Le linee di frattura dell’ordine internazionale sembrano oggi ridefinirsi progressivamente. Mentre la fine della Seconda guerra mondiale e il contesto della Guerra Fredda organizzavano le principali contrapposizioni lungo un asse Est-Ovest, le controversie contemporanee relative al diritto internazionale, ai crimini di guerra e alle diverse accuse di natura criminale mettono sempre più in evidenza tensioni che si sviluppano lungo un asse Nord-Sud. Queste ultime alimentate dalle accuse di doppi standard e dalla crescente contestazione di un universalismo principalmente istituito dall’Occidente.
La persistenza del conflitto in Ucraina e l’espansione del teatro di guerra in Medio Oriente mettono oggi alla prova i concetti giuridici e morali ereditati dall’ordine internazionale del secondo dopoguerra. Infatti, i conflitti contemporanei non si svolgono più esclusivamente sul piano militare o diplomatico. Si sviluppano anche attraverso una crescente competizione per il controllo delle narrazioni di legittimità, nella quale il diritto internazionale, la memoria storica e le categorie morali diventano strumenti centrali di riposizionamento geopolitico.
La costruzione di un linguaggio morale internazionale
L’architettura normativa come la conosciamo oggi si costruisce intorno a principi ereditati dagli ultimi secoli: il trattato di Vestfalia, le premesse dello Stato-nazione, la nascita delle frontiere moderne, i giochi diplomatici e le rivendicazioni territoriali. In questo contesto le frontiere diventano più fisse, amministrate e soprattutto militarizzate. [1]
Questo sistema vede la propria architettura evolvere al ritmo dei conflitti che seguono, tendendo verso un ordine nazionale che si allarga progressivamente alla sicurezza collettiva e mette in discussione il carattere assoluto della sovranità statale, come illustrano il principio di autodeterminazione dei popoli e lo sviluppo della sicurezza collettiva. Dopo il 1945, la Carta delle Nazioni Unite, il processo di Norimberga, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e le Convenzioni di Ginevra consolidano questa trasformazione introducendo categorie come i crimini contro l’umanità e la responsabilità penale individuale. Il diritto internazionale non si limita più a regolare i rapporti tra Stati, ma pretende di tutelare valori considerati comuni all’intera umanità. Questa pretesa di universalità trova la sua legittimazione nelle esperienze traumatiche del XX secolo, spesso presentate come una rottura storica senza precedenti. [2] [3]
Tuttavia, le due guerre mondiali, pur figurando tra i conflitti più devastanti della storia contemporanea, non furono le prime a produrre violenze di massa o distruzioni su larga scala. La loro specificità risiede forse meno nella natura delle violenze che nel significato politico e morale che venne loro attribuito. Lo sviluppo della guerra industriale e delle armi di distruzione di massa rafforzò la percezione di una minaccia comune all’intera umanità. Gli eventi storici, tuttavia, non possiedono un significato intrinseco: la loro interpretazione dipende dal quadro narrativo nel quale vengono inseriti. [4] È in questo contesto che l’esperienza occidentale del XX secolo venne progressivamente elevata a fondamento normativo di un ordine internazionale che aspirava all’universalità. Il tempo non è più quello della gloria o dell’eroismo, ma della lotta contro una minaccia globale.
La guerra fredda: un universalismo conteso in un mondo bipolare
Durante la Guerra Fredda, il nuovo linguaggio universale emerso nel secondo dopoguerra non scompare. Al contrario, diventa uno dei principali terreni di competizione tra i due blocchi. Stati Uniti e Unione Sovietica si oppongono sul piano politico, economico e ideologico, ma entrambi rivendicano di agire in nome di principi che pretendono una validità universale: pace, progresso o giustizia internazionale. La conflittualità si estende così ben oltre il campo militare e coinvolge la propaganda, la diplomazia, lo sviluppo economico e la conquista dell’influenza globale. La Guerra Fredda può essere letta come una competizione mondiale tra due progetti rivali di organizzazione del mondo. Tuttavia, le categorie fondamentali dell’ordine internazionale restano relativamente stabili. Il dibattito riguarda soprattutto chi abbia la legittimità di incarnare tali principi, più che la loro esistenza o validità. [5]
Questo periodo mette in luce una trasformazione fondamentale della conflittualità internazionale. La competizione non si limita più al controllo dei territori o all’equilibrio delle forze militari, ma si estende alla capacità di imporre una visione legittima dell’ordine mondiale. La corsa allo spazio, la diplomazia, l’influenza culturale e la propaganda diventano strumenti di una battaglia nella quale ciascun blocco cerca di presentare il proprio modello ritenuto come desiderabile e giustificato. [6]
Mi sembra importante sottolineare il ruolo della legittimità come risorsa strategica e fattore di potenza. Ciò che si confronta non sono soltanto eserciti o interessi nazionali, ma anche idee, modelli politici e visioni del progresso. Questa evoluzione è particolarmente utile per comprendere i conflitti contemporanei. Se durante la Guerra Fredda la competizione riguardava principalmente quale modello fosse legittimato a incarnare valori considerati universali, oggi il dibattito si estende sempre più alla definizione stessa di tali valori e all’autorità di chi pretende di stabilirne il significato universale.
