Nel corso del XX secolo la sicurezza energetica è stata prevalentemente interpretata come la capacità di garantire un approvvigionamento continuo di risorse strategiche, in particolare petrolio e gas naturale. Inoltre, il controllo delle fonti energetiche, delle rotte commerciali e delle infrastrutture di trasporto ha rappresentato per decenni uno degli strumenti principali attraverso cui gli Stati hanno potuto esercitare influenza politica ed economica nel sistema internazionale.
L’evoluzione della sicurezza energetica riflette, in filigrana, le trasformazioni della competizione tra grandi potenze.
Durante la Guerra Fredda la stabilità del sistema internazionale era garantita dalla deterrenza nucleare e dalla logica della distruzione reciproca assicurata. Le crisi petrolifere degli anni Settanta, le dispute sul gas tra Russia e Ucraina e le tensioni sulle rotte marittime resero evidente la vulnerabilità delle economie industrializzate alla concentrazione geografica delle risorse energetiche, introducendo la dimensione della coercizione energetica come strumento politico, dimostrando, altresì, come l’energia iniziasse a costituire un elemento essenziale della competizione geopolitica.
Con la progressiva liberalizzazione dei mercati energetici, la centralità del gas naturale e delle infrastrutture di trasporto, che hanno consolidato la cosiddetta “diplomazia delle pipeline”, l’energia è stata progressivamente integrata negli strumenti di politica estera e influenza strategica, diventando uno strumento raffinato di interdipendenza asimmetrica; e la sicurezza energetica ad essa inevitabilmente collegata continuava ad essere interpretata attraverso tre paradigmi principali – disponibilità delle risorse, stabilità dei flussi e diversificazione delle forniture – riflettendo, pertanto, ancora un sistema prevalentemente fisico, lineare e relativamente separato dai domini informatici.
Negli ultimi anni, tuttavia, tale paradigma ha subito una profonda trasformazione. La crescente digitalizzazione del settore energetico, l’interconnessione delle reti elettriche europee e l’integrazione di sistemi di controllo industriale sempre più sofisticati hanno modificato la natura stessa della sicurezza energetica. Se in passato la vulnerabilità era legata prevalentemente alla disponibilità delle risorse, oggi essa riguarda anche la capacità di garantire l’integrità, la resilienza e la sicurezza delle infrastrutture digitali che ne consentono il funzionamento.
In questo contesto la cybersicurezza delle infrastrutture energetiche non rappresenta più soltanto una questione tecnica di protezione dei sistemi informatici, bensì una componente fondamentale della sicurezza nazionale, della resilienza economica e della competizione strategica tra potenze. La possibilità di compromettere reti elettriche, oleodotti, gasdotti o sistemi di controllo industriale attraverso strumenti cyber ha infatti ampliato il ventaglio delle opzioni a disposizione degli attori statali e non statali, consentendo di esercitare forme di pressione politica ed economica senza ricorrere necessariamente all’impiego della forza militare convenzionale.
Questa trasformazione, tuttavia, non si esaurisce nell’ampliamento della superficie di esposizione. Essa investe la natura stessa dell’obiettivo perseguito attraverso il cyberspazio. Alla tradizionale logica dell’effetto manifesto — l’interruzione, il danno, il sabotaggio riconoscibile — si affianca infatti una logica dell’opzionalità: l’acquisizione di un accesso persistente e latente, da attivare eventualmente nel momento politicamente più opportuno. Il baricentro della minaccia si sposta così dall’azione alla predisposizione, dal sabotaggio al pre-posizionamento, con implicazioni profonde sul piano della deterrenza. Ne deriva che le infrastrutture energetiche europee non sono esposte a una minaccia unitaria, ma a una pluralità di vettori distinti — dal sabotaggio cyber-fisico alla fragilità sistemica, dalla compromissione delle catene di fornitura al pre-posizionamento strategico — ciascuno con una propria logica di attribuzione, intenzionalità e risposta.
Nel contesto europeo tale evoluzione assume una rilevanza particolare. La transizione energetica, la crescente elettrificazione dei consumi e la profonda interconnessione delle reti di trasmissione hanno aumentato la resilienza complessiva del sistema energetico europeo, ma hanno anche ampliato la superficie di esposizione a minacce ibride. La protezione delle infrastrutture energetiche diventa pertanto un elemento imprescindibile della sicurezza europea ed assume una rilevanza geopolitica sempre maggiore, collocandosi al punto di incontro tra politica energetica, cybersicurezza, politica industriale e difesa.
La dinamica che emerge oggi nel settore energetico europeo è quella di una crescente sovrapposizione tra sicurezza infrastrutturale e competizione geopolitica contemporanea. Le reti elettriche non sono più soltanto sistemi tecnici da proteggere, ma nodi strategici all’interno di un confronto che combina strumenti cyber, pressioni economiche e vulnerabilità industriali. Il cyberspazio, dunque, rappresenta oggi uno strumento privilegiato per perseguire obiettivi strategici incidendo direttamente sulla resilienza, non solo energetica, degli Stati.
