PAKISTAN-AFGHANISTAN: OLTRE LA GUERRA E IL TERRORISMO. TRA DIPLOMAZIA STRATEGICA E DINAMICHE DI UN CONFLITTO REGIONALE

Natura del conflitto e ragioni storiche

L’escalation tra Pakistan e Afghanistan, esplosa nel mese di febbraio, ha determinato bombardamenti, attacchi transfrontalieri e operazioni militari che hanno causato numerose vittime, anche tra la popolazione civile, oltre a un elevato numero di feriti e sfollati. Questo rapido deterioramento del quadro di sicurezza ha trasformato tensioni preesistenti in un confronto armato diretto.

Il conflitto affonda le proprie radici in una storia lunga e complessa. La controversia relativa alla Durand Line, tracciata alla fine del XIX secolo come confine tra l’Afghanistan e l’allora India britannica (oggi Pakistan), non è mai stata formalmente riconosciuta da Kabul[1]. Le ragioni di tale mancato riconoscimento spaziano dalle implicazioni economiche e territoriali fino alle questioni etniche, poiché il confine ha diviso il gruppo etnico pashtun, cui appartiene circa il 40% della popolazione afghana. La mancata accettazione della linea di confine ha contribuito a generare un’instabilità cronica, rendendo le aree di frontiera tra le più fragili e difficili da controllare dell’intera regione.

Le tensioni storiche si sono progressivamente intrecciate con gli sviluppi degli ultimi decenni, dagli eventi successivi al 2001 fino al ritorno dei Talebani al potere nel 2021. Il principale elemento di frizione tra i due Stati è rappresentato dal presunto sostegno fornito dal governo di Kabul ai membri del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), responsabili di numerosi attentati terroristici sul territorio pakistano. Islamabad accusa l’Afghanistan di offrire rifugio a tali gruppi, in una dinamica che richiama, in forma speculare, strategie adottate in passato dallo stesso Pakistan nei confronti dei Talebani afghani. In effetti, Islamabad non ha mai manifestato una particolare ostilità nei confronti del ritorno dei Talebani al potere; durante l’intervento statunitense dei primi anni Duemila, numerosi militanti trovarono rifugio in territorio pakistano. Emblematico, in tal senso, è il fatto che Osama bin Laden sia stato localizzato e ucciso proprio in Pakistan. Oggi, quella stessa dinamica si è ribaltata, trasformandosi in una rilevante minaccia per la sicurezza interna di Islamabad[2].

Escalation militare e sviluppo delle ostilità

Il governo pakistano ha dichiarato che i bombardamenti erano diretti contro campi e basi di militanti legati al Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) e ad altri gruppi jihadisti, presentandoli come una risposta diretta agli attentati subiti nei giorni precedenti[3]. Secondo Islamabad, la presenza di rifugi sicuri in territorio afghano costituisce una minaccia costante alla sicurezza nazionale e giustifica lo svolgimento di operazioni militari oltre confine. Le autorità afghane, al contrario, hanno respinto tali accuse, denunciando una violazione della propria sovranità territoriale.

Dopo i primi attacchi aerei di fine febbraio, i combattimenti si sono rapidamente estesi lungo diversi settori della frontiera, trasformandosi in uno scontro transfrontaliero di più ampia portata. Le forze talebane hanno risposto colpendo postazioni e avamposti pakistani, presentando tali azioni come una reazione necessaria agli attacchi subiti. In questo contesto, esponenti del governo pakistano hanno dichiarato l’esistenza di uno scenario di “guerra aperta”[4], avviando una campagna militare su larga scala denominata Operazione Ghazab lil Haq[5]. L’operazione ha incluso attacchi aerei e terrestri contro obiettivi talebani in diverse aree dell’Afghanistan, compresa la capitale Kabul, determinando un significativo incremento dell’intensità del conflitto.

Per alcune settimane, lo scontro ha mantenuto un livello elevato di violenza, con entrambe le parti impegnate in operazioni militari e in una retorica sempre più aggressiva. Le autorità pakistane hanno descritto la campagna militare come una lotta totale al terrorismo, mentre i Talebani hanno ribadito il proprio diritto alla difesa del territorio nazionale. Tale contesto ha accresciuto il rischio di un’ulteriore escalation, con potenziali ripercussioni sull’intera regione.

