Nel vocabolario della comunicazione strategica, la forma più sofisticata di influenza non è quella che si impone con la forza della propria presenza, ma quella che si costruisce nell’ombra dell’assenza altrui. Il conflitto USA-Iran del 2026 ne offre un caso di studio quasi paradigmatico. Mentre Washington sosteneva costi politici e reputazionali elevati in un conflitto ad alto costo comunicativo, Pechino costruiva una postura di vantaggio strutturale senza esporsi direttamente. Due domande guidano la lettura: come questa postura è stata costruita, e in quale misura gli errori comunicativi americani ne abbiano facilitato l’efficacia.
Il Pakistan come schermo: mediazione indiretta e proxy communication
La chiave di lettura della strategia comunicativa cinese nel conflitto risiede in un dettaglio sistematicamente sottovalutato: il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran è stato mediato dal Pakistan, non dalla Cina. Questa scelta non è accidentale. È il prodotto di un calcolo che la letteratura sulla comunicazione strategica definisce proxy communication: la trasmissione di influenza attraverso un intermediario che ne assume la visibilità e il rischio reputazionale, mentre l’attore reale mantiene distanza e plausibile deniability.
Il Pakistan è un paese la cui traiettoria strategica è profondamente condizionata da Pechino attraverso il China-Pakistan Economic Corridor. Il piano di pace in cinque punti proposto congiuntamente il 31 marzo 2026, l’intervento pakistano che ha spinto l’Iran verso il cessate il fuoco del 7 aprile, la mediazione celebrata da Xi Jinping come “ruolo proattivo” del primo ministro Sharif[1]: tutto questo configura una catena in cui la Cina esercita influenza reale attraverso un intermediario che appare come attore autonomo e neutrale. Come ha osservato Brookings Institution, il coinvolgimento cinese nella mediazione è stato “indiretto e invisibile”, riflettendo la riluttanza di Pechino a esporsi in territori incerti con esiti imprevedibili.[2]
Applicando le strategie discorsive elaborate da Wodak e Reisigl nella Critical Discourse Analysis, la Cina ha operato sistematicamente sul piano della messa in prospettiva: collocandosi fuori dal campo dello scontro, in una posizione di facilitatore terzo, ha costruito un’identità di attore responsabile che si contrapponeva implicitamente alla postura degli Stati Uniti senza mai nominarla direttamente. La referenza implicita è più efficace di quella esplicita: produce l’effetto di contrasto senza assumere il costo reputazionale dell’accusa diretta.
La narrativa del mediatore e il contesto favorevole creato dagli errori americani
Questa postura non avrebbe avuto la stessa efficacia comunicativa in un contesto diverso. È la gestione comunicativa americana del conflitto ad aver prodotto il terreno su cui la narrativa cinese ha potuto attecchire con maggiore facilità.
Trump ha aperto il conflitto con il frame del regime change e lo ha abbandonato pubblicamente a conflitto concluso, dichiarando al Wall Street Journal “non mi è mai importato niente del cambio di regime“[3]. Questo cambio di frame ha generato un vuoto narrativo che altri attori hanno riempito. La Cina, attraverso il ministro degli Esteri Wang Yi che ha condotto una sequenza intensa di contatti diplomatici interpellando i propri omologhi di Russia, Oman, Iran, Francia, Israele, Arabia Saudita e Emirati[4], ha occupato sistematicamente quello spazio con un messaggio coerente e univoco: cessazione delle ostilità, rispetto della sovranità territoriale, tutela delle rotte commerciali attraverso Hormuz.