Guerra ibrida e infrastrutture critiche
Negli ultimi anni il concetto di guerra ibrida ha acquisito crescente rilevanza negli studi strategici e nelle analisi di sicurezza internazionale, costituendo una delle principali evoluzioni del concetto di conflitto nell’attuale sistema internazionale.
Secondo la NATO[1], essa consiste nell’impiego coordinato di strumenti militari e non militari – cyber, economici, diplomatici, informativi e cognitivi – finalizzati a influenzare il comportamento di uno Stato avversario mantenendosi al di sotto della soglia del conflitto armato tradizionale. L’obiettivo non è necessariamente la conquista territoriale, bensì l’indebolimento della capacità decisionale, della resilienza economica e della coesione sociale dell’avversario.
Uno degli elementi distintivi delle minacce ibride risiede nella difficoltà di attribuzione e nell’ambiguità strategica. Gli attacchi possono essere condotti da attori statali, gruppi sponsorizzati da governi, organizzazioni criminali o soggetti formalmente indipendenti ma funzionali agli interessi di una determinata potenza. Tale ambiguità rende particolarmente complessa l’individuazione di una risposta politica e militare proporzionata, consentendo agli aggressori di perseguire obiettivi strategici limitando il rischio di escalation.
In questo scenario, le infrastrutture critiche rappresentano obiettivi privilegiati. A differenza degli obiettivi militari tradizionali, esse consentono di generare effetti economici, sociali e politici rilevanti senza necessariamente ricorrere all’uso diretto della forza. Energia, telecomunicazioni, trasporti, sistemi finanziari e reti idriche costituiscono l’ossatura del funzionamento delle società contemporanee; la loro compromissione produce effetti che travalicano il danno tecnico immediato, incidendo sulla stabilità economica, sulla continuità dei servizi pubblici e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Tra tutte le infrastrutture critiche, quelle energetiche assumono una rilevanza particolare. L’elettricità alimenta non soltanto le attività produttive, ma anche ospedali, data center, reti di telecomunicazione, sistemi di pagamento, trasporti ferroviari e infrastrutture militari. Colpire il settore energetico significa quindi generare effetti sistemici in molteplici domini, moltiplicando l’impatto dell’azione ostile.
Proprio questa capacità di produrre conseguenze economiche, politiche e sociali con un impiego relativamente limitato di risorse rende le infrastrutture energetiche uno dei principali strumenti della competizione geopolitica contemporanea. La guerra ibrida non mira necessariamente alla distruzione dell’infrastruttura, ma sfrutta la vulnerabilità dei sistemi complessi per esercitare coercizione, creare instabilità e influenzare il processo decisionale dell’avversario.
Negli ultimi quindici anni si è osservata una progressiva evoluzione delle operazioni cyber contro infrastrutture critiche. Se i primi attacchi erano prevalentemente orientati all’interruzione temporanea dei servizi o alla sottrazione di informazioni, le campagne più recenti dimostrano una crescente capacità di produrre effetti fisici, economici e psicologici direttamente sulle infrastrutture industriali. Questa evoluzione conferma come il cyberspazio non costituisca più un dominio separato, bensì una dimensione pienamente integrata della competizione strategica internazionale.
L’evoluzione della minaccia: dal sabotaggio a effetto al pre-posizionamento strategico
L’evoluzione delle minacce cyber contro le infrastrutture critiche non può essere interpretata come una sequenza di episodi isolati, ma come un processo progressivo di maturazione delle capacità offensive e della loro integrazione nella competizione geopolitica.
Tale maturazione si sviluppa, tuttavia, lungo due assi distinti e complementari. Il primo è quello, più intuitivo, della crescente capacità di produrre effetti: dal disturbo informativo al danno fisico, fino al sabotaggio dei sistemi di sicurezza industriale. Il secondo, meno visibile ma strategicamente più rilevante, riguarda un mutamento nella natura stessa dell’obiettivo: dal produrre un effetto manifesto e immediato all’acquisire una capacità latente da attivare, eventualmente, in un momento futuro. È lungo questo secondo asse che si colloca oggi la frontiera della minaccia.
Una delle prime manifestazioni su larga scala di questa dinamica si è osservata nel caso dell’Estonia nel 2007[2]. Sebbene gli attacchi informatici non abbiano colpito direttamente infrastrutture energetiche, essi hanno evidenziato la possibilità di utilizzare il cyberspazio per paralizzare servizi pubblici, istituzioni finanziarie e comunicazioni governative. L’episodio ha rappresentato un punto di svolta concettuale: il cyberspazio diventa un dominio attraverso il quale esercitare pressione strategica su uno Stato altamente digitalizzato, anticipando le forme contemporanee di guerra ibrida.