A metà marzo, nel tentativo di ridurre le tensioni, alcuni attori regionali, tra cui Arabia Saudita, Qatar e Turchia, hanno promosso una pausa temporanea delle ostilità della durata di una settimana, interpretata come un primo segnale di apertura al dialogo. Tuttavia, la tregua si è rivelata fragile: al termine del periodo concordato, i combattimenti sono ripresi rapidamente, accompagnati da nuovi scontri e bombardamenti in aree urbane, con un conseguente aumento delle vittime civili.

Nei giorni successivi, il Pakistan ha avviato la costruzione di nuove fortificazioni lungo il confine, rafforzandone il controllo e alimentando sospetti circa una possibile espansione territoriale. Immagini satellitari hanno evidenziato la comparsa di nuove strutture fortificate all’interno del territorio afghano[6], contribuendo ad accrescere la percezione di un possibile ampliamento del controllo pakistano su aree contese.

Parallelamente agli scontri diretti, la situazione interna del Pakistan è rimasta instabile. Per l’intera durata del conflitto si sono verificati attacchi con ordigni esplosivi attribuiti al TTP[7]. Tali episodi hanno rafforzato la percezione di una persistente minaccia interna e hanno contribuito a giustificare, nella narrativa di Islamabad, il proseguimento delle operazioni militari oltre confine.

Nel tentativo di evitare un’ulteriore escalation, all’inizio di aprile sono stati avviati colloqui preliminari mediati dalla Cina tra rappresentanti pakistani e talebani nella città di Ürümqi[8]. In una fase iniziale, entrambe le parti hanno descritto i negoziati come utili e costruttivi, manifestando una certa disponibilità al dialogo. Il Pakistan ha presentato tre richieste principali: il riconoscimento del TTP come organizzazione terroristica da parte dell’Afghanistan, lo smantellamento delle sue infrastrutture e la dimostrazione concreta dell’attuazione di tali misure. Islamabad ha inoltre ribadito che le operazioni militari sarebbero proseguite fino alla completa eliminazione delle basi dei militanti. Da parte loro, i Talebani hanno confermato la volontà di ridurre le tensioni attraverso il dialogo. Nonostante tali dichiarazioni, i negoziati non hanno prodotto risultati concreti. Le trattative si sono concluse senza il raggiungimento di un accordo e le responsabilità del fallimento sono state attribuite reciprocamente dalle parti.

A seguito del fallimento dell’iniziativa diplomatica, le ostilità sono riprese, interessando in misura crescente le province di confine settentrionali di Kunar e Nuristan, dove, secondo quanto riportato dalle autorità pakistane, gli attacchi aerei e di artiglieria avrebbero consentito alle proprie forze di conquistare diverse posizioni controllate dai Talebani. In questa fase, il conflitto ha progressivamente assunto caratteristiche di minore intensità, con azioni condotte prevalentemente da militanti del TTP, affiancate da schermaglie di confine e dal lancio di razzi contro avamposti strategici e logistici pakistani. Le informazioni disponibili suggeriscono come il governo di Islamabad abbia cercato di mantenere la narrativa della guerra totale al terrorismo interno, presentando le proprie operazioni come esclusivamente rivolte contro membri di organizzazioni terroristiche. Parallelamente, sono emerse dinamiche di crescente destabilizzazione delle aree interessate, documentate anche da attacchi contro infrastrutture civili, tra cui ospedali e università[9] afghane.

Nonostante ulteriori cessate il fuoco e vertici di pace promossi anche con la mediazione dell’Uzbekistan, il conflitto è rimasto attivo, pur assumendo caratteristiche differenti rispetto alle fasi iniziali. I principali attori coinvolti nello scontro continuano a essere il Pakistan e le organizzazioni terroristiche operanti nelle aree di confine. Islamabad continua a rendere note operazioni di sicurezza che hanno portato all’arresto di sospetti terroristi e militanti jihadisti, intensificando parallelamente le attività di intelligence volte a prevenire ulteriori attentati sul proprio territorio.

È opportuno inoltre evidenziare come la ricostruzione degli eventi risulti fortemente influenzata dalle differenti narrazioni adottate dalle parti coinvolte. Sia il governo pakistano sia le autorità talebane hanno accompagnato le operazioni militari con un’intensa attività comunicativa, presentando gli sviluppi del conflitto secondo prospettive funzionali ai rispettivi obiettivi politici e strategici. Ne consegue che numerose informazioni relative ai risultati delle operazioni, al controllo del territorio e alle perdite subite non trovano sempre una conferma indipendente. Per tale ragione, la presente analisi privilegia, ove possibile, fonti internazionali e organizzazioni indipendenti, pur riconoscendo che, nelle fasi più intense del conflitto, una parte delle informazioni disponibili deriva inevitabilmente dalle comunicazioni ufficiali delle parti in causa.

