UNA REGIONE A PEZZI: L’AFRICA OCCIDENTALE TRA DUE RAGGRUPPAMENTI REGIONALI

L’insorgenza jihadista in Africa Occidentale si sta rapidamente affermando come uno dei più grandi fenomeni di crisi sullo scenario globale, capace di rovesciare governi e di minare le fondamenta di uno Stato. Tuttavia, già da tre anni è venuto meno quel fronte unificato contro il jihadismo, con la scissione da parte degli stati più coinvolti dal fenomeno (Mali, Niger e Burkina Faso) dall’organizzazione di integrazione regionale, l’ECOWAS (Economic Community Of West African States, l’acronimo francese è invece CEDEAO), per formare una propria confederazione, l’AES (acronimo francese di Alliance des États du Sahel), indebolendo i legami con l’ex-colonizzatore, la Francia, invece indirizzando le proprie simpatie altrove, più particolarmente (ma non esclusivamente) la Russia.

Dopo un periodo di forte tensioni, i due raggruppamenti sembrano aver intuito la necessità di riaprire i rapporti, ma è incerta l’estensione di questa riapertura

Il percorso di integrazione: l’ECOWAS

L’ECOWAS nasce da un desiderio di maggiore integrazione economica nella regione dell’Africa occidentale, come si evince sia dal nome che dal significativo apporto delle camere di commercio nigeriane nello slancio iniziale del processo diplomatico sfociato nel trattato di Lomé del 1975[1]. Un impulso decisivo fu dato da due eventi in particolare: la crisi petrolifera diede prova della forza di un blocco regionale anche contro i Paesi occidentali, mentre il rapporto della ECA (Economic Commission for Africa) sul commercio tra gli Stati europei ed ACP (African, Caribbean and Pacific in seguito agli accordi di Yaoundé) dimostrò come questo apportò ben poco alle economie di questi ultimi, dando maggior credito a chi sosteneva il commercio intracontinentale ed intraregionale.

Notevolmente, a soli 6 anni dalla ratifica del trattato di fondazione della comunità di carattere economico viene promulgato un primo patto di securità collettiva, il protocollo MAD (Mutual Assistance on Defence). L’urgenza fu tale che, invece di convincere i membri più reticenti alla ratifica questi furono semplicemente esclusi alla firma iniziale[2]. Le ragioni di questa fretta sono da rintracciare probabilmente nella scadente performance dell’opera di mediazione condotta dall’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana) durante la guerra Libico-chadiana, afflitta da una miriade di problemi: ritardi, carenze di budget, sospetti di influenza estera… . Visto in questa luce, il Protocollo del 1981 è un tentativo di creare un più affidabile provveditore di sicurezza in luogo dell’organizzazione panafricana: pertanto l’ECOWAS è da considerarsi un’organizzazione a finalità sia economica che securitaria. Si possono individuare 3 fasi del processo di integrazione securitario ECOWAS.

La prima va dal 1986 (data in cui la Nigeria ha depositato la propria ratifica, l’ultima richiesta[3]) al 1999 ed è quella del protocollo. Il documento stabilì alcune strutture di carattere tecnico per quanto riguarda la logistica e l’addestramento comune, integrato con un’assemblea dei capi di stato come vertice politico. Il protocollo fu testato immediatamente con lo scoppio della guerra civile liberiana nell’inverno del 1989, ed il generale propagarsi dell’instabilità nell’intera regione (come in altre parti del continente). Per via dei suoi meccanismi di controllo politico, le azioni sotto il protocollo avevano bisogno di sostanziali livelli di fiducia ed unità tra i capi di Stato, ma il fitto intreccio di relazioni interpersonali intorno ai protagonisti del conflitto liberiano, Samuel Doe e Charles Taylor, minò questo presupposto alla base. La prima mossa del leader nigeriano Babangida fu, infatti, lo stabilimento di una commissione di monitoraggio al di fuori dei meccanismi del protocollo (ECOMOG) a cui fu poi assegnata una forza militare apposita, indicata con lo stesso acronimo, che passò immediatamente all’offensiva nella Battaglia di Monrovia: le forze della comunità misero sotto (relativa) sicurezza la capitale ma l’operazione comportò anche l’immediato abbandono della loro imparzialità. Seguì poi una collaborazione con la missione di monitoraggio ONU (UNOMIL) dai risultati non particolarmente brillanti[4].