La successiva evoluzione qualitativa si manifesta con l’operazione Stuxnet[3] nel 2010. In questo caso, per la prima volta, un malware è stato progettato per produrre effetti fisici su un’infrastruttura industriale critica, manipolando sistemi di controllo delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. In particolare, è stato utilizzato un worm informatico ritenuto sviluppato congiuntamente dagli Stati Uniti e Israele in un’operazione segreta. Per infiltrarsi nei sistemi di controllo industriale degli impianti di arricchimento dell’uranio in Iran, che erano privi di connessioni Internet, il worm si è diffuso attraverso chiavette USB infette. Una volta all’interno, sono stati modificati i parametri operativi delle centrifughe, facendole girare a velocità superiori alla loro tolleranza, portando a guasti meccanici. Allo stesso tempo, venivano inviati feedback falsi ai sistemi di monitoraggio, facendo sembrare che le operazioni procedessero normalmente. Si ritiene che Stuxnet abbia distrutto circa 1.000 centrifughe, trasformandosi in una notevole azione di sabotaggio.
Al di là delle implicazioni tecniche, l’elemento geopolitico rilevante risiede tanto nel danno materiale, quanto nel superamento definitivo della separazione tra dominio digitale e dominio fisico. Il cyberspazio cessa di essere soltanto uno strumento di disturbo o informazione per diventare un mezzo attraverso il quale alterare il funzionamento di infrastrutture strategiche.
Se Stuxnet ha rappresentato il punto di svolta concettuale nella capacità di produrre effetti fisici attraverso strumenti cyber, il caso TRITON [4] del 2017 segna un’ulteriore evoluzione: il targeting diretto dei sistemi di sicurezza industriale, ovvero l’ultimo livello di protezione delle infrastrutture energetiche.
L’attacco ha colpito un impianto petrolchimico in Medio Oriente, prendendo di mira i Safety Instrumented Systems (SIS), progettati per prevenire incidenti industriali e garantire la sicurezza operativa degli impianti. A differenza di molte campagne cyber tradizionali, l’obiettivo non era l’interruzione del servizio o il furto di dati, ma la possibilità di compromettere la capacità stessa dell’impianto di prevenire un disastro fisico.
Dal punto di vista geopolitico, TRITON rappresenta un salto qualitativo significativo. Non si tratta più di interferire con la gestione operativa di una rete o di un’infrastruttura energetica, ma di intervenire sul livello di sicurezza che impedisce escalation catastrofiche. Questo implica un livello di sofisticazione e intenzionalità che avvicina l’operazione a logiche di sabotaggio strategico.
L’episodio evidenzia inoltre un elemento centrale della guerra ibrida contemporanea: la progressiva dissoluzione della distinzione tra attacco informatico e rischio industriale. La compromissione dei sistemi SIS non avrebbe solo interrotto la produzione energetica, ma avrebbe potenzialmente generato danni fisici su larga scala, con conseguenze ambientali, economiche e politiche difficilmente contenibili.
In questo senso, TRITON rappresenta un punto di svolta nella comprensione della vulnerabilità delle infrastrutture energetiche moderne. Non è più sufficiente proteggere la rete o i sistemi di controllo: l’intera architettura di sicurezza industriale diventa un obiettivo strategico.
Questa logica viene ulteriormente consolidata negli anni successivi con una serie di attacchi alle reti energetiche ucraine, in particolare tra il 2015 e il 2022[5]. In questo contesto, le operazioni cyber hanno preso di mira direttamente i sistemi elettrici nazionali, causando interruzioni temporanee dell’erogazione di energia e dimostrando la vulnerabilità delle reti elettriche moderne a intrusioni coordinate. Il caso ucraino è particolarmente significativo perché si colloca all’interno di un conflitto convenzionale e ibrido più ampio, nel quale le infrastrutture energetiche diventano parte integrante della strategia militare complessiva.
Un ulteriore salto qualitativo nella dimensione economica e strategica delle minacce si osserva con l’attacco ransomware contro Colonial Pipeline nel 2021[6]. Il 7 maggio 2021 il gruppo criminale specializzato in attacchi ransomware e doppia estorsione DarkSide[7] ha attaccato interrompendo le forniture di carburante lungo la costa orientale americana. In particolare, gli aggressori hanno ottenuto l’accesso iniziale utilizzando una password compromessa per un account VPN e hanno rubato 100 gigabyte di dati e distribuito ransomware per criptare i sistemi di rete aziendali di Colonial Pipeline.