Dinamica internazionale

Un elemento di particolare rilevanza nell’analisi del conflitto riguarda il ruolo assunto dal governo di Islamabad nel recente confronto tra Stati Uniti e Iran. Il Pakistan proveniva da un lungo periodo in cui il proprio peso diplomatico era stato prevalentemente associato a dinamiche di crisi e alla lotta al terrorismo. In tale contesto, l’assunzione di un ruolo di mediazione nel confronto tra Washington e Teheran ha rappresentato un significativo cambiamento di posizionamento internazionale, consentendo a Islamabad di rafforzare il proprio profilo diplomatico.

Attraverso il mantenimento di relazioni con entrambe le parti coinvolte, il Pakistan ha perseguito una strategia riconducibile al concetto di prestige diplomacy[10], accreditandosi come interlocutore affidabile sia nei confronti degli Stati Uniti sia dei principali Paesi del Golfo. Secondo numerose analisi internazionali, tale mediazione ha contribuito ad accrescere il capitale diplomatico di Islamabad, che è stata descritta come un mediatore inatteso ma credibile nel contesto della crisi. Allo stesso tempo, è ragionevole ritenere che tale attivismo diplomatico rispondesse anche a interessi strategici nazionali. La possibilità di svolgere un ruolo di mediazione è stata favorita dagli storici rapporti mantenuti con entrambe le parti, elemento riconosciuto anche dall’amministrazione statunitense, il cui presidente Donald Trump ha espresso pubblicamente apprezzamento per il contributo pakistano[11].

Le motivazioni alla base di tale approccio possono essere ricondotte a diversi fattori. In primo luogo, la dimensione economica riveste un’importanza centrale. Un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz comprometterebbe una delle principali rotte di approvvigionamento energetico del Pakistan, che importa attraverso tale corridoio strategico oltre l’85% del petrolio greggio destinato al fabbisogno nazionale[12]. Un aumento dei prezzi dell’energia determinerebbe inoltre effetti negativi sull’economia pakistana, con particolare riferimento al settore agricolo, fortemente dipendente dai costi energetici.

In secondo luogo, assumono rilievo le dinamiche di sicurezza interna. Un’eventuale destabilizzazione dell’Iran costituirebbe una minaccia indiretta per l’area occidentale del Pakistan, in particolare per la provincia del Balochistan, caratterizzata da un equilibrio politico e sociale particolarmente delicato. In tale contesto, un deterioramento della situazione iraniana potrebbe contribuire ad alimentare tensioni settarie e dinamiche di instabilità lungo il confine comune.

Gli scontri iniziati nel 2026 rappresentano i più intensi registrati tra Pakistan e Afghanistan negli ultimi anni. Nonostante la gravità delle ostilità e il significativo impatto umanitario prodotto dal conflitto, l’escalation è rimasta sostanzialmente confinata al contesto regionale, senza dar luogo a un processo di effettiva internazionalizzazione. Parallelamente, la crescente esposizione diplomatica del Pakistan nella mediazione tra Stati Uniti e Iran ha contribuito a concentrare parte dell’attenzione internazionale sul ruolo assunto da Islamabad quale interlocutore regionale, relegando in secondo piano gli sviluppi del conflitto con l’Afghanistan. Pur non essendo possibile stabilire un nesso causale diretto tra i due fenomeni, tale coincidenza temporale ha contribuito a limitare la visibilità internazionale della crisi afghano-pakistana.

A conferma dell’impatto umanitario del conflitto, un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nel mese di aprile evidenzia che: “La violenza ha finora sfollato più di 94.000 persone nelle province di Khost, Kunar, Nangarhar, Paktia, Paktika e Nuristan. Noi e i nostri partner stiamo valutando i bisogni umanitari in aree difficili da raggiungere. Circa 160.000 persone stanno affrontando insicurezza alimentare e circa 90.000 hanno un accesso ridotto ai servizi sanitari, mentre circa 12.000 studenti hanno visto la loro istruzione limitata.[13]” Nonostante tali dati, la crisi non ha suscitato un coinvolgimento significativo delle principali organizzazioni internazionali né un’attenzione mediatica paragonabile a quella dedicata al confronto tra Stati Uniti e Iran. Finché il conflitto continuerà a essere rappresentato prevalentemente da Islamabad come un’estensione della lotta al terrorismo transfrontaliero, appare difficile ipotizzare un processo di effettiva internazionalizzazione della crisi o un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale.

