India, Giappone e Australia, volto a promuovere stabilità e collaborazione su sicurezza e sviluppo; il secondo è un’alleanza tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, focalizzata principalmente sulla cooperazione militare e tecnologica, inclusa la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare. Entrambe si inseriscono nel contesto del contenimento dell’influenza cinese nella regione.

[7] Haider, B., Hanif, S., & Fida, Z. (2025). The geo-political implications of the US-China AI and tech rivalry. Global Social Sciences Review, 10(2), 45–54. https://doi.org/10.31703/gssr.2025(X-II).04 

[8] Meunier, S., & Nicolaïdis, K. (2023). The geopoliticization of European trade and investment policy. International Journal, 78(4), 639–658. https://doi.org/10.1177/00207020231213612 

[9] Cha, V. D. (2023). Collective resilience: Deterring China’s weaponization of economic interdependence. International Security, 48(1), 91–124. https://doi.org/10.1162/isec_a_00463

[10] Bharadwaj, A., Rodríguez-Chiffelle, C., Urbano, L., Zdunic, S., & Azevedo, D. (2025). In a multipolar world, the Global South finds its moment. Boston Consulting Group. https://www.bcg.com/publications/2025/in-a-multipolar-world-global-south-finds-its-moment

[11] Colombo, A. (2023, April 14). Global South: l’era del multi-allineamento. Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Leggi l’articolo

[12] Jaishankar, S. (2020). The India way: Strategies for an uncertain world. HarperCollins.

[13] Pant, H. V., & Joshi, Y. (2022). India’s strategic autonomy: Evolution and implications. International Affairs, 98(1), 1–20.

[14] Upadhyay, S. (2022, July 12). BRICS, Quad, and India’s multi-alignment strategy. Stimson Center.

Per approfondire: Kapoor, N. (2023). Multi-alignment under “uneven multipolarity”: India’s relations with Russia in an evolving world order. Vestnik MGIMO-Universiteta, 16(2), 15–32.

[15] Stuenkel, O. (2025). Multi-alignment as strategy: How Brazil navigates between Washington, Beijing, and the Global South. Belfer Center for Science and International Affairs.https://www.belfercenter.org/research-analysis/multi-alignment-strategy-how-brazil-navigates-between-washington-beijing-and

[16] Laksmana, E. A. (2018). Indonesia’s rising regional and global profile: Does size really matter? Contemporary Southeast Asia, 40(2), 295–320.

[17] Bharadwaj, A., Rodríguez-Chiffelle, C., Urbano, L., Zdunic, S., & Azevedo, D. (2025). In a multipolar world, the Global South finds its moment. Boston Consulting Group. https://www.bcg.com/publications/2025/in-a-multipolar-world-global-south-finds-its-moment

[18] Un aspetto meno discusso ma rilevante della rivendicazione di maggiore autonomia da parte del Sud Globale riguarda la creazione di istituzioni finanziarie alternative, come la New Development Bank (NDB) dei BRICS e l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), concepite per ridurre la dipendenza da organismi dominati dall’Occidente quali FMI e Banca Mondiale. Tali istituzioni non mirano necessariamente a sostituire l’ordine esistente, ma a integrarlo e ribilanciarlo, offrendo ai paesi emergenti maggiori margini di manovra e accesso a finanziamenti meno condizionati politicamente, rafforzando così strategie di multiallineamento e autonomia decisionale.

[19] Arnold, T. D. (2024). De-dollarization and global sovereignty: BRICS’ quest for a new financial paradigm. Global Governance. https://doi.org/10.1177/19427786241266896

[20] The G20 after African Union membership: Toward a more representative global governance? Brookings Institution. https://www.brookings.edu/articles/the-g20-after-african-union-membership/

[21] Chatham House. (2021). What is China’s Belt and Road Initiative (BRI)? The Royal Institute of International Affairs. https://www.chathamhouse.org/2021/09/what-chinas-belt-and-road-initiative-bri

[22] In pratica, la GDI funziona come un quadro di coordinamento che canalizza investimenti e progetti di sviluppo, spesso complementari alla Belt and Road Initiative, mentre la GSI si traduce in cooperazione in ambiti come antiterrorismo, cybersicurezza e sicurezza regionale, con l’obiettivo di ridurre l’influenza delle alleanze militari occidentali e proporre un’architettura di sicurezza più multipolare.

[23] World Economic Forum. (2024). Global risks report 2024: Geopolitical fragmentation and economic interdependence. https://www.weforum.org/reports/global-risks-report-2024/

[24] World Economic Forum. (2024). Global risks report 2024. https://www.weforum.org/reports/global-risks-report-2024

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