Sebbene i sistemi di tecnologia operativa (OT) non siano stati direttamente colpiti, l’azienda ha interrotto le operazioni per precauzione, pagando successivamente un riscatto di circa 4.4 milioni di dollari. Colonial Pipeline fornisce quasi il 45% del carburante della Costa Orientale, inclusi benzina, diesel e carburante per jet. Le operazioni sono state interrotte per diversi giorni a seguito dell’attacco, che ha causato ampie carenze di carburante e panico nel sud-est degli Stati Uniti.
In questo caso, pur non essendo stati compromessi direttamente i sistemi industriali di controllo, la semplice minaccia alla continuità operativa ha indotto la sospensione delle attività di una delle principali infrastrutture di trasporto carburanti degli Stati Uniti. L’impatto economico e sociale dell’evento ha evidenziato come anche attori non statali possano generare effetti di rilevanza sistemica sulle catene energetiche, rendendo necessario l’intervento diretto delle autorità federali. L’episodio dimostra inoltre la crescente convergenza tra criminalità informatica e implicazioni geopolitiche.
Il mutamento di paradigma: dall’effetto all’opzionalità
I casi finora esaminati condividono una caratteristica comune: l’effetto è manifesto, immediato e, in larga misura, riconoscibile. La minaccia contemporanea più significativa si muove invece in direzione opposta. Non mira a produrre un effetto oggi, ma a garantirsi la capacità di produrlo domani, nel momento politicamente più opportuno. Il baricentro si sposta dal sabotaggio all’accesso persistente, dall’azione all’opzionalità[8].
L’esempio paradigmatico è costituito dalla campagna nota come Volt Typhoon[9]. Le agenzie di sicurezza statunitensi e i partner Five Eyes[10] valutano che si tratti di un attore sponsorizzato dallo Stato cinese impegnato non in attività di spionaggio, bensì nel pre-posizionamento all’interno delle reti informatiche delle infrastrutture critiche, in vista di attacchi disruptivi o distruttivi da attivare in caso di crisi o conflitto. La logica sottesa è quella della “pazienza strategica”: l’attore non cerca velocità né guadagno immediato, ma accesso, persistenza e opzionalità, ricorrendo a tecniche di living-off-the-land [11]— ossia all’impiego di strumenti amministrativi legittimi già presenti nei sistemi — per eludere il rilevamento e mantenere un accesso durevole capace di sopravvivere alle normali attività difensive.
Lo scenario che gli occidentali temono è l’attivazione simultanea di tali accessi in concomitanza con una crisi geopolitica — segnatamente in questo caso un confronto su Taiwan — al fine di generare blackout e disservizi interni che rallentino la mobilitazione militare ed erodano il consenso all’intervento. La campagna gemella nel settore delle telecomunicazioni (Salt Typhoon[12]) e il precedente russo di Sandworm,[13] che ha combinato pre-posizionamento e attacco nelle reti ucraine, confermano che non si tratta di un caso isolato ma di una dottrina emergente.
Questo mutamento ha implicazioni profonde sul piano della deterrenza. Un attacco a effetto è riconoscibile e, almeno in linea di principio, sanzionabile; un accesso latente, invece, colloca l’avversario in una condizione permanente di vulnerabilità difficilmente attribuibile e ancor più difficilmente contrastabile senza generare a sua volta escalation. Il conflitto non è più un evento, ma una condizione di fondo dell’ambiente strategico.
L’ancoraggio europeo: fragilità sistemica e supply chain come superficie d’attacco
Se i casi più noti riguardano teatri extraeuropei, gli sviluppi più recenti collocano il continente europeo al centro di questa dinamica lungo due direttrici.
La prima è quella del sabotaggio fisico delle infrastrutture di trasporto energetico. Dal danneggiamento dei gasdotti Nord Stream nel 2022[14] agli attacchi ai cavi sottomarini nel Mar Baltico — dal gasdotto Balticconnector nel 2023 [15] fino ai cavi elettrici e di telecomunicazione danneggiati tra il 2024 e il 2025[16] — si è consolidata una zona grigia in cui atti di sabotaggio, difficilmente attribuibili con certezza, colpiscono le arterie fisiche del sistema energetico europeo. La difficoltà di attribuzione e l’ambiguità strategica, tratti distintivi della guerra ibrida, trovano qui la loro espressione più concreta.
In uno scenario di conflitto ibrido, tali vulnerabilità potrebbero essere deliberatamente sfruttate per amplificare l’impatto di operazioni ostili, aumentando la pressione politica sugli Stati colpiti.
