Per una postura di difesa realmente a 360 gradi

Il Summit di Varsavia del 2016 pose le basi per una visione più ampia delle minacce alla sicurezza della NATO, introducendo una prospettiva a 360 gradi. Tale impostazione venne poi formalmente recepita nel Concetto Strategico adottato a Madrid nel 2022, che estese l’attenzione oltre il tradizionale fianco orientale e riconobbe la crescente rilevanza delle sfide provenienti dal fianco meridionale. [1] Tuttavia, con lo scoppio del conflitto in Ucraina, l’attenzione si è riorientata esclusivamente verso est, lasciando progressivamente esposto il sud, che registra una crescente destabilizzazione con dirette ripercussioni sugli interessi strategici della NATO.

La regione del Sahel, un’area che taglia l’Africa partendo dalla Mauritania e dal Senegal ed attraversa Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Sudan ed Eritrea, rappresenta l’epicentro di questa instabilità dovuta a molteplici fattori storici, politici ed economici. Solo negli ultimi anni la regione è stata colpita da una vera ondata di colpi di stato che hanno portato al potere giunte militari in Mali, Burkina Faso e Niger. [2] Questi regimi hanno progressivamente rotto i rapporti diplomatici con le forze occidentali, creando un vuoto di sicurezza colmato sia da gruppi estremisti e radicali sia da potenze rivali come Russia e Cina. L’effetto diretto è stato l’innesco di una catastrofe umanitaria e di una crisi migratoria con un alto numero di rifugiati che sta mettendo sotto pressione la stabilità regