Nel corso del secolo scorso, durante la Guerra Fredda, le relazioni tra le grandi potenze hanno avuto come perno la deterrenza nucleare, divenuta pilastro dell’equilibrio globale e cardine della sicurezza europea. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e il riassetto dei nuovi equilibri internazionali, il ruolo dell’arma atomica, o quantomeno la sua percezione, è progressivamente passato in secondo piano nelle strategie di politica estera in materia di sicurezza e difesa.
La guerra russo-ucraina ha ribaltato anche questo quadro. Riportando il conflitto armato alle porte dell’Europa, la guerra ha rimesso la questione nucleare al centro del dibattito politico-strategico. La minaccia di Mosca di ricorrere all’arma atomica non si è tradotta in un uso concreto, e difficilmente lo farà, viste le conseguenze che comporterebbe, ma ha sicuramente funzionato come leva psicologica, influenzando le scelte politiche e militari occidentali.
Le incertezze legate all’amministrazione Trump e alla sua politica internazionale ambigua, unite alla frammentazione tra Francia e Regno Unito nella gestione dei rispettivi arsenali e nell’approccio al tema della deterrenza, sollevano oggi un interrogativo: l’Europa dispone davvero di una strategia nucleare efficace, capace di affrontare le sfide moderne anche senza l’appoggio degli Stati Uniti?
LA NUOVA STRATEGIA RUSSA
Dopo l’aggressione all’Ucraina, la Russia ha ridefinito la propria strategia nucleare. Sebbene Vladimir Putin continui a ritenere che l’impiego atomico sia un “ultima ratio”, la dottrina attuale sta progressivamente integrando il nucleare nelle strategie di guerra convenzionale. [1]
Mosca mette in atto questa strategia attraverso una combinazione di strumenti, da dichiarazioni sul possibile impiego, a esercitazioni militari sempre più frequenti, dispiegamento di testate in Bielorussia, ed intensificazione dei test missilistici a lungo raggio. Questa strategia, spesso definita “salami slicing”, si basa su una serie di provocazioni graduali, ciascuna troppo limitata per giustificare una risposta estrema, ma nel complesso capace di generare instabilità e di paralizzare l’Occidente con il timore di un’escalation.[2]
E l’effetto si è visto fin dall’inizio del conflitto, con molti leader occidentali che hanno adottato un atteggiamento di estrema cautela, frenando l’invio di armamenti pesanti a Kiev e privilegiando una strategia di gestione prudente della tensione, piuttosto che di contrasto deciso alla retorica del Cremlino.[3]
LE INCERTEZZE DELLA FOREIGN POLICY STATUNITENSE: RIPENSARE LA STRATEGIA EUROPEA
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la domanda che si ripropone con insistenza è se gli Stati Uniti resteranno davvero i garanti della sicurezza europea, soprattutto in caso di escalation nucleare con la Russia.[4] E, in particolare, come reagirebbero di fronte a un eventuale attacco “limitato” all’Ucraina? Questi risultano essere interrogativi complessi, ai quali il continuo mutamento del contesto internazionale rende impossibile dare risposte definitive.[5]
Ed in questo scenario l’Europa non può permettersi di restare spettatrice passiva. Tuttavia, le risorse nucleari dei Paesi europei sono limitate, soltanto Francia e Regno Unito dispongono di arsenali atomici e soltanto Italia, Germania, Paesi Bassi e Turchia partecipano al programma di condivisione nucleare messo in atto dalla NATO. Insieme Francia e UK contano circa 515 testate, un numero ridotto se paragonato alle migliaia detenute dagli Stati Uniti e dalla Russia.[6]
Il Regno Unito basa la propria deterrenza esclusivamente sulla componente sottomarina, affidata ai missili Trident, formalmente inseriti nel dispositivo NATO ma utilizzabili, come più volte ribadito da Londra, solo in caso di minaccia agli “interessi vitali” nazionali.[7]
La Francia, al contrario, possiede un arsenale più diversificato ed indipendente, con capacità sia navali sia aeree. Proprio il presidente Emmanuel Macron, lo scorso marzo, ha rilanciato l’idea di un dibattito europeo sulla deterrenza: “Se i nostri partner europei desiderano procedere verso una maggiore autonomia e capacità di deterrenza, allora dobbiamo aprire questa discussione”.[8] A queste parole è seguito, più di recente, l’accordo di coordinamento reciproco siglato con il premier britannico Keir Starmer, che conferma come l’asse Parigi-Londra rappresenti oggi il pilastro della sicurezza nucleare europea.
La Germania, dal canto suo, rimane priva di arsenale nucleare essendo vincolata dai trattati post-bellici. La sua sicurezza dipende integralmente dal legame con Washington, concretizzato nella presenza di bombe B-61 statunitensi stoccate nella base militare di Büchel, sempre all’interno del programma di condivisione nucleare della NATO.[9] Negli ultimi mesi anche Berlino ha valutato una maggiore cooperazione con la Francia per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, ma la prospettiva di condividere la deterrenza nucleare francese resta vaga, con il governo di Parigi poco propenso a cedere ulteriormente il controllo delle proprie decisioni strategiche.