La seconda direttrice, sposta la minaccia dal perimetro operativo delle reti all’intera catena di fornitura tecnologica. Nel 2025 esperti statunitensi hanno individuato in inverter fotovoltaici di fabbricazione cinese dispositivi di comunicazione non documentati[17] — incluse radio cellulari nascoste — potenzialmente in grado di aggirare i firewall e di consentire lo spegnimento o la riconfigurazione degli apparati da remoto. Tale evenienza comporterebbe implicazioni significative per la stabilità della rete, già messa a dura prova. In questa prospettiva la superficie d’attacco non coincide più con la rete operativa, ma comprende hardware, firmware, software industriale e servizi cloud lungo l’intera filiera — precisamente il nodo in cui cybersicurezza e sovranità tecnologica si fondono.
Alla luce di questa evoluzione, i casi esaminati non costituiscono varianti di un medesimo fenomeno, ma vettori analiticamente distinti, ciascuno con una propria logica di attribuzione, intenzionalità e deterrenza: il sabotaggio cyber-fisico intenzionale (Stuxnet, TRITON); l’integrazione dell’attacco cyber nel conflitto convenzionale (Ucraina); il ransomware criminale a ricaduta sistemica (Colonial Pipeline); il sabotaggio fisico delle infrastrutture di trasporto (Nord Stream, cavi baltici); la compromissione della supply chain tecnologica (inverter); e, come vettore emergente e più insidioso, il pre-posizionamento strategico (Volt Typhoon).
La traiettoria complessiva è chiara: dal disturbo informativo all’effetto fisico, e da quest’ultimo all’accesso latente e all’opzionalità. Il cyberspazio si configura così non più come dominio separato, ma come dimensione pienamente integrata della competizione strategica, con le infrastrutture energetiche europee collocate simultaneamente al centro di più vettori convergenti.
Dalla resilienza delle reti alla sovranità tecnologica europea
L’evoluzione delle minacce ibride contro le infrastrutture energetiche non riguarda esclusivamente la dimensione operativa degli attacchi, ma si estende alla struttura stessa delle dipendenze tecnologiche che regolano il funzionamento dei sistemi energetici contemporanei. Le reti elettriche moderne dipendono infatti da un ecosistema complesso di tecnologie digitali che include software industriali, sistemi SCADA, infrastrutture cloud, semiconduttori avanzati e componentistica elettronica altamente specializzata.
Questa configurazione introduce un elemento di vulnerabilità strutturale che trascende la sicurezza informatica in senso stretto. Il controllo delle supply chain tecnologiche diventa infatti un fattore determinante della sicurezza energetica, poiché la possibilità di interferenza non riguarda soltanto il livello operativo, ma anche quello infrastrutturale e industriale.
L’evoluzione dell’approccio europeo riflette una consapevolezza sempre più diffusa: la resilienza delle infrastrutture energetiche non può essere garantita esclusivamente attraverso il rafforzamento delle misure di cybersecurity o l’adozione di architetture di rete più robuste. Sebbene strumenti come la Direttiva NIS2[18], la cooperazione tra ENISA e NATO[19] e lo sviluppo di microgrid aumentino la capacità di prevenire, assorbire e recuperare gli effetti di un incidente cyber, essi intervengono prevalentemente sulla fase operativa della gestione del rischio. Rimane invece aperta la questione del controllo delle tecnologie che costituiscono l’ossatura digitale del sistema energetico. Una rete può infatti essere progettata secondo i più elevati standard di sicurezza, ma continuare a dipendere da componenti hardware, software industriali e servizi digitali sviluppati, prodotti o gestiti al di fuori del perimetro strategico europeo. In tale prospettiva, la resilienza operativa costituisce una condizione necessaria, ma non sufficiente, della sicurezza energetica.
Da questa considerazione emerge una seconda dimensione della resilienza, di natura industriale e geopolitica. La capacità di garantire continuità operativa alle infrastrutture critiche dipende sempre più dal grado di controllo esercitato sulle catene del valore tecnologiche, dalla disponibilità di fornitori affidabili e dalla possibilità di ridurre le dipendenze strategiche nei confronti di attori esterni. La cybersicurezza delle infrastrutture energetiche, pertanto, non può più essere considerata separatamente dalle politiche industriali, commerciali e tecnologiche, ma richiede un approccio integrato che colleghi la protezione delle reti alla sicurezza delle supply chain e alla capacità produttiva nazionale ed europea.
In questo contesto si inserisce la crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle tecnologie abilitanti della transizione energetica e della digitalizzazione industriale. La rivalità tra le due potenze non riguarda esclusivamente il primato economico o l’innovazione tecnologica, ma investe il controllo delle infrastrutture che costituiscono il fondamento operativo delle economie avanzate. Semiconduttori ad alte prestazioni, piattaforme cloud, sistemi di intelligenza artificiale, reti di telecomunicazione di nuova generazione e software industriali rappresentano oggi componenti essenziali per il funzionamento delle reti elettriche intelligenti, dei sistemi di gestione della domanda, delle infrastrutture di accumulo energetico e delle piattaforme di monitoraggio in tempo reale.
