Dall’avvio dei lavori in Algeria alla strategia italiana nel Mediterraneo
Il 4 giugno 2026, ad Aoulef, in Algeria, i ministri dell’energia di Algeria, Nigeria e Niger hanno dato il via ufficiale ai lavori del tratto algerino del Trans-Saharan Gas Pipeline (TSGP), un gasdotto che punta a trasportare il gas nigeriano fino in Europa[1]. L’avvio dei lavori merita una lettura geopolitica attenta: il TSGP non è solo un cantiere, un progetto in costruzione, ma rappresenta un cambiamento degli equilibri energetici che stanno ridefinendo il Mediterraneo e non solo. In un mondo di stravolgimento di quelle che erano le consolidate rotte di approvvigionamento energetico, il TSGP si pone al centro di una corsa frenetica verso la ricerca di nuovi approvvigionamenti, facendo parte, e contribuendo, alla ridefinizione degli equilibri strategici.
Il progetto: storia e caratteristiche tecniche
Il progetto del TSGP prevede la costruzione di un’infrastruttura energetica che da Warri, in Nigeria, consentirebbe di trasportare gas attraverso il Niger, per poi arrivare in Algeria, hub logistico già integrato nei mercati regionali e internazionali. Si tratterebbe quindi di un gasdotto della lunghezza di oltre 4000 chilometri, con un costo dei lavori stimati a 13 miliardi di dollari nel 2009.
Quello del TSGP è un progetto ipotizzato per la prima volta negli anni ‘70, ma preso in considerazione seriamento solamente negli anni ‘2000, la cui realizzazione è stata via via rimandata a causa dell’instabilità interna agli stati del Sahel, di quella portata dalle “primavere arabe” e dalla comparsa di numerosi attori terroristi e anti-governativi in stati quali il Mali, il Niger e il Burkina Faso[2]. L’inizio dei lavori nel tratto algerino del gasdotto, pensato per trasportare dai 20 ai 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno, avviene in un momento particolarmente delicato per il mercato dell’energia soprattutto Europeo, messo in crisi dalla chiusura dello stretto di Hormuz e già fortemente indebolito dalle conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina[3]. Mentre da un lato il TSGP rappresenta un’infrastruttura cruciale per l’Europa, che le consentirebbe la creazione di un nuovo flusso di approvvigionamento energetico, il gasdotto può rappresentare un’occasione anche per gli stati africani. Il Direttore Esecutivo dell’African Energy Commission (AEC) Rashid Ali Abdallah, ha infatti sostenuto che il TSGP è anche un’occasione per promuovere l’integrazione regionale tra Nigeria, Niger e Algeria, favorendo al contempo crescita economica e sviluppo industriale nei paesi attraversati dal gasdotto, che potrebbero a loro volta approvvigionarsi del gas nigeriano[4].
Il punto di svolta nel mercato energetico
Per comprendere il perché del recente slancio operativo del TSGP dopo decenni di tentennamenti e attese è necessario guardare al contesto energetico globale degli ultimi mesi. La chiusura dello stretto di Hormuz a seguito del conflitto USA-Iran ha fatto crollare l’offerta di gas naturale liquefatto (GNL) sul mercato energetico globale, innescando un’impennata dei prezzi sui mercati, incluso quello europeo. La successiva sospensione delle forniture di GNL da parte di QatarEnergy a seguito dei danni infrastrutturali subiti durante le operazioni militari ha contribuito ulteriormente alla crescita dei prezzi, privando inoltre l’Europa di un fornitore di energia che era diventato strategico dopo la riduzione delle importazioni russe post-2022: il Qatar[5].
È proprio questa la “frattura storica” a cui il segretario generale dell’Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio Africano (APPO), Farid Ghazali, si è riferito lo scorso marzo, sottolineando come l’Africa subsahariana abbia ora un’opportunità strategica per potersi sostituire alla Russia come fornitore chiave di energia verso i paesi europei[6].