Risorse idriche come possibile fattore strutturale del conflitto

Un ulteriore elemento meritevole di attenzione riguarda il possibile ruolo delle risorse idriche quale fattore strutturale alla base delle tensioni tra Pakistan e Afghanistan. Sebbene non vi siano evidenze sufficienti per considerare la competizione per l’acqua una causa diretta dell’escalation militare del 2026, essa rappresenta un elemento di crescente rilevanza nel deterioramento delle relazioni bilaterali. Il Pakistan attribuisce particolare importanza alla sicurezza idrica, sia per il peso che il settore agricolo riveste nell’economia nazionale, sia per gli effetti del cambiamento climatico, che contribuisce ad accentuare la scarsità delle risorse disponibili. A ciò si aggiunge la sospensione unilaterale dell’applicazione del Trattato delle Acque dell’Indo da parte dell’India nel 2025[14], fattore che ha ulteriormente rafforzato la percezione di vulnerabilità strategica di Islamabad. L’Afghanistan, al contrario, si trova in una posizione geografica favorevole, essendo uno Stato a monte dal quale hanno origine numerosi corsi d’acqua successivamente sfruttati dal Pakistan.

Gli elementi di maggiore rilevanza sono rappresentati dal bacino del fiume Kabul e dal suo principale affluente, il fiume Kunar. Lo sviluppo del bacino del Kabul costituisce una priorità strategica per l’Afghanistan, sia in termini di sicurezza idrica sia di sviluppo infrastrutturale. A partire dal 2001 e, con maggiore intensità negli ultimi anni, i governi afghani hanno perseguito una politica di valorizzazione delle risorse idriche nazionali fondata su tre obiettivi principali: incrementare la produzione idroelettrica, espandere l’irrigazione agricola e garantire l’approvvigionamento di acqua potabile alle principali aree urbane, in particolare alla capitale Kabul. Tale strategia, riconducibile al concetto di Water Sovereignty, trova riscontro anche nel documento della World Bank Afghanistan :” Scoping Strategic Options for Development of the Kabul River Basin[15]”, che identifica il bacino del Kabul come una delle principali priorità infrastrutturali del Paese.

In questo contesto assume particolare rilievo il fiume Kunar, principale affluente del Kabul River, il cui potenziale idroelettrico è da tempo al centro di progetti finalizzati alla realizzazione di una serie di grandi dighe[16]. Per Kabul tali infrastrutture rappresentano una delle principali opportunità di sviluppo energetico e di rafforzamento della sicurezza idrica nazionale; per Islamabad, invece, esse sono percepite come un potenziale fattore di riduzione dei flussi idrici destinati al territorio pakistano, soprattutto durante i periodi di maggiore scarsità. Pur in assenza di evidenze che consentano di collegare direttamente tali dinamiche all’origine del conflitto del 2026, la coincidenza tra l’importanza strategica del bacino del Kunar e il fatto che l’omonima provincia afghana sia stata tra le aree maggiormente interessate dalle operazioni militari costituisce un elemento analiticamente rilevante. Tale circostanza non dimostra un nesso causale, ma suggerisce l’opportunità di monitorare con attenzione l’evoluzione delle politiche di gestione delle risorse idriche quale possibile fattore di competizione strategica tra i due Paesi.

Conclusioni

Nel complesso, il conflitto tra Pakistan e Afghanistan evidenzia come le dinamiche di sicurezza lungo la frontiera siano il risultato della sovrapposizione di fattori storici, politici e strategici, piuttosto che di una singola causa scatenante. Le operazioni militari del 2026 si inseriscono in un contesto caratterizzato dalla persistente minaccia del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), dalla mancata normalizzazione delle relazioni bilaterali e dall’assenza di un quadro condiviso per la gestione delle aree di confine. Parallelamente, il rafforzamento del profilo diplomatico internazionale del Pakistan e la limitata internazionalizzazione del conflitto hanno contribuito a contenere l’attenzione della comunità internazionale sugli sviluppi della crisi.