La progressiva convergenza tra settore energetico e tecnologie digitali ha modificato profondamente il concetto stesso di sicurezza energetica. Se nel paradigma tradizionale la vulnerabilità era associata principalmente all’interruzione delle forniture di petrolio o gas naturale, nell’attuale contesto la continuità operativa delle infrastrutture energetiche dipende sempre più dalla disponibilità di componenti elettronici avanzati, software proprietari, capacità di elaborazione distribuita e servizi cloud. Il baricentro della sicurezza energetica si è progressivamente spostato dal controllo delle risorse naturali al controllo dell’ecosistema tecnologico che ne rende possibile l’utilizzo.
Questa trasformazione attribuisce una rilevanza strategica senza precedenti alle catene globali del valore. La produzione dei semiconduttori più avanzati è fortemente concentrata nell’Indo-Pacifico, il mercato mondiale del cloud è dominato da pochi hyperscaler statunitensi e una parte significativa della raffinazione delle terre rare e dei minerali critici è controllata dalla Cina. Tale concentrazione determina forme di dipendenza tecnologica suscettibili di trasformarsi in strumenti di pressione geoeconomica ed in vulnerabilità strategiche, soprattutto in un contesto internazionale caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica, competizione strategica e da ricorso sempre più frequente a strumenti di coercizione geoeconomica.
Negli ultimi anni, infatti, il ricorso ai controlli sulle esportazioni, alle restrizioni sugli investimenti esteri e alle limitazioni nell’accesso alle tecnologie avanzate è divenuto uno degli strumenti principali della competizione tra Washington e Pechino. Le restrizioni statunitensi all’esportazione di semiconduttori avanzati e di apparecchiature[20] per la loro produzione, così come le contromisure adottate dalla Cina sull’esportazione di gallio, germanio[21] e, più recentemente, di alcune terre rare pesanti, dimostrano come le catene del valore tecnologiche siano ormai utilizzate come leve di politica estera e di sicurezza nazionale. In questo scenario, il rischio per l’Europa [22]non consiste soltanto nella possibilità di subire interruzioni della supply chain, ma nella crescente esposizione a dinamiche geopolitiche sulle quali dispone di una limitata capacità di influenza.
Da questa prospettiva, la cybersicurezza energetica non coincide più esclusivamente con la protezione delle reti da intrusioni informatiche o malware, ma comprende la capacità di assicurare continuità, affidabilità e controllo lungo l’intero ciclo di vita delle tecnologie critiche. La resilienza di una rete elettrica dipende tanto dalla robustezza dei propri sistemi di difesa cyber quanto dalla disponibilità di componenti hardware affidabili, dalla trasparenza del software industriale, dalla sicurezza delle piattaforme cloud e dalla diversificazione delle filiere produttive. La superficie di attacco delle infrastrutture energetiche si estende quindi ben oltre il perimetro delle reti operative, comprendendo l’intera supply chain tecnologica.
Questa evoluzione riflette una trasformazione più ampia del concetto di sovranità. Difatti, la sovranità energetica tende a sovrapporsi alla sovranità tecnologica, rendendo sempre più difficile distinguere tra politica industriale, sicurezza nazionale e politica energetica.
L’orientamento assunto dall’Unione europea [23]fa un passo avanti e riflette un cambiamento più profondo anche del concetto di sicurezza. La protezione delle infrastrutture critiche non viene, quindi, più considerata esclusivamente una funzione della difesa o della cybersecurity, ma una componente della più ampia strategia europea di economic security[24]. In questa prospettiva, resilienza delle reti energetiche, politica industriale, sicurezza delle supply chain e competitività tecnologica cessano di essere ambiti distinti e diventano elementi di una medesima strategia di riduzione delle dipendenze critiche. La capacità di progettare, produrre e controllare le tecnologie che sostengono il sistema energetico diviene così una condizione essenziale dell’autonomia strategica europea.
Dunque, in questa prospettiva, la cybersicurezza energetica cessa di essere una disciplina esclusivamente tecnica e assume le caratteristiche di una politica di potenza. La capacità di progettare, produrre, controllare e aggiornare le tecnologie che governano le infrastrutture energetiche diventa un indicatore della posizione geopolitica di uno Stato o di un’organizzazione regionale. Più che la semplice disponibilità di risorse energetiche, sarà il controllo delle tecnologie critiche e delle relative catene del valore a determinare i futuri equilibri della competizione internazionale.
Conclusioni
La progressiva digitalizzazione delle infrastrutture energetiche sta ridefinendo in modo strutturale il rapporto tra energia, tecnologia e potere geopolitico. Se nel sistema internazionale del XX secolo la sicurezza energetica era principalmente associata al controllo delle risorse fisiche e delle rotte di approvvigionamento, nel contesto contemporaneo essa si estende alla capacità di garantire la sicurezza delle infrastrutture digitali che regolano la produzione, la distribuzione e la gestione dell’energia.