Sebbene vada notato che l’intervento fu tempestivo alla caduta del governo Liberiano, rispetto al passo agonizzante delle operazioni in Chad dell’OUA, non lo si può certo considerare efficace, visto l’incontrollato spillover del conflitto, specialmente in Sierra Leone; lo studioso contemporaneo Herbert Howe ne lodò le intenzioni ma giunse alla conclusione che, se da un lato non avrebbe fatto da deterrente per futuri conflitti dall’altro avrebbe scoraggiato altri interventi[5]. Per la fine degli anni “90 il bilancio è negativo sul lato securitario (con ricadute anche sul settore economico) sia in Africa Occidentale che in altre zone del continente. In generale, gli anni “90 sono un momento di stress critico per il sistema di peacekeeping: i fallimenti come quelli in Ruanda, Somalia ed ex-Yugoslavia gettano un’ombra i cui effetti sono visibili anche oggi. Per questo, attorno al nuovo millennio si attua un ripensamento profondo del peacekeeping di cui possiamo evidenziare, per l’ONU, il Rapporto Brahimi e, per l’Africa, la rifondazione dell’OAU in Unione Africana a Durban nel 2002 con un processo partito con la Dichiarazione di Sirte nel 1999; dal punto di vista securitario viene posto l’accento sul monitoraggio delle crisi e la prevenzione dei conflitti.

La seconda fase, dal 1999 al 2012, dell’integrazione securitaria nella regione va proprio collocato in questa riforma concettuale, con la firma del Meccanismo di Sicurezza (nome completo: Protocol Relating to the Mechanism for Conflict Prevention, Management, Resolution, Peacekeeping and Security)a Lomé il 10 dicembre 1999. Il meccanismo istituzionalizza ECOMOG come forza permanente della comunità, include organi di rappresentanza della comunità civile ed è poi inserito nell’APSA (African Peace and Security Architecture), una sovrastruttura securitaria continentale coordinata tra l’Unione e le organizzazioni regionali.

Da un punto di vista della sicurezza le difficoltà abbondano ma non rilevano situazioni immediatamente critiche. Le guerre civili ivoriane scoppiano e sono risolte entro il 2011 e terminano i conflitti in Liberia e Sierra Leone. Riguardo i casi della Costa d’Avorio e della Sierra Leone, è da notare come è risultata decisiva l’entrata in campo, diretta e non per tramite di una forza internazionale, degli ex-colonizzatori: i britannici piegano i ribelli sierraleonesi con l’operazione Palliser, mentre l’intervento francese stronca immediatamente le ambizioni di Laurent Gbagbo in Costa d’Avorio durante la battaglia di Abidjan del 2011. Lo sviluppo di capacità autoctone è però lento ed il coinvolgimento delle potenze europee risulta infatti dalla percepita insufficienza delle missioni onusiane con contingenti locali, ma non tarda un contraccolpo nell’opinione pubblica africana: sarà Gbagbo in Costa d’Avorio ad usare, per la prima volta in maniera sistematica, un discorso basato sul sovranismo per frustrare i tentativi internazionali di imporre la pace, in una dialettica alla Davide e Golia[6].