In prospettiva, la crescente competizione per il controllo delle risorse idriche del bacino del Kabul, unita agli effetti del cambiamento climatico e alla persistente fragilità istituzionale della regione, potrebbe rappresentare un ulteriore fattore di instabilità, destinato ad accentuare tensioni già profondamente radicate. In tale contesto, l’evoluzione delle relazioni tra Pakistan e Afghanistan continuerà a dipendere non soltanto dalla gestione delle minacce alla sicurezza, ma anche dalla capacità delle parti di sviluppare meccanismi di cooperazione in materia di gestione delle risorse transfrontaliere, riducendo il rischio che fattori strutturali di competizione si trasformino in ulteriori elementi di conflittualità.


[1] Singh A.; Durand Line is Now Pakistan’s Most Dangerous Front; The Sunday Guardian; 2025. https://sundayguardianlive.com/news/top-5/durand-line-is-now-paks-most-dangerous-front-156787/

[2] The Times of India; Why Pakistan and Afghanistan Are Fighting: History of Kabul-Islamabad Standoff and the “Graveyard of Empires” Narrative; The Times of India; 2026. https://timesofindia.indiatimes.com/world/pakistan/why-pakistan-and-afganistan-are-fighting-durand-line-graveyard-of-empires-history/articleshow/128853246.cms

[3] Sharma Y.; Hussain A.; Pakistani, Afghan Forces Exchange Deadly Border Fire: What’s Next?; Al Jazeera; 2026. https://www.aljazeera.com/news/2025/10/12/afghanistan-pakistan-border-clashes-what-we-know-so-far

[4] Khalil H.; Pakistan Defence Minister Says Country in “Open War” with Afghanistan After Strikes; BBC News; 2026. https://www.bbc.com/news/articles/cvgjd7pv4y4o

[5] United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA); Update on Civilian Casualties in Afghanistan; UNAMA; 2026. https://unama.unmissions.org/en/press-releases/update-civilian-casualties-afghanistan

[6] Hosseini A.; آیا پاکستان بخشی از خاک افغانستان را تصرف کرده است؟; BBC News Dari; 2026. https://www.bbc.com/dari/articles/cvg4pn35l9yo

[7] Reuters; Pakistani, Afghan Border Forces Clash as UN Says War Displaces 100,000; 2026. https://www.reuters.com/world/asia-pacific/pakistani-afghan-border-forces-clash-un-says-war-displaces-100000-2026-03-06

[8] Yousaf K.; Pakistan Presents Three Key Demands in Urumqi Talks; The Express Tribune; 2026. https://tribune.com.pk/story/2601296/pakistan-presents-three-key-demands-in-urumqi-talks

[9] Limaye Y.; Pakistan Accused of Attacking Afghan University; BBC News; 2026. https://www.bbc.com/news/articles/cvg0gxrgklro

[10] Hoover Institution; Prestige as a Tool of Foreign Policy; 2017. https://www.hoover.org/research/prestige-tool-foreign-policy

[11] Reuters; Pakistan’s Role in US-Iran Mediation; 2026. https://www.reuters.com/world/asia-pacific/pakistan-leans-us-iran-ties-emerge-potential-peacebroker-2026-03-24/

[12] Reuters; Pakistan Faces Energy Risks from Hormuz Strait Closure; 2025. https://www.reuters.com/business/energy/iraq-pakistan-strike-energy-deals-with-iran-tehran-flexes-hormuz-control-2026-05-12/

[13] United Nations; Noon Briefing of 17 April 2026; 2026. https://www.un.org/sg/en/content/highlight/2026-04-17.html

[14] Reuters; India Keeps Indus Waters Treaty in Abeyance; 2025. https://www.reuters.com/world/asia-pacific/what-is-indus-waters-treaty-between-india-pakistan-2025-04-24/

[15] World Bank; Afghanistan – Scoping Strategic Options for Development of the Kabul River Basin; 2010. https://documents1.worldbank.org/curated/en/319391468185978566/pdf/522110ESW0Whit1anistan0Final0Report.pdf

[16] Khan H. F.; Yang Y.; Wi S.; Case Study on Hydropolitics in Afghanistan and Pakistan: Energy and Water Impacts of Kunar River Development; Journal of Water Resources Planning and Management; 2020. https://www.researchgate.net/publication/342465150_Case_Study_on_Hydropolitics_in_Afghanistan_and_Pakistan_Energy_and_Water_Impacts_of_Kunar_River_Development

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