1. I chip e la loro importanza strategica

A cavallo tra tecnologia e geopolitica si colloca una delle industrie più significative del XXI secolo: la manifattura dei chip. Dagli smartphone ai sistemi di difesa aerea, i chip (o semiconduttori) costituiscono la base del funzionamento del 98% degli apparecchi elettronici sul mercato. La sempre crescente importanza che tali prodotti hanno assunto nel corso dei decenni è destinata ad aumentare esponenzialmente in relazione alla crescita delle possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale: le stime aggregate per il 2026 si attestano attorno ai 600 miliardi di dollari di investimenti destinati a server, data center, networking e chip (Bank of America, 2026).

Ma quali stati sono i principali attori nel design e nella produzione degli chip? Quali sono le sfide per l’Europa nella produzione ed approvvigionamento degli stessi?

I chip sono dei microcomponenti elettronici costituiti da circuiti integrati in silicio. Questi circuiti sono composti a loro volta da migliaia o miliardi di transistor, piccoli interruttori elettrici che, alternando stati di accensione e spegnimento, consentono l’elaborazione digitale. Sin dalla loro invenzione nel 1959, i chip costituiscono la base del funzionamento delle tecnologie informatiche moderne.

La storia di questa tecnologia è strettamente intrecciata con lo sviluppo della Silicon Valley:  in questo contesto, caratterizzato da un ecosistema di università, centri di ricerca e imprese specializzate in tecnologia, l’invenzione dei chip ha subito trovato terreno fertile per una vasta gamma di applicazioni, un continuo perfezionamento ed una rapida industrializzazione. Le applicazioni per i chip si sono estese progressivamente a ogni sfera della vita quotidiana e dell’economia, dalla comunicazione ed informatica fino agli attuali sistemi di intelligenza artificiale.

Fin da subito questa tecnologia si è rivelata una risorsa strategica fondamentale nella competizione tra stati. Diverse potenze industriali avanzate hanno cercato di accedere alla filiera produttiva per sviluppare la propria sovranità tecnologica. Gli Stati Uniti, pionieri del settore, hanno mirato negli anni a mantenere il controllo delle fasi a più alto valore aggiunto della filiera, consolidando così la propria posizione dominante.

Ad oggi, la maggior parte del PIL globale è prodotta tramite sistemi e dispositivi che dipendono dai chip (Miller, Chip War, 2022). La produzione di transistor per i chipha raggiunto volumi senza precedenti nella storia industriale: si stima infatti che ogni anno vengano prodotti più transistordi qualsiasi altro bene manufatto nella storia dell’industria globale. Nessun’altra tecnologia ha avuto un impatto comparabile sulla struttura economica mondiale.

Sebbene i chip siano indispensabili all’economia, la loro produzione si inserisce in una catena del valore estremamente concentrata: un numero esiguo di grandi imprese, estremamente specializzate, ne controllano attentamente la produzione.

Tali imprese sono distribuite tra un numero ristretto di Stati, nessuno dei quali ha disposto, nei circa sessant’anni di sviluppo dell’industria, delle capacità e delle tecnologie necessarie per realizzare autonomamente l’intero processo produttivo, per cui la filiera risulta distribuita tra pochi Stati tra loro interdipendenti ed ognuno specializzato, data la presenza di aziende campione, in alcuni segmenti produttivi. Grazie all’esperienza accumulata nel tempo e agli elevati costi di ingresso nel settore, le aziende ‘campione’ risultano difficili da sostituire.

La catena del valore globale della produzione dei chip è al contempo causa ed effetto degli equilibri geopolitici globali: da un lato ha esaltato le specifiche capacità produttive di determinate aree geografiche, dall’altro ha rafforzato le interdipendenze economiche e strategiche tra gli Stati, influenzando i rapporti di potere internazionali.

2. La filiera globale: struttura e attori principali

La fase di programmazione rimane ancora prerogativa statunitense: dopo quarant’anni di ricerca la progettazione si concentra nell’ambito dell’EDA: Electronic Design Automation software, un insieme di software che permette agli ingegneri di programmare e simulare il funzionamento dei chip digitalmente prima di produrli fisicamente. A dominare il campo sono i colossi americani di Synopsys e Cadence, ciascuno responsabile del 35% del mercato. Nel contesto americano è presente anche una piccola rappresentanza europea, una compagnia tedesca responsabile di una quota significativa del mercato, circa il 15% (Gartner, 2024; IC Insights, 2024).