Ad oggi non si intravede la possibilità di un vero “ombrello nucleare UE”, né tantomeno di un arsenale comune, nonostante l’incremento della cooperazione nel quadro della PESCO (Permanent Structured Cooperation) ele ambizioni di maggiore autonomia strategica dell’Unione Europea con il piano RearmEU.[10]
IL RUOLO NATO E I LIMITI DELLA DETERRENZA EUROPEA: QUALI PROSPETTIVE FUTURE PER L’EUROPA?
Nonostante le incertezze statunitensi, la NATO resta il principale quadro di riferimento per la difesa europea, inclusa la dimensione nucleare. Tuttavia, la guerra in Ucraina ha mostrato che il deterrente atomico non può più essere pensato esclusivamente come garanzia difensiva di fronte a un’escalation già di per sé irreversibile. Va piuttosto inserito in una strategia multilivello, capace di integrare capacità convenzionali e credibilità politica. Ma alla domanda su cosa possa fare l’Europa per rafforzare la propria sicurezza nucleare, non esiste oggi una risposta definitiva, né è facile prevedere con chiarezza gli scenari futuri.
Nella situazione attuale, il Regno Unito e la Francia garantiscono una deterrenza minima; i loro arsenali restano limitati sia per quantità sia per capacità operative, ma non possono essere ignorati nei calcoli strategici del Cremlino. Anche con numeri relativamente ridotti, Londra e Parigi conservano la possibilità di infliggere quei “danni inaccettabili” che conferiscono loro un peso politico-militare non trascurabile. La Germania e altri Paesi europei continueranno invece a fare affidamento sul meccanismo di nuclear sharing finché gli Stati Uniti rimarranno impegnati nel quadro NATO. In scenari estremi, non si può escludere che Paesi come la Polonia possano valutare la strada di un programma nucleare autonomo.[11] Una prospettiva che aprirebbe però rischi enormi per l’intero regime globale di non proliferazione, minando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e destabilizzando ulteriormente il continente.[12]
In questo contesto, l’Unione Europea dovrebbe concentrare i propri sforzi soprattutto sul rafforzamento delle capacità convenzionali e sull’intensificazione della cooperazione esistente nei quadri già attivi, come la PESCO. Interoperabilità, mobilità militare, capacità logistiche e sistemi di supporto sono oggi strumenti più realistici e immediatamente necessari rispetto all’ipotesi di un arsenale nucleare comune.
La realtà geopolitica attuale è chiara, il nucleare europeo, nella sua forma attuale, non può sostituire quello statunitense, e dunque la dipendenza da Washington rimane inevitabile. [13] Tuttavia, il Regno Unito e la Francia, con arsenali limitati ma credibili, rappresentano oggi un deterrente più rilevante che in passato.
La vera sfida per l’Europa non è tanto prepararsi a scenari di escalation irreversibile, che restano altamente improbabili, quanto piuttosto evitare che la combinazione tra la minaccia russa e l’incertezza americana paralizzi la capacità strategica del continente.
[1] CAN, Office of Communications (2024) Insight on Nuclear Escalation from Russia’s War on Ukraine, News Release, 14 March, Arlington, VA.
[2] Beam, B. (2025) Putin’s Salami Tactics: A Nuclear Test for Europe, Beam Intel Newsletter, 22 May.
[3] Lomidze, N. (2025) Russia’s Nuclear Strategy Post-Ukraine and Future of European Warfare, 7 July.
[4] Pazzanese, C. (2025) Can Europe defend itself against a nuclear-armed Russia? Harvard Gazette, 19 March.
[5] Freedman, L. (2025) Europe’s Nuclear Deterrent: The Here and Now, Survival, 67(3), 7-24.
[6] Matteis, S. (2025) Quante bombe atomiche ci sono nel mondo e che Paese ne ha di più, La Stampa, 6 August.
[7] Ibid. Freedman, L. (2025)
[8] Yeung, J. & Ataman, J. (2024) France to consider protecting European allies with its nuclear arsenal, Macron says, CNN, 6 March.
[9] Foreign Policy Research Institute (2023) Nuclear Stability and Escalation Risks in Europe, Eurasia Program, September.
[10] Pazzanese, C. (2025)
[11] Ibid. Freedman, L. (2025)
[12]Ibid. Freedman, L. (2025)
[13] Pazzanese, C. (2025)

Laureato con il massimo dei voti in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli e in Studi dell’Unione Europea presso il Salzburg Centre of Excellence for EU Studies. Ha svolto tirocini presso l’Ambasciata d’Italia in Tanzania, il Parlamento Europeo e l’Istituto delle Regioni d’Europa, approfondendo temi legati alla governance dell’UE, alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile. Appassionato di affari europei, geopolitica e relazioni euro-africane.