L’Italia e il Piano Mattei
In questo scenario l’Italia ha tanto da guadagnare quanto da perdere da progetto del TSGP. La ragione è strutturale: l’Algeria è già oggi il principale fornitore di gas dell’Italia, che tramite il gasdotto Transmed-Enrico Mattei, realizzato negli anni ‘80, copre il 35/40% del fabbisogno nazionale. Il TSGP, una volta ultimato, non farebbe altro che ampliare questo flusso, aggiungendo i volumi di gas nigeriano a quelli algerini.
Il 25 marzo la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è recata ad Algeri in quella che da molti è stata interpretata come una sorta di “missione di emergenza”, il cui obiettivo era blindare il principale corridoio energetico su cui fa affidamento oggi l’Italia. Il bilancio della visita è stato positivo per Roma, che ha ottenuto le rassicurazioni del presidente algerino Abdelmadjid Tebboune sulla disponibilità a rispettare gli impegni presi con l’Italia, e ha visto finalizzare la stipulazione di nuovi accordi tra Eni e Sonatrach su shale gas e esplorazioni offshore. Meloni ha inoltre ribadito la volontà italiana a rafforzare una cooperazione che non è solamente scambio commerciale, ma una vera e propria strategia di partenariato con l’Africa, basata su scambio di tecnologia, know-how e investimenti da un lato, e sicurezza degli approvvigionamenti energetici dall’altro[7] [8].
È precisamente questa la logica sottostante al Piano Mattei, il programma con cui il governo italiano ha ridefinito la sua strategia di partenariato con l’Africa, e con la quale l’Italia si candida a diventare l’hub energetico del Mediterraneo, lo snodo attraverso cui il gas africano transita verso il resto d’Europa, con tutto ciò che questo comporta in termini di peso negoziale a Bruxelles e di influenza sulle politiche energetiche e continentali.
I nodi critici: sicurezza nel Sahel e instabilità politica
A fronte di queste opportunità, il TSGP porta con sé una serie di vulnerabilità strutturali che sarebbe imprudente sottovalutare. La prima e più immediata riguarda la sicurezza nel Sahel. Il tracciato del gasdotto attraversa per circa 720 chilometri il territorio del Niger, una regione in cui le milizie dello Stato islamico e di Al Qaeda continuano a operare attivamente, rendendo qualsiasi infrastruttura esposta a rischi di sabotaggio[9]. Un gasdotto di oltre 4.000 chilometri nel Sahara costituisce per sua natura un obiettivo difficilmente presidiabile in modo sistematico e la storia recente delle infrastrutture energetiche nell’Africa subsahariana dimostra che le interruzioni causate da attacchi o da instabilità politica non sono eventualità remote, ma componenti di rischio ricorrenti.
La seconda vulnerabilità è di natura politico-diplomatica. Il golpe militare in Niger del luglio 2023, che aveva portato al potere la giunta del generale Abdourahamane Tchiani, aveva di fatto congelato il progetto: le relazioni tra Algeria e Niger si erano deteriorate, e il tratto nigerino del gasdotto, il più critico dell’intero percorso, era rimasto in sospeso[10]. Il disgelo è arrivato solo il 12 febbraio 2026, quando Algeria e Niger hanno ripreso pienamente le relazioni diplomatiche, con il reciproco reinsediamento degli ambasciatori, su basi che combinano interessi energetici condivisi, ostilità comune verso le ingerenze straniere e cooperazione nella lotta al jihadismo[11]. Si tratta, tuttavia, di un equilibrio ancora fragile: la giunta nigerina rimane un attore imprevedibile, e qualsiasi rottura diplomatica futura potrebbe rimettere in discussione i lavori sul tratto nigerino, la cui costruzione è prevista non prima del 2027.
Esiste infine una terza criticità, meno visibile ma non meno rilevante: il rischio di sostituire una dipendenza con un’altra. L’Europa ha impiegato anni a ridurre la sua dipendenza dal gas russo, con costi economici e politici considerevoli. Costruire una nuova dipendenza strutturale da un corridoio che attraversa tre paesi con istituzioni fragili o autoritarie, Algeria compresa, significa accettare una vulnerabilità di tipo diverso ma non necessariamente minore. La diversificazione degli approvvigionamenti rimane il principio cardine della sicurezza energetica europea: il TSGP va dunque pensato come un tassello di un sistema più ampio, non come la soluzione definitiva.
Conclusioni
Sulla base di questa analisi, il TSGP si configura come un’infrastruttura di rilevanza strategica per l’Europa e per l’Italia, ma la cui portata reale dipenderà in misura determinante da fattori che esulano dalla dimensione puramente tecnica ed economica. Sul piano geopolitico, è possibile identificare tre implicazioni principali.
In primo luogo, il gasdotto trans-sahariano rappresenta per l’Italia un’occasione unica di consolidare il proprio ruolo di hub energetico mediterraneo, trasformando la posizione geografica da variabile passiva a strumento attivo di politica estera. Se i flussi di gas nigeriano transiteranno per il Transmed verso l’Europa centro-settentrionale, Roma acquisirà una leva negoziale nel dibattito energetico europeo che va ben al di là dei volumi in gioco: si tratta di diventare un nodo infrastrutturale indispensabile, una posizione che il Piano Mattei mira esplicitamente a costruire nel lungo periodo.
In secondo luogo, l’effettiva realizzazione del TSGP dipenderà dalla capacità degli attori coinvolti di presidiare non solo il cantiere, ma anche assicurarsi la stabilità del contesto politico e di sicurezza in cui il gasdotto dovrà operare. La stabilizzazione del Sahel non è un obiettivo che si raggiunge con la diplomazia energetica, ma va ben al di là di essa. Senza un presidio complessivo, il rischio è che il gasdotto diventi esso stesso un vettore di instabilità, trasformandosi in un obiettivo per attori che hanno tutto l’interesse a interrompere i flussi energetici verso l’Europa.
In terzo luogo, il TSGP impone all’Unione Europea una riflessione più matura sulla propria strategia di diversificazione energetica. La lezione degli ultimi anni, dal gas russo alla crisi di Hormuz alla sospensione qatariota, è che nessuna singola rotta di approvvigionamento può essere considerata sicura in modo permanente. Il gas africano è una risorsa preziosa e il suo sviluppo va incoraggiato, ma deve inserirsi in un portafoglio diversificato che includa GNL da fonti multiple, energie rinnovabili e capacità di stoccaggio adeguate. La dipendenza da un corridoio saheliano lungo oltre 4.000 chilometri, per quanto strategicamente prezioso, non può essere l’unica risposta europea alla fragilità delle rotte energetiche globali.
Il gas del Sahara arriva tardi, ma arriva in un momento in cui l’Europa non può permettersi di rifiutarlo. Saperlo integrare con intelligenza strategica è la sfida che l’Italia, più di ogni altro paese europeo, è chiamata ad affrontare.
[1] Sonatrach, TSGP Project: Official launch of the construction works of the Algerian segment of TSGP Trans-Saharan gas pipeline, Sonatrach.com, 4 giugno 2026.
[2] Lorenzo Castiglione, Il ritorno del gasdotto TSGP, IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 11 marzo 2025.
[3]Algeria ramps up Trans-Saharan gas megaproject with Nigeria route, The Africa Report, 4 giugno 2026.
[4] African Union – African Energy Commission (AU-AFREC), TSGP: A key lever for energy integration in Africa, au-afrec.org.
[5] Gas, QatarEnergy chiude rubinetti e dichiara stato di “forza maggiore”, Euronews Italia, 4 marzo 2026.
[6] Rachele Galli, Gasdotto Trans-Sahariano: l’APPO accelera sul corridoio Nigeria-Algeria per rifornire l’Europa, Prima Pagina News, 10 marzo 2026.
[7] Algeria, pilastro della diversificazione energetica italiana con 20 miliardi di metri cubi di gas nel 2025, Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2026.
[8] Energia: Meloni, rafforziamo rapporti con Algeria anche attraverso Eni e Sonatrach, Il Sole 24 Ore Radiocor, 25 marzo 2026.
[9] Gasdotto trans-sahariano: un’impresa tra opportunità e sfide, Forain, ultima modifica 11 luglio 2025.
[10] Trans-Saharan pipeline uncertain after coup: experts, Gas Outlook, 2023.
[11] Umberto Mazzantini, Algeria e Niger rilanciano il progetto del gasdotto trans-sahariano per portare in Italia il gas della Nigeria, Greenreport.it, 19 febbraio 2026.