La frammentazione dell’universalità
La fine della Guerra Fredda nel 1991 segna la conclusione dell’ordine bipolare. Trent’anni dopo, i dibattiti contemporanei aprono una nuova fase, nella quale vengono contestate le origini dell’ordine internazionale, l’autorità di chi lo definisce, la sua interpretazione e la sua legittimità.
Molte delle principali teorie delle relazioni internazionali sono state costruite a partire da esperienze storiche prevalentemente europee o occidentali. Ciò non significa che altre regioni del mondo siano state prive di proprie esperienze storiche fondatrici o di proprie tradizioni politiche. Il problema risiede piuttosto nel fatto che alcune esperienze storiche europee abbiano acquisito lo status di riferimenti universali per pensare il sistema internazionale. [7]
La crescente affermazione di nuove potenze economiche e politiche, la decolonizzazione e la diffusione globale dell’informazione hanno progressivamente favorito l’emergere di interpretazioni alternative dell’ordine mondiale. Numerosi attori del Sud globale non contestano necessariamente i principi universali del diritto internazionale, ma denunciano sempre più frequentemente il monopolio occidentale sulla loro interpretazione e la loro applicazione selettiva. (ibid)
Le reazioni suscitate dalla guerra in Ucraina, le accuse di doppio standard formulate da diversi Paesi del Sud globale, così come l’affermazione dei BRICS, illustrano questa crescente volontà di partecipare alla definizione delle regole e delle categorie che strutturano l’ordine internazionale. Le prese di posizione del del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia contro Israele mostrano come il diritto internazionale possa diventare uno strumento di legittimazione diplomatica e di riposizionamento geopolitico. La questione non riguarda soltanto il rispetto delle norme, ma anche l’autorità necessaria per interpretarle e applicarle. [8]
In questo contesto, il concetto di doppio standard occupa una posizione centrale. La critica non riguarda soltanto il rispetto delle norme internazionali, ma la percezione che le stesse categorie morali e giuridiche vengano applicate in modo differente a seconda degli attori coinvolti. Accuse di crimini di guerra, violazioni della sovranità o persino genocidio diventano così oggetto di controversie che vanno oltre il piano giuridico e riflettono rivalità politiche e geopolitiche più ampie.
In alcuni casi, questa dinamica si estende persino agli eventi storici che hanno contribuito alla nascita delle categorie morali e giuridiche dell’ordine internazionale del primo e del secondo dopoguerra. I termini di genocidio e crimine contro l’umanità sono oggi mobilitati da una pluralità di attori con traiettorie storiche e culturali diverse. [9]
La battaglia contemporanea della narrativa
La riappropriazione della storia rappresenta una forma di potere meno visibile ma altrettanto strategica. Le narrazioni strategiche non si limitano a descrivere il mondo: contribuiscono a definirne gli attori, le responsabilità e le soluzioni considerate legittime.
Il soft power si fonda sulla capacità di attrarre, convincere e soprattutto influenzare l’opinione pubblica. L’interpretazione degli eventi storici diventa così una risorsa di legittimazione capace di mobilitare riferimenti morali, identità collettive e memorie condivise. In un contesto in cui l’informazione circola su scala globale e l’opinione pubblica influenza sempre più le traiettorie politiche, la competizione si estende al terreno della narrazione. [10]
Chi riesce a imporre la propria interpretazione del passato influenza anche la comprensione del presente e le possibilità del futuro. La competizione geopolitica contemporanea non riguarda dunque soltanto territori, risorse o capacità militari, ma anche la capacità di attribuire significato alle memorie e ai valori che strutturano l’ordine internazionale. [11]
Il negazionismo o la minimizzazione di determinati crimini storici non costituiscono soltanto una disputa storiografica, ma possono contribuire a ridefinire la legittimità politica del presente.
La Shoah ne rappresenta un esempio significativo. Pur essendo pienamente legittimo criticare le scelte politiche di uno Stato o di un governo, la negazione o la relativizzazione di un genocidio rischia di spostare il dibattito dalla critica politica alla delegittimazione di una memoria storica che ha contribuito alla costruzione delle categorie morali e giuridiche contemporanee. Soprattutto quando tali dinamiche contribuiscono alla legittimazione della violenza, di attività terroristiche o alla loro strumentalizzazione da parte di attori politici. [12] [13]
In questo senso, la battaglia delle narrazioni non riguarda soltanto la ricostruzione del passato, ma anche la definizione di ciò che viene considerato giusto, legittimo o universalmente condannabile nel presente.