La guerra civile maliana scoppiata nel 2012 comporta l’inizio della terza fase, un periodo di stallo e disintegrazione securitaria. Le forze ribelli, un’alleanza tra forze jihadiste e indipendentisti Tuareg, inizialmente travolgono le forze armate maliane nel Nord. I due gruppi interrompono poi l’avanzata per via dei dissidi interni, che alla fine vedranno una purga ai danni degli indipendentisti, riprendendo poi a gennaio del 2013 con la partenza di colonne verso Bamako. Dopo un periodo di esitazione, i francesi assemblano e schierano in pochissimo tempo la task force Serval. Il 13 gennaio le colonne sono arrestate, a febbraio viene attaccata l’ultima roccaforte jihadista e la task force trasferisce le sue competenze all’operazione Barkhane e alle forze africane in teatro nell’agosto 2014. Serval è vista, a buona ragione, come un capolavoro della guerra di manovra[7], ma non riesce a sconfiggere decisivamente i ribelli: i jihadisti si frazionano e si dissolvono in un mosaico di organizzazioni, talvolta in lotta tra di loro e talvolta unite, che attanagliano sia il Mali che i suoi vicini fino ai nostri giorni.

L’intervento occidentale, soprattutto attorno all’onusiana MINUSMA in Mali, non riuscì nel suo intento di stabilizzare la regione e debellare l’insorgenza jihadista. Le ragioni di questo fallimento sono molte ed ancora dibattute[8], fatto sta che, agli occhi dei sovranisti e delle forze armate maliane, le forze ONU e francesi contribuirono poco alla sicurezza del Paese, se non furono addirittura controproducenti, mentre risultava soffocante l’influenza sulle azioni governative. Naturalmente, al palesarsi di provveditorialternativi agli occidentali si innescarono i colpi di Stato che portarono al potere l’attuale regime di Assimi Goïta nel 2021: il defunto ministro della difesa maliano Sadio Camara era in addestramento in Russia già dal 2019 al momento del primo colpo di Stato ad agosto del 2020, diventando quindi il principale punto di collegamento tra Bamako e Mosca.

Il colpo di Stato in Mali segnò l’inizio della fine per MINUSMA: i rapporti tra il nuovo regime e la missione diventano conflittuali al punto da lasciar scadere il mandato della forza, che deve lasciare il Paese il 30 giugno 2023. Dopo altri due golpe in Burkina Faso nel 2022, portando alla ribalta il sovranista Ibrahim Traoré, v’è un ultimo colpo di stato (è a questo punto che la definizione di Sahel come “coup belt” comincia a diffondersi sempre più rapidamente) che porta Abderrahmane Tiani in Niger il 28 luglio 2023. Tutti e tre gli Stati saheliani sono sospesi dall’ECOWAS, portando questi a separarsi e a formare l’AES, il 16 settembre 2023.

L’AES nasce puramente come alleanza difensiva (anche in risposta alle minacce di invasione dalla Nigeria), ma ha iniziato un processo di formalizzazione, cominciato con la firma di un trattato costitutivo il 6 luglio 2024, per dotarsi di istituzioni comuni. Il progetto è ancora molto giovane, ed al momento l’istituzione più attiva ed operativa è la Presidenza, su rotazione annuale: attualmente la presidenza cade sul Burkina Faso, dopo quella del Mali e toccherà al Niger nel 2027; rimangono allo stadio concettuale le proposte per una banca centrale comune e per una forza permanente confederale.

I fattori di disintegrazione

Si possono rintracciare alcuni fattori alla base della secessione saheliana.

Il primo fattore, e la causa più immediata della scissione, è il fallimento dei meccanismi securitari comunitari. Non a caso, l’intervento francese è stato caratterizzato anche dall’istituzione di raggruppamenti ad hoc come il G5 Sahel, ora defunto per via della dipartita di tutti i suoi membri a parte il Chad e la Mauritania. La principale forza dell’apparato securitario ECOWAS era, in ultima analisi, il coordinamento con apparati superiori come quello dell’UA e dell’ONU: le forze comunitarie sarebbero intervenute tempestivamente con una certa sicurezza che la loro operazione sarebbe stata approvata, e quindi finanziariamente sostenuta, dagli enti sovranazionali in un tempo ragionevole e spesso semplicemente trasferendo gli effettivi dal comando ECOWAS a quello ONU (il cosiddetto “rehatting”); questo implica che il sistema è debole senza il sostegno di attori esterni. Una volta che questo sostegno si è rivelato insufficiente per risolvere crisi particolarmente complesse come quella saheliana, dilatando le aspettative temporali ben oltre le capacità finanziarie e politiche dell’ONU, naturalmente è collassato.