L’analisi dei principali casi di attacco e delle vulnerabilità sistemiche evidenzia come il cyberspazio sia ormai divenuto un dominio operativo integrato nelle strategie di guerra ibrida. Tale integrazione, tuttavia, si è sviluppata lungo una traiettoria precisa: dal disturbo informativo all’effetto fisico, e da quest’ultimo all’accesso latente. Il passaggio più significativo non riguarda infatti l’aumento della capacità di produrre danni, bensì il mutamento dell’obiettivo — dalla ricerca di un effetto immediato e riconoscibile all’acquisizione di un’opzionalità strategica da esercitare in un momento futuro. Il pre-posizionamento all’interno delle infrastrutture critiche, condotto attraverso tecniche difficilmente rilevabili e mantenuto in vista di una possibile crisi, rappresenta oggi la frontiera più insidiosa di questa evoluzione.
Proprio questo spostamento pone la sfida più complessa sul piano della risposta. Un attacco a effetto è riconoscibile e, almeno in linea di principio, attribuibile e sanzionabile; un accesso latente colloca invece l’avversario in una condizione permanente di vantaggio, difficilmente attribuibile e ancor più difficilmente contrastabile senza generare a sua volta escalation.
In questo contesto, la distinzione tradizionale tra guerra e pace tende a diventare sempre più sfumata. Il conflitto cessa di essere un evento circoscritto per divenire una condizione di fondo dell’ambiente strategico. Le operazioni ibride consentono infatti di perseguire obiettivi strategici senza ricorrere al confronto militare diretto, sfruttando la vulnerabilità dei sistemi complessi e la loro interconnessione globale. Le reti elettriche europee, in quanto infrastrutture altamente integrate e digitalizzate, rappresentano uno dei principali punti di esposizione di questo nuovo ambiente strategico.
Le infrastrutture energetiche, dunque, non rappresentano soltanto obiettivi vulnerabili, ma strumenti attraverso i quali è possibile esercitare forme di coercizione strategica capaci di produrre effetti economici, politici e sociali su scala nazionale e regionale. La diversità di tali vettori impone di superare ogni approccio unitario alla minaccia: ciascuno richiede logiche di prevenzione, attribuzione e deterrenza specifiche.
Per l’Unione europea, ciò implica la necessità di adottare un approccio integrato alla sicurezza energetica, che superi la tradizionale separazione tra politica energetica, cybersicurezza e politica industriale. La capacità di proteggere le infrastrutture critiche dipenderà sempre più dalla possibilità di ridurre le dipendenze tecnologiche esterne, rafforzare le filiere industriali strategiche e sviluppare strumenti avanzati di resilienza operativa — dalla progettazione sicura by design alla garanzia di continuità nelle fasi di crisi. In questa prospettiva, resilienza delle reti, sicurezza delle supply chain, competitività tecnologica e autonomia strategica cessano di essere ambiti distinti per diventare elementi di una medesima strategia di riduzione delle dipendenze critiche, inquadrabile nella più ampia nozione di economic security europea.
In questo scenario, la capacità di proteggere le infrastrutture energetiche, governare le dipendenze tecnologiche e garantire continuità operativa durante le crisi costituirà uno dei principali fattori di sicurezza e competitività geopolitica dell’Europa nei prossimi decenni. Dunque, la cybersicurezza delle infrastrutture energetiche non può essere interpretata più come una questione settoriale, ma come una componente strutturale della competizione geopolitica contemporanea.