Le narrazioni strategiche permettono agli attori di mobilitare riferimenti storici, valori morali ed emozioni collettive per ottenere sostegno ben oltre il teatro immediato del conflitto. Ogni narrazione costruisce una continuità tra passato, presente e futuro. Essa seleziona determinati eventi storici, attribuisce significato agli avvenimenti contemporanei e propone una visione dell’ordine che si intende costruire domani.
Tale visione può essere trasmessa e riprodotta nel tempo, oralmente o per iscritto, contribuendo a consolidare l’influenza di uno Stato attraverso la propria memoria storica.
La rivoluzione digitale ha ulteriormente ampliato questo terreno di confronto. La diplomazia non è più confinata agli scambi tra governi e il controllo dell’informazione è diventato più difficile. Stati, organizzazioni, media e opinioni pubbliche partecipano oggi alla costruzione di narrazioni concorrenti che possono essere diffuse, contestate o rafforzate su scala globale. [14]
La comunicazione oscilla facilmente tra informazioni errate e disinformazione ed è confrontata a possibilità di contrattacco molto più ampie rispetto al passato. Una narrazione credibile, non soltanto per un popolo ma per più popoli, diventa quindi fondamentale per la cooperazione tra Stati e per il riconoscimento della legittimità degli interventi.[15]
Più che una semplice crisi dell’universalismo, il contesto contemporaneo sembra riflettere una crisi della sua autorità. Le categorie giuridiche e morali costruite nel corso del XX secolo continuano a strutturare il dibattito internazionale, ma la loro interpretazione non è più monopolio delle potenze che ne hanno accompagnato la nascita. In un mondo sempre più multipolare, la competizione ringuarda anche la capacità di definire ciò che è legittimo o condannabile. La frammentazione attuale non segna necessariamente la fine dell’universalismo, ma l’emergere di una pluralità di attori che rivendicano il diritto di partecipare alla sua definizione. La battaglia delle narrazioni appare così come una delle principali dimensioni della competizione geopolitica del XXI secolo.
[1] Encel, Frédéric ; Atlas des frontières ; Éditions Autrement, Paris, 2024.
[2] Organisation des Nations Unies ; Charte des Nations Unies ; Nations Unies ;https://www.un.org/fr/about-us/un-charter/full-text
[3] International Military Tribunal ; Charter of the International Military Tribunal, Article 6(b) ; Nuremberg Trial Proceedings, Vol. I, 1945.
[4] Watson, Alexander ; Enduring the Great War: Combat, Morale and Collapse in the German and British Armies, 1914–1918 ; Cambridge University Press, Cambridge, 2008.
[5] Westad, Odd Arne ; The Global Cold War: Third World Interventions and the Making of Our Times ; Cambridge University Press, Cambridge, 2005.
[6] Gaddis, John Lewis ; The Cold War: A New History ; Penguin Press, New York, 2005.
[7] Acharya, Amitav ; Buzan, Barry ; Why Is There No Non-Western International Relations Theory? An Introduction ; International Relations of the Asia-Pacific, Vol. 7, No. 3, 2007.
[8] International Court of Justice ; Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide in the Gaza Strip (South Africa v. Israel), Order of 26 January 2024 ; International Court of Justice; https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/192/192-20240124-pre-01-00-en.pdf
[9] Cohen-Almagor, Raphael ; Holocaust Denial, Anti-Semitism and the Delegitimization of Israel ; Israel Affairs, 2025; https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13537121.2025.2516864
[10] Nye, Joseph S. ; Bound to Lead: The Changing Nature of American Power ; Basic Books, New York, 1990.
[11] Krebs, Ronald R. ; How Dominant Narratives Rise and Fall: Military Conflict, Politics, and the Cold War Consensus ; International Organization, Vol. 69, No. 4, 2015.
[12] Cohen-Almagor, Raphael ; Negationism, Antisemitism and Anti-Zionism ; 2020; https://www.researchgate.net/publication/345012680_Negationism_Antisemitism_and_Anti-Zionism
[13]Wistrich, Robert S. ; Holocaust Denial in the Middle East ; The Vidal Sassoon International Center for the Study of Antisemitism, Hebrew University of Jerusalem; http://nigdywiecej.org/docstation/com_docstation/172/holocaust_denial_mid_east_prt.pdf
[14] Roselle, Laura ; Miskimmon, Alister ; O’Loughlin, Ben ; Strategic Narrative: A New Means to Understand Soft Power ; Media, War & Conflict, Vol. 7, No. 1, 2014.
[15] Roselle, Laura ; Miskimmon, Alister ; O’Loughlin, Ben ; Strategic Narrative: A New Means to Understand Soft Power ; Media, War & Conflict, Vol. 7, No. 1, 2014.