Il secondo è un rallentamento nell’integrazione economica, il cui segno più evidente è lo status ancora marginale del commercio tra i membri, solo 12% del volume complessivo della regione nel 2025[9], pur rappresentando una delle missioni storiche dell’organizzazione. Simbolo di questo ritardo è il lungo dibattito, apparentemente ancora senza via di uscita, per la creazione di una moneta unica: l’Eco.

Il terzo è la profonda differenza nelle scelte di politica estera. Gli Stati golpisti non ripongono più le loro speranze nelle forze occidentali, vedendo altri attori, soprattutto la Russia con notevoli progressi anche per l’influenza turca, come partner di rilievo. Di contro, ECOWAS riceve donazioni significative da parte di sponsor esterni come l’Unione Europea: i contributi dei membri, secondo la dichiarazione resa al Parlamento ECOWAS dalla Commissione nel maggio 2025, costituiscono ancora l’85% del budget dell’organizzazione[10]. I rapporti tra la Francia ed i paesi anglofoni del blocco, specialmente la Nigeria, sono oltretutto migliorati, come dimostra il contributo in intelligence da Parigi ai nigeriani durante il tentato colpo di Stato in Benin nel dicembre 2025[11].

Questi problemi possono essere ricondotti, parzialmente o totalmente, alla mancanza di unità nell’azione delle istituzioni comunitarie, in altri termini la mancanza del capitale politico necessario per le riforme. La regione ha sempre avuto divisioni profonde, la maggiore delle quali è quella tra anglofoni e francofoni: i presidenti francesi, in particolare i gollisti, hanno stabilito numerose organizzazioni multilaterali che riunivano le ex-colonie francesi alla Francia (la famosa “Françafrique”), delle quali la più rilevante oggi è l’UEMOA, l’unione monetaria del Franco CFA (rappresentando uno dei maggiori ostacoli al progetto dell’Eco).

Alla divisione tra anglofoni e francofoni si collega la questione del ruolo egemonico della Nigeria. Secondo la teoria egemonica delle relazioni internazionali, l’egemone è quell’attore che ha acquisito un ruolo di preminenza nell’ordine internazionale e lo solidifica contribuendo in maniera sproporzionata a dei beni comuni (quale la sicurezza internazionale o la libertà di navigazione) acquisendo il consenso di altri attori chiave nel nuovo ordine. A partire dal colpo di stato del 1966 fino alle elezioni del febbraio 1999, la Nigeria è stata governata da una successione di dittatori militari (con una breve Seconda Repubblica tra il 1979 ed il 1983 ed una mai effettiva Terza nel 1992-93) i quali hanno dedicato molte energie proprio al processo di integrazione regionale, anche come strategia per captare il consenso del pubblico domestico ed internazionale. Naturalmente, questo sforzo diede adito a timori tra i paesi francofoni, in particolare la Costa d’Avorio di Houphouet-Boïgny, di un totale asservimento al gigante anglofono: non è un caso che il processo di integrazione abbia prodotto l’ECOWAS solo nel 1975, poiché i tentativi degli anni “60 incontrarono il fermo rigetto di De Gaulle.

Una volta che l’OUA si è rivelata inefficace anche sul piano securitario, è apparso naturale per i generali nigeriani di inserirsi come fornitori di sicurezza nella regione: in questo senso va visto anche l’impegno, eccessivamente entusiasta, nella guerra civile liberiana. Naturalmente, il mantenimento di un’egemonia ha un prezzo che ricade sulla popolazione dell’egemone: la Quarta Repubblica nigeriana attuale si è istituita grazie al consenso per il partito nazionalista (PDP, People’s Democratic Party) nella sua missione per ridurre l’impegno militare nigeriano all’estero, che dopo anni di interventismo era divenuto estremamente impopolare; la prima azione del governo PDP fu la riduzione degli effettivi nigeriani in Sierra Leone, da 13 000 a 3 500, ed il trasferimento di questi alla missione ONU UNAMSIL. La Nigeria è oggi incapace di esercitare nuovamente un ruolo egemonico, afflitta anch’essa da un’insorgenza jihadista parallela nella zona del lago Chad, ed ECOWAS si ritrova senza la sua forza motrice più importante, permettendo maggiore terreno ad attori esterni, come la Francia e la Russia.