Il piano in cinque punti non era destinato a essere attuato nella sua interezza: un ex diplomatico americano citato dall’Associated Press lo ha definito “performativo” e lo ha paragonato al piano cinese in dodici punti per l’Ucraina del 2023, “pieno di platitudini ma mai messo in pratica“[5]. La sua funzione non era risolutiva ma comunicativa: segnalare all’opinione pubblica globale, e in particolare al Global South, l’esistenza di un attore alternativo capace di proporre soluzioni diplomatiche. Come ha notato Ali Wyne dell’International Crisis Group, la Cina “accoglie favorevolmente l’opportunità di suggerire che stia contribuendo a mitigare una crisi di creazione americana, specialmente mentre la mancanza di una strategia considerata dell’amministrazione Trump per contenere le ricadute diventa sempre più evidente“.[6]
Sul piano della narrativa domestica, la CCTV ha pubblicato durante il conflitto un video animato con intelligenza artificiale che illustrava gli eventi, presentando la guerra come “illegale e una minaccia alla stabilità globale” con la Cina nella posizione del garante dell’ordine.[7] È un’applicazione della strategia che Xi Jinping ha definito nel 2013 con la formula “讲好中国故事”, “raccontare bene la storia della Cina”, elevando la narrativa strategica a priorità centrale dello statecraft cinese[8]. In questo conflitto, la storia da raccontare verso l’interno era semplice e coerente: la Cina come potenza responsabile in un sistema internazionale destabilizzato da altri.
C’è però una dimensione che va oltre la narrativa e che il conflitto del 2026 ha reso più concreta: la possibilità che la Cina si candidi a garante dell’equilibrio del Golfo. Non è uno scenario puramente ipotetico. Nel 2023 Pechino aveva già dimostrato di poter svolgere questa funzione mediando la normalizzazione diplomatica tra Arabia Saudita e Iran, cioè tra i due poli della rivalità regionale che Washington non era riuscita a comporre in decenni. Il conflitto del 2026 ha approfondito quella tendenza: le monarchie del Golfo hanno visto gli Stati Uniti aprire una guerra che le ha colpite direttamente, con missili sugli Emirati e rotte energetiche bloccate, e chiuderla con un accordo che lascia l’Iran strutturalmente più forte. Non hanno bandiera politica esplicita, intrattengono già rapporti diplomatici e commerciali stabili con Pechino, e hanno dimostrato durante il conflitto di mantenere canali aperti con Teheran indipendentemente dalla postura americana. Se cercano un attore capace di garantire stabilità senza portare il caos che ha portato Washington, la Cina è l’unica candidata credibile in campo.
Va detto con precisione analitica: la Cina non dispone nel Golfo di una proiezione di potenza militare paragonabile a quella americana, e non può ancora essere garante di sicurezza nel senso hard del termine. Può esserlo sul piano diplomatico ed economico, che sono i piani su cui le monarchie del Golfo hanno maggiore interesse a costruire stabilità di lungo periodo. È una distinzione che non ridimensiona la portata della postura cinese: la circoscrive con rigore.
Il silenzio strategico come risorsa comunicativa
C’è una dimensione della postura comunicativa cinese che è rimasta quasi invisibile all’analisi occidentale: il silenzio strategico. Pechino non si è espressa sulla legittimità della risposta militare iraniana. Non ha commentato l’assassinio di Khamenei. Non ha preso posizione sull’accordo finale nei termini in cui lo ha fatto Teheran. Ha parlato con parsimonia calcolata, esattamente sui temi su cui poteva farlo senza rischiare: la necessità di cessare le ostilità, il rispetto della sovranità territoriale, la tutela delle rotte commerciali.