Il numero ridotto di compagnie che operano nella progettazione è facilmente spiegabile dal costo elevato di ogni singolo progetto: infatti si stima che ogni nuovo design arrivi a costare tra i 10 ed i 15 milioni di dollari, di conseguenza poche sono le compagnie in grado di sostenere il prezzo elevato di un eventuale errore di progettazione dell’architettura del chip.

I wafer di silicio con cui sono realizzati i chip, soprattutto quelli più avanzati, devono essere chimicamente puri. Nonostante il silicio sia abbastanza diffuso, ottenere dei dischi di silicio della purezza necessaria (devono infatti essere puri al 99,9999999%) è un compito estremamente arduo. Le due compagnie che, da sole, forniscono la maggior parte del silicio      mondiale sono la Shin-Etsu Chemical Co. e SUMCO Corporation, entrambe giapponesi.

Parte del monopolio giapponese sono anche i macchinari per il controllo della qualità e l’inchiostro fotoresistente con cui vengono ricoperti i dischi di silicio per assicurare la trasmissione di patterns ai chip, il Giappone, infatti, ha una consolidata esperienza nella manifattura di precisione, nonché facile accesso alle materie chimiche e agli strumenti di lavorazione di precisione necessari. Un altro importante vantaggio per le compagnie nipponiche è rappresentato dalla posizione geografica del paese, limitrofo a quasi tutti gli altri stati in cui avvengono le successive fasi di lavorazione.

La fabbricazione dei chip avviene attraverso un processo di litografia avanzata che consiste nella stampa dei cosiddetti circuit patterns attraverso dei fasci di luce ultravioletta. L’unica modalità per svolgere questo processo per i chips più avanzati, si parla tendenzialmente di chip attorno ai 2-3 nanometri di grandezza, è tramite un sistema di litografia a ultravioletti estremi (EUV). I macchinari in grado di svolgere questo processo sono forniti esclusivamente dal colosso dei Paesi Bassi, ASML Holding. La compagnia è nata da una joint venture di Philips e ne ha ereditato l’inestimabile patrimonio di ricerca e tutte le relazioni con i fornitori locali.

L’operatività della compagnia ASML Holding dipende strettamente da altre due aziende. La prima di queste è l’azienda tedesca Carl Zeiss: che  rappresenta attualmente l’unico produttore mondiale delle lenti in vetro utilizzate nella litografia EUV. La seconda è la Cymer, azienda californiana, responsabile della produzione dei laser usati nella litografia più avanzata, che viene controllata e limitata dal governo americano per via del Foreign Direct Power Rule (FDPR), una misura di controllo sugli export, per cui ogni prodotto che contenga tecnologie o software di origine statunitense, anche se completamente realizzato all’estero, viene di fatto assoggettato alla giurisdizione extraterritoriale degli USA. Di conseguenza i beni esteri che contengono la minima componente di origine americana, risultano soggetti alle stesse limitazioni commerciali e agli embarghi imposti ai prodotti di origine statunitense.

L’impatto enorme del FDPR a livello commerciale è specialmente apprezzabile nell’ambito della produzione dei chips, in quanto le tecnologie e i software statunitensi sono parecchio diffusi nel settore: questo regolamento ha permesso al governo statunitense di imporre ad ASML, operante con laser di tecnologia U.S.A., di non esportare i propri prodotti nella Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 2019. Da quell’anno la R.P.C. è stata rilegata all’utilizzo di macchinari meno sofisticati per la creazione di chip meno competitivi. Questo è uno dei pochi casi in cui gli Stati Uniti hanno fatto valere il proprio FDPR per mantenere un vantaggio strategico rispetto alla Repubblica Popolare Cinese.

Per proseguire l’analisi della filiera produttiva, è opportuno considerare un elemento fondamentale per la riuscita del processo di litografia: la presenza di un ambiente controllato, ottenuto tramite l’uso di diversi gas processati.

Uno dei gas più importanti in questo ambito è il neon, che fino al 2022 era importato per il 70% dall’Ucraina  (Reuters, 2022). Questo è stato possibile in quanto l’Ucraina vanta un’alta concentrazione di acciaierie di lascito sovietico, dal cui funzionamento è possibile recuperare sottoprodotti di diversi gas, tra cui il neon ad alta purezza utilizzato nella produzione di semiconduttori. In seguito all’invasione russa in Ucraina, che ha notevolmente alzato i prezzi per l’approvvigionamento di gas, i fornitori principali di neon sono diventati la Repubblica Popolare Cinese e la Corea del Sud.

Un ulteriore attore di fondamentale importanza per la manifattura dei chip più avanzati, ottenuta con l’attualizzazione del processo di litografia, è Taiwan, in cui la compagnia TSMC svolge quasi esclusivamente l’intero procedimento    

TSMC rappresenta la fonderia di semiconduttori più grande al mondo: è responsabile della produzione del 60% dei chip globali e del 92,5% dei chip sotto i 3 nanometri. È una foundry pura che realizza semiconduttori per conto di terzi. Generalmente l’azienda sviluppa chip per compagnie statunitensi, quali Apple e NVIDIA Corporation. I chip vengono poi      assemblati in altri Stati del sud-est asiatico e poi commercializzati nel mondo.

La decisione da parte degli Stati Uniti di scegliere Taiwan come sede per la produzione offshore di chip risale agli anni ottanta: in precedenza i principali progettisti e produttori erano gli Stati Uniti ed il Giappone. In seguito, quando le aziende americane hanno iniziato ad osservare un aumento dei costi di produzione e una perdita di terreno rispetto al Giappone, è stato necessario attuare un cambio di rotta. Le aziende statunitensi hanno iniziato ad adottare il modello ‘fabless’ tale per cui si specializzarono solo nel design, affidando la produzione a terzi.

La neo-nata TSMC (fondata da Morris Chang, per volontà del governo della Repubblica di Cina nel 1987) è divenuta l’opzione naturale per le aziende della Silicon Valley, sia perché Taiwan aveva da tempo preso parte alle catene di approvvigionamento di semiconduttori e sviluppato forti competenze ingegneristiche, sia perché era ritenuta politicamente alleata dagli Stati Uniti.

Gli stessi USA, che possiedono diverse basi militari nel Pacifico e sostengono la sicurezza di Taiwan, hanno imposto nel 2024 un obbligo alla TSMC di interrompere le esportazioni verso la Repubblica Popolare Cinese dei propri chip più avanzati e potenzialmente destinati ad applicazioni IA, per aumentare ulteriormente il vantaggio competitivo sul proprio avversario. In particolare il divieto si applica a tutti i chip di 7 nanometri o inferiori.

Il restante 7% della produzione dei chip più avanzati è attualmente prodotto dalla compagnia sudcoreana di Samsung e viene direzionato principalmente a prodotti propri. L’azienda, seppur in possesso di grandi capitali e notevole esperienza nell’ambito della tecnologia, ha ancora parecchie difficoltà nelle produzioni di chip ed un tasso di errore notevolmente superiore a quello della TSMC, che vanta più di quarant’anni di esperienza nella sola manifattura.

Se è vero che i chip sono da tempo reputati essere una tecnologia critica e sensibile, per via della loro applicazione in settori quali la difesa, le guerre commerciali recenti tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese e la nuova dimensione rappresentata dall’IA hanno acuito la necessità per entrambe le potenze di mantenere una catena di approvvigionamento sicura e una sovranità digitale.

Il divieto imposto dagli Stati Uniti di esportare alla Repubblica Popolare Cinese chip avanzati ed i macchinari idonei a realizzarli, unito al divieto di utilizzo di tecnologie e software di origine statunitense, rappresenta un tentativo per gli Stati Uniti di rallentare la potenza asiatica.

Per la Repubblica Popolare Cinese, la SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation), fondata a Shanghai nel 2000, è la principale produttrice indigena di chip. Rallentata dalle misure di controllo degli export, l’azienda è attualmente in grado di produrre chip fino ai 7 nanometri. Si stima che sarà in grado di arrivare a colmare il divario tecnologico nei semiconduttori in circa 10 anni.

Le recenti restrizioni hanno rappresentato un enorme incentivo ulteriore per la R.P.C. a velocizzare il proprio avanzamento tecnologico.

3. Il ruolo dell’Europa nella geopolitica dei semiconduttori

Come emerge dai dati riportati, il ruolo dell’Unione Europea, e più in generale dell’Europa, nella produzione di semiconduttori rimane relativamente marginale. Sebbene il colosso ASML Holding e le aziende tedesche Siemens (attraverso Siemens EDA) e Carl Zeiss AG occupino posizioni strategiche nella filiera, e l’Ucraina abbia svolto in passato un ruolo significativo nella fornitura delle materie prime, il destino dell’Europa nel settore dei chip risulta più che mai fragile.