Infine, non bisogna tralasciare il fattore ideologico. L’ondata di democratizzazione alla fine degli anni “90 ha portato con sé anche una coscienza circa la fragilità della democrazia nel continente da cui il triste soprannome per l’OAU: club dei dittatori. Dall’Unione Africana alle organizzazioni subregionali si è diffusa una mentalità ostile ai cambiamenti di regime incostituzionali poiché incoraggiano eventi simili tra gli Stati vicini: una deterrenza a scopo di proteggere la stabilità istituzionale.

La coesistenza

La risposta ai colpi di stato in Mali e Burkina Faso fu la semplice sospensione di questi Stati dall’ECOWAS, una reazione che, con il colpo di stato in Niger di luglio 2023, fu vista come insufficiente. Tra gli stati dell’organizzazione, soprattutto la Nigeria di Bola Tinubu, e la Costa d’Avorio di Ouattara si affermò la linea dura verso gli stati golpisti. Tinubu in particolare, insediatosi nel maggio 2023 in un contesto difficile per gli insuccessi nel contrastare l’insorgenza di Boko Haram nella regione del Lago Chad, minacciò un’invasione militare del Niger. La mossa gli si ritorse contro in quanto promosse l’unità tra gli Stati golpisti e le loro società civili, mentre in Nigeria scoppiarono manifestazioni contro l’intervento. Vista anche la reticenza degli altri Stati, che non vollero spingersi oltre la condanna diplomatica e le sanzioni, l’opzione militare fu abbandonata già a novembre[12]. Con la formalizzazione dell’AES nel luglio 2024, dunque, sulla regione calò una difficile situazione di convivenza. Sarebbe inesatto, però, parlare di “guerra fredda” tra i due blocchi.

La frattura è ancora abbastanza giovane da non avere ancora completamente divelto i legami tra gli stati secessionisti ed ECOWAS. Il segno più evidente è la presenza dei primi tra le file dell’UEMOA, la cui corte ha annullato le sanzioni verso il Mali[13], e della banca ECOWAS, l’EBID (ECOWAS Bank for Investment and Development), il cui presidente, George Donkor, ha dichiarato che la secessione “non ha cambiato nulla”[14], un’affermazione che l’agenzia di rating Moody’s ha largamente confermato con addirittura un miglioramento del rating della banca il 14 agosto del 2026[15].

Fatte salve le critiche all’integrazione commerciale intraregionale, comunque gli Stati saheliani non dispongono di un proprio sbocco al mare e dipendono dunque da altri per le loro esportazioni verso l’estero, specialmente i loro ex-partner in ECOWAS per cui passano le rotte più efficienti. La ricerca di alternative, come la Atlantic Initiative marocchina, non ha ancora sortito gli effetti sperati e, come dimostra la riapertura del confine tra Benin e Niger, le vecchie rotte attraverso l’ECOWAS rimangono le più desiderabili[16].

Il tempo ha anche attenuato le posizioni più oltranziste tra gli Stati ECOWAS. Le elezioni a partire dal 2023 hanno portato alla ribalta politici più vicini alle posizioni dei secessionisti: Sonko e Faye in Senegal (pur permanendo la frattura fra i due), Wadagni in Benin (sopravvenuto dopo che il predecessore, Talon, era sopravvissuto ad un tentativo di colpo di stato tramato da un gruppo di militari nel dicembre 2025), e Doumbouya in Guinea. Questi Paesi portano con sé rapporti più cordiali con la Russia, arrivando ad un incontro tra il Presidente della Commissione ECOWAS, Birame Diop, e l’incaricato d’affari russo in Nigeria, Igor Ivannikov, l’11 settembre[17].