Questa architettura del silenzio rispecchia un principio identificato dall’IISS come centrale nella strategia cinese: “alto sulla diplomazia, basso sul rischio”.[9] Non è passività comunicativa: è governo della comunicazione nella sua forma più avanzata, quella in cui si sceglie deliberatamente cosa non dire per mantenere la massima libertà di manovra futura. La Cina ha rifiutato di fare da garante del cessate il fuoco nonostante la richiesta di Teheran, proprio perché assumere quella funzione avrebbe significato esporsi alla responsabilità del suo rispetto. Ha preferito incassare il dividendo reputazionale della mediazione pakistana senza assumersi il costo operativo di una garanzia diretta.[10]
Un soft power per contrapposizione, dentro un sistema che si sceglie di non sovvertire
Il soft power cinese odierno non cresce, nel senso che Joseph Nye attribuisce al termine, per attrazione propria del proprio modello politico, culturale o valoriale. Cresce per contrasto: più gli Stati Uniti si mostrano imprevedibili, unilaterali e costosi per i propri alleati e partner, più la postura cinese di stabilizzatore pragmatico acquista valore comparativo. Non è un’affermazione positiva di un modello alternativo: è una valorizzazione per default di chi non fa quello che fa l’avversario. Il BrandFinance 2026 Global Soft Power Index segnala che il divario di soft power tra Stati Uniti e Cina si è ridotto a soli 1,5 punti[11]: ma questo dato misura una percezione costruita in larga parte per differenza, non per attrazione autonoma. La postura comunicativa cinese è strutturalmente dipendente dal comportamento americano: se Washington correggesse la propria gestione strategica, il vantaggio cinese si ridurrebbe automaticamente, perché non poggia su una base valoriale propria ma su un differenziale di percezione.
C’è però una seconda dimensione, più profonda, che va letta non come contraddizione ma come dottrina. Pechino opera dentro il sistema internazionale liberale, ne usa le istituzioni, ne sfrutta le norme, ne beneficia economicamente: e lo fa consapevolmente, per scelta strategica deliberata. Dalla dottrina di Deng Xiaoping sul “nascondersi e attendere il momento opportuno” alla “comunità di destino condiviso” di Xi Jinping, la strategia cinese ha sempre previsto di lavorare dentro il sistema per modificarne gradualmente gli equilibri di potere, non di sovvertirlo. Sovvertirlo sarebbe costoso, imprevedibile, e priverebbe Pechino degli stessi strumenti, accesso ai mercati, legittimità multilaterale, rotte commerciali, di cui ha bisogno per crescere. Il sistema internazionale liberale non è il nemico della Cina: è il contesto dentro cui la Cina persegue i propri obiettivi con la pazienza che le è propria.
Il conflitto USA-Iran le ha offerto un’occasione quasi perfetta per alimentare questa strategia: dentro il sistema come mediatore responsabile, a fianco del sistema come voce critica della destabilizzazione americana, senza mai porsi esplicitamente contro il sistema. La coesistenza di queste due posture non è una contraddizione che Pechino fatica a gestire: è la caratteristica più distintiva e più difficile da contrastare della sua comunicazione strategica nel 2026, perché non offre all’Occidente un bersaglio chiaro su cui costruire una risposta coerente.
[1] South China Morning Post, “China lauds Pakistan’s ‘proactive role’ in US-Iran peace talks and vows support”, 25 maggio 2026, scmp.com.
[2] Ryan Hass, “Beijing’s approach to the conflict in Iran and its implications for China”, Brookings Institution, 5 maggio 2026, brookings.edu.
[3] Iran International, “Trump says he ‘never cared about regime change’ in Iran”, 14 giugno 2026, iranintl.com.
[4] Associated Press / AOL, “China aims to show global leadership with Iran war diplomacy. US appears uninterested”, aprile 2026, aol.com.
[5] Ibid.
[6] China-Global South Project, “China Iran Conflict Narrative: A Domestic Perspective”, 22 aprile 2026, chinaglobalsouth.com.
[7] Ibid.
[8] The Cipher Brief, “Telling China’s Story Well: The PRC’s Strategic Narrative as an Instrument of National Power”, 1 aprile 2026, thecipherbrief.com.
[9] IISS, “China and the war in Iran: pragmatism and national resilience”, 7 maggio 2026, iiss.org.
[10] Ryan Hass, “Beijing’s approach”, cit.
[11] The Cipher Brief, “Telling China’s Story Well”, cit.

Docente integrativo SNA, giornalista pubblicista e analista RI, esperto di geopolitica, comunicazione strategica e diplomazia performativa su Estremo Oriente, Mediterraneo ed Europa.