L’Unione Europea, pur producendo il 30% di talenti in più degli Stati Uniti (EIT Deep Tech Talent Initiative, 2025), detiene attualmente circa il 10 % delle quote di mercato nel settore dei semiconduttori (Concilio dell’Unione Europea, 2024). Il suo ruolo si concentra principalmente sulla progettazione e, in alcuni casi, sulla produzione di chip di fascia media. Nel contesto europeo, la domanda interna di semiconduttori non è ancora sufficientemente sviluppata da giustificarne una produzione su larga scala, soprattutto se la si confronta con quella dei principali attori globali.

L’Unione Europea viene definita come una “colonia digitale”, che per anni ha avuto accesso alle tecnologie più avanzate ma non è stata ancora in grado di ottenere la propria sovranità digitale, rimanendo perennemente nella sfera di influenza tecnologica statunitense; ottenendo grandi benefici ma al contempo sostenendo dei costi considerevoli: basti pensare alle intrusioni degli U.S.A. nella politica commerciale aziendale dell’ASML Holding.

Ad oggi, oltre allo strapotere digitale americano, si teme una nuova ‘invasione digitale’ proveniente dalla Cina continentale. Infatti se la Cina, come sembra star facendo, dovesse riuscire ad avere il controllo della sua intera catena di approvvigionamento, sorgerebbero dei problemi per la sovranità digitale statunitense e, in particolare, per l’Europa.

Il recente caso della Nexperia è esemplificativo della questione. La compagnia, basata nei Paesi Bassi e dedita alla produzione di chip di medio livello, è stata acquisita nel 2019 dalla società cinese Wingtech con l’obiettivo di spostarne interamente la produzione in Cina. Data l’importanza strategica dei chip, il governo olandese è intervenuto nel 2025 al fine di impedire il trasferimento completo della società.

In un periodo in cui le nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale stimolano investimenti senza precedenti e la competizione tra Washington e Pechino per il controllo delle catene di approvvigionamento mondiale è più accesa che mai, ci si chiede quali siano i principali punti di criticità europei e se essi possano essere risolti.

Le principali criticità che vengono rilevate per l’Europa ruotano sostanzialmente attorno a tre fattori. Il primo è dovuto a una strutturale mancanza di investimenti, sia pubblici che privati, nel territorio europeo. Infatti se è vero che gli Stati Uniti hanno investito 600 miliardi di dollari nella propria catena di approvvigionamento di semiconduttori e la Cina ne ha investiti 150, l’Unione Europea ha stanziato solo 43 miliardi di euro, previsti dal Chips Act (Semiconductor Industry Association, 2026; CSIS, 2024; European Commission, 2023).

L’UE, inoltre, per il modo in cui è strutturata, rende difficile la raccolta di investimenti privati tra i diversi Stati Membri: la presenza di modalità e normative eterogenee di raccolta dei capitali nei vari ordinamenti nazionali contribuisce a frammentare il mercato finanziario europeo, disincentivando gli operatori economici dal raccogliere fondi ed operare nell’Unione.

Il secondo fattore critico è rilevabile nei regolamenti e nelle direttive europee in merito al digitale. Si ritiene infatti che gli stessi atti normativi prodotti dall’Unione al fine di impedire un’eccessiva ingerenza della tecnologia nella vita dei suoi cittadini, abbiano causato un importante svantaggio competitivo alle industrie europee operanti nel settore.

In particolare si ritiene che i regolamenti europei GDPR sulla protezione della privacy, il Digital Market Act, il Digital Service Act e, infine, l’AI Act, abbiano avuto un impatto negativo considerevole soprattutto nelle piccole e medie compagnie nel settore, arrivando a ridurne i profitti del 12% (Swabey, 2022).

Il terzo elemento controverso si riscontra nella volontà politica dell’Unione di mantenere pratiche commerciali internazionali il più corrette possibili, distanziandosi invece dalle politiche protezioniste statunitensi o cinesi. Molti osservatori geopolitici interrogano sulla possibilità che l’Unione Europea possa accrescere le proprie quote di mercato dei semiconduttori mantenendo un approccio equo, in un contesto globale spesso distante dal concetto di equità.

Nonostante le fragilità strutturali evidenziate ed il ruolo ancora marginale nella filiera globale dei semiconduttori, l’Europa non è priva di prospettive. La presenza di alcune aziende di spicco, unita al capitale umano significativo e alla nascita di nuove start-up nel settore, potrebbero fornire, se adeguatamente valorizzate, importanti opportunità di crescita all’Unione.

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