Il caso della Guinea è particolarmente degno di attenzione. Mamady Doumbouya è arrivato al potere in Guinea nel 2021 in seguito ad un colpo di Stato, cui sono succedute le sanzioni dall’UA e dall’ECOWAS; sarebbe stato naturale per l’uomo forte di Conakry intrecciare legami con i suoi omologhi a Bamako o Ouagadougou, ma così non è stato. Doumbouya ha tenuto una certa distanza dai Russi, pur permettendo l’utilizzo del porto di Conakry[18], al contempo mantenendo contatti con i francesi: apparentemente la strategia ha portato frutti e la Guinea, in seguito al referendum costituzionale e le elezioni del 2025, che hanno riconfermato il generale, ha visto le sanzioni venire revocate. Se da un lato sarebbe forse eccessivo parlare di un vero indebolimento del contrasto ideologico alle dittature, dall’altro la Guinea è una dimostrazione pratica di come una reintegrazione possa avere luogo.

Il punto più cruciale rimane però quello securitario. Com’è noto, negli anni successivi alla formazione dell’AES si è visto un maggiore radicamento della presenza russa, incarnata, in ambito securitario, nell’Africa Corps, formato raccattando i rimasugli della Wagner dopo la morte del suo capo Prigozhin in seguito al suo fallito ammutinamento. Generalmente, si è potuto notare un forte calo nell’efficacia delle attività COIN nel Sahel, soprattutto dopo l’imboscata a Tinzaouaten tra il 25 ed il 27 luglio 2024, oltre che un’impennata in crimini contro la popolazione[19]. Nel 2026, i fallimenti dell’apparato securitario messo in piedi dagli Stati golpisti sono divenuti più vistosi che mai con l’offensiva ribelle del 25 Aprile in Mali, con il risultato che i loro vicini in ECOWAS sono spesso implicati nella situazione, sia che per effettivi raid o altre attività transfrontaliere dei gruppi jihadisti che per il flusso di rifugiati in fuga. Naturalmente si è visto, da un lato, una maggiore diversificazione nei provveditori di sicurezza agli Stati saheliani, come la Turchia, dall’altro una serie di accordi securitari, ancora solo bilaterali, tra Stati ECOWAS ed AES dal 2024 in poi.

Conclusione: reintegrazione?

I due blocchi si sono separati poiché gli Stati saheliani non credevano nella capacità dell’ECOWAS di ovviare ai loro bisogni più immediati, trovando altriprovveditori, soprattutto la Russia, che potessero soddisfarli. È naturale che, dove falliscano i provveditori alternativi, si apriranno finestre di opportunità per altri attori. Tra questi il più avvantaggiato sembra essere la Turchia, inseritasi non solo tramite i droni marchio Bayraktar ma anche per via di una compagnia mercenaria propria, la Sadat; l’Algeria appare anch’essa decisa a reinserirsi, in contrasto all’influenza marocchina, come si è visto con l’intervento dell’aviazione algerina durante l’ammutinamento di Niamey del 29 agosto[20] ed il riavvicinamento con il Mali. Questa finestra ha permesso anche il ristabilimento di una cooperazione tra gli Stati della regione, e non è improbabile che questo porti a negoziati tra l’ECOWAS e l’AES, visti gli sforzi della prima per riaprire i contatti con la seconda: l’ultimo di questi, condotto dal presidente Faye del Senegal in veste di inviato del suo blocco a Bamako, si è svolto il 28 luglio[21].