[1]NATO; Countering hybrid threats; North Atlantic Treaty Organization; 2025; https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/countering-hybrid-threats
[2] Netwrix; Biggest Cyber Attacks in History; Netwrix Corporation; 2024; https://netwrix.com/it/resources/blog/biggest-cyber-attacks-in-history/
[3] MITRE ATT&CK; Stuxnet (Software S0603); The MITRE Corporation; 2020; https://attack.mitre.org/software/S0603/
[4] MITRE ATT&CK; Triton Safety Instrumented System Attack (Campaign C0030); The MITRE Corporation; 2024; https://attack.mitre.org/campaigns/C0030/
[5] MITRE ATT&CK; 2016 Ukraine Electric Power Attack (Campaign C0025); The MITRE Corporation; 2023; https://attack.mitre.org/campaigns/C0025/ MITRE ATT&CK; 2022 Ukraine Electric Power Attack (Campaign C0034); The MITRE Corporation; 2024; https://attack.mitre.org/campaigns/C0034/
[6] CISA; The Attack on Colonial Pipeline: What We’ve Learned & What We’ve Done Over the Past Two Years; Cybersecurity and Infrastructure Security Agency; 2023; https://www.cisa.gov/news-events/news/attack-colonial-pipeline-what-weve-learned-what-weve-done-over-past-two-years Congress.gov; Colonial Pipeline: The DarkSide Strikes (CRS Insight IN11667); Paul W. Parfomak e Chris Jaikaran, Congressional Research Service; 2021; https://www.congress.gov/crs_external_products/IN/PDF/IN11667/IN11667.2.pdf
[7] Akamai; What Is DarkSide Ransomware?; Akamai Technologies; 2024; https://www.akamai.com/it/glossary/what-is-darkside-ransomware
[8] CISA; PRC State-Sponsored Actors Compromise and Maintain Persistent Access to U.S. Critical Infrastructure (AA24-038A); Cybersecurity and Infrastructure Security Agency; 2024; https://www.cisa.gov/news-events/cybersecurity-advisories/aa24-038a
[9] MITRE ATT&CK; Volt Typhoon (Group G1017); The MITRE Corporation; 2023; https://attack.mitre.org/groups/G1017/
[10] NordVPN; What is the Five Eyes alliance?; NordVPN; 2024; https://nordvpn.com/it/blog/five-eyes-alliance/?srsltid=AfmBOoq3eb4Zrvl2BsHDOOeYTmsDQ5IoJ3WJJ8aqc3iEPAGuoQ_jA9lL
[11] Microsoft Security Blog; Out of sight but not invisible: Defeating fileless malware with behavior monitoring, AMSI, and next-gen AV; Microsoft; 2018; https://www.microsoft.com/en-us/security/blog/2018/09/27/out-of-sight-but-not-invisible-defeating-fileless-malware-with-behavior-monitoring-amsi-and-next-gen-av/
[12] MITRE ATT&CK; Salt Typhoon (Group G1045); The MITRE Corporation; 2025; https://attack.mitre.org/groups/G1045/ Congress.gov; Salt Typhoon Hacks of Telecommunications Companies and Federal Response Implications (CRS In Focus IF12798); Congressional Research Service; 2025; https://www.congress.gov/crs-product/IF12798?__cf_chl_f_tk=CxRhzx6_9i_DNY2mFG2mdOY9Y3HNJskz5P9shXbvYzc-1783344825-1.0.1.1-zCb_OBy7imZFkVxNifU60YgLoWFJm8SkDfLYHLCC0XY
[13] MITRE ATT&CK; Sandworm Team (Group G0034); The MITRE Corporation; 2017; https://attack.mitre.org/groups/G0034/
[14] Osservatorio Strategico; La minaccia di attacchi a infrastrutture critiche nel settore energetico; Francesco Marone, CeMiSS – Ministero della Difesa; 2022; https://www.difesa.it/assets/allegati/38334/15_marone_is_6_ita_2022.pdf
[15] Euronews; Finlandia, Balticconnector: probabile manomissione del gasdotto, si indaga; Euronews; 2023; https://it.euronews.com/2023/10/10/finlandia-balticconnector-probabile-manomissione-del-gasdotto-si-indaga
[16] MIMIT; I cavi sottomarini e la rilevanza strategica delle infrastrutture critiche di connettività; Luisa Franchina, Ministero delle Imprese e del Made in Italy; 2025; https://www.mimit.gov.it/images/stories/digitale/seminari/12-marzo-25/cavi_sottomarini-Franchina.pdf
[17] Reuters; Ghost in the machine? Rogue communication devices found in Chinese inverters; Reuters; 2025; https://www.reuters.com/sustainability/climate-energy/ghost-machine-rogue-communication-devices-found-chinese-inverters-2025-05-14/
[18] EUR-Lex; Direttiva (UE) 2022/2555 (direttiva NIS2); Unione europea; 2022; https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32022L2555
[19] NATO Parliamentary Assembly; Protecting Critical Maritime Infrastructure – The Role of Technology; Njall Trausti Fridbertsson, NATO Parliamentary Assembly; 2023; https://www.nato-pa.int/document/2023-critical-maritime-infrastructure-report-fridbertsson-032-stc
[20] BIS; Bureau of Industry and Security; U.S. Department of Commerce, Bureau of Industry and Security; 2025; https://www.bis.gov/
[21] Tradium; Gallio, germanio, antimonio: la Cina blocca le spedizioni verso gli USA; Tradium; 2024; https://tradium.it/analisi-del-mercato/gallio-germanio-antimonio-la-cina-blocca-le-spedizioni-verso-gli-usa/
[22] IEA; State of Energy Policy 2026; International Energy Agency; 2026; https://www.iea.org/reports/state-of-energy-policy-2026
[23] European Commission; 2024 State of the Digital Decade package; European Commission; 2024; https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/2024-state-digital-decade-package
[24] Consilium; European economic security; Council of the European Union; 2024; https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-economic-security/