La reintegrazione, però, non può essere raggiunta con la sola cooperazione. L’ECOWAS dovrà dimostrarsi un’organizzazione capace di raggiungere i suoi obbiettivi storici di integrazione economica e securitaria. I due progetti che esemplificano queste missioni storiche sono, rispettivamente, l’Eco, la moneta unica, e la Standby Force, una brigata permanente di 1650 effettivi finanziata interamente dalla Comunità (invece dell’attuale sistema dove truppe sono prelevate ad hoc dagli eserciti degli Stati membri). Entrambi i progetti hanno una lunga storia fatta di ritardi e rinvii, ed entrambi si sono riaffacciati al pubblico con dichiarazioni nel 2026; per l’Eco la situazione sembra nettamente sfavorevole, dal momento che solo 5 degli Stati membri rispettano, secondo il Fondo Monetario Internazionale, i criteri per l’ingresso (la Nigeria non è inclusa tra questi)[22]. La Standby Force, invece, è più semplicemente una riforma del sistema previgente, e v’è già una discreta esperienza istituzionale per quanto riguarda il comando ed addestramento comune tra gli eserciti degli Stati membri: il vero punto di difficoltà è infatti il budget, che si aggirerebbe, secondo stime riportate da Jeune Afrique, attorno ai 410 milioni USD all’anno (a fronte di un budget annuale totale per l’organizzazione di 500-600 milioni USD)[23].

La probabilità che questi progetti di integrazione regionale vadano in porto dipenderà dalla salute e dalla volontà della Repubblica Nigeriana, in quanto egemone che ha portato in essere le istituzioni comunitarie: rimane l’economia più grande della regione oltre che l’esercito più potente, le nuove istituzioni richiederanno necessariamente una grande partecipazione nigeriana.L’evolversi della situazione economica e securitaria attorno ad Abuja sarà dunque di primaria importanza per entrambi i blocchi, certamente non meno di quella attorno a Bamako o Ouagadougou.


[1]Ojo, O. J. B., (1980), Nigeria and the Formation of Ecowas, International Organization, vol. 34 (4), p. 571 – 604

[2]Okolo, J. E., (1985), Integrative and Cooperative Regionalism: The Economic Community of West African States, International Organization, vol. 39 (1), p. 146

[3]United Nations (1999), Treaty Series, vol. 1690, p. 52

[4]Adibe, C. E., (1997), The Liberian Conflict and the ECOWAS-UN Partnership, Third World Quarterly, vol. 18 (3), pp. 471-488 Per un’analisi contemporanea della collaborazione tra ECOMOG e UNOMIL.

[5]Howe, H., (1996), Lessons of Liberia: ECOMOG and Regional Peacekeeping, International Security, vol. 21 (3), p. 176

[6]Per un’analisi più approfondita del souveranisme gbagbiano e degli ostacoli incontrati dai negoziati ONU: Piccolino, G., (2012), David Against Goliath? Laurent Gbagbo’s War Against Global Governance, African Affairs, vol. 111 (42), pp. 1 – 23

[7]Per un’analisi dell’operazione Serval: Shurkin, M., (2014), France’s War in Mali, RAND Corporation

[8]Due paper consigliati sulle difficoltà incontrate da MINUSMA prima del suo scioglimento: Vermeij, L., (2015), MINUSMA: Challenges on the Ground, Norwegian Institute for International Affairs; Boutellis, A. e Beary, M., (2020), Sharing the Burden: Lessons from the European Return to Multidimensional Peacekeeping, International Peace Institute

[9]Gnanguênon, A. e Thiam, D., (2025), Fragmentation and Foreign Influence: Emerging Challenges to ECOWAS Integration, Africa Policy Research Institute: https://afripoli.org/fragmentation-and-foreign-influence-emerging-challenges-to-ecowas-integration

[10]ECOWAS, President Statement for Parliament – May 2025, p. 13: https://www.ecowas.int/wp-content/uploads/2025/06/President-Statement-for-Parliament-May-2025.pdf

[11]Lawal, S., Has Benin’s foiled coup made ECOWAS a West African heavyweight once more?, Al Jazeera, 16 Dicembre 2025: https://www.aljazeera.com/features/2025/12/16/has-benins-foiled-coup-made-ecowas-a-west-african-heavyweight-once-more

[12]Laplace, M., Comment le CEDEAO a enterré l’option d’une intervention militaire au Niger, Jeune Afrique, 10 Novembre 2023: https://www.jeuneafrique.com/1502718/politique/comment-la-cedeao-a-enterre-loption-dune-intervention-militaire-au-niger/

[13]M’Bida, A., Brouck, T., Diallo, F., Sanctions contre le Mali: une victoire juridique pour Bamako qui bouscule l’alignement Uemoa-Cedeao, Jeune Afrique, 30 Gennaio 2026: https://www.jeuneafrique.com/1761484/economie-entreprises/sanctions-contre-le-mali-une-victoire-juridique-pour-bamako-qui-bouscule-lalignement-uemoa-cedeao/

[14]Wuilbercq, E. e Brouck, T., George Donkor: “Pour la BIDC, la rupture entre l’AES et la CEDEAO n’a rien changé”, Jeune Afrique, 24 Novembre 2025: https://www.jeuneafrique.com/1743021/economie-entreprises/george-donkor-pour-la-bidc-la-rupture-entre-laes-et-la-cedeao-na-rien-change/

[15]Lavoué, A., Malgré le choc de l’AES, la banque de la CEDEAO parvient à changer d’échelle, Jeune Afrique, 21 Agosto 2026: https://www.jeuneafrique.com/1836579/economie-entreprises/malgre-le-choc-de-laes-la-banque-de-la-cedeao-parvient-a-changer-dechelle/ 

[16]Diallo, F., Frontière Bénin-Niger: ce que trois ans de fermeture a coûté aux deux économies, Jeune Afrique, 15 Luglio 2026: https://www.jeuneafrique.com/1809892/economie-entreprises/frontiere-benin-niger-ce-que-trois-ans-de-fermeture-a-coute-aux-deux-economies/

[17]ECOWAS, President Diop Receives Russian Envoy, Advances ECOWAS-Russia Partnership, 14 Settembre 2026: https://www.ecowas.int/president-diop-receives-russian-envoy-advances-ecowas-russia-partnership/

[18]Maillard, M., Diallo, F., Barry, D., Comment le port de Conakry est devenu le port d’entrée des armes russes du Mali, Jeune Afrique, 1 Giugno 2026: https://www.jeuneafrique.com/1799706/politique/comment-le-port-de-conakry-est-devenu-la-porte-dentree-des-armes-russes-du-mali/

[19]Per maggiori informazioni sul calo dell’efficacia delle forze russe nel Sahel: The Sentry, Mercenary Meltdown: The Wagner Group’s Failure in Mali, Agosto 2025 https://thesentry.org/reports/mercenary-meltdown-wagner-failure-mali/

[20]Badawi, H., Beyond the Fighter Jets: What Algeria’s Deployment to Niger Really Signals, African Arguments, 7 Settembre 2026: https://africanarguments.org/2026/09/beyond-the-fighter-jets-what-algerias-deployment-to-niger-really-signals/

[21]Redazione RFI, Senegal’s Faye pays first visit to Mali since appointment as Ecowas president, RFI, 28 Luglio 2026: https://www.rfi.fr/en/africa/20260728-senegal-s-diomaye-faye-on-a-visit-to-mali-his-first-as-ecowas-president

[22]Brouck, T., “Malgré les discours, personne ne veut de cette monnaie”: l’eco face à ses contradictions, Jeune Afrique, 23 Luglio 2026:https://www.jeuneafrique.com/1826417/economie-entreprises/malgre-les-discours-personne-ne-veut-de-cette-monnaie-leco-face-a-ses-contradictions/

[23]Millecamps, M., Forces en attente de la Cedeao: cinq questions pour comprendre pourquoi le projet tarde à se concrétiser, Jeune Afrique, 10 Marzo 2026: https://www.jeuneafrique.com/1772507/politique/force-en-attente-de-la-cedeao-cinq-questions-pour-comprendre-pourquoi-le-projet-tarde-a-se-concretiser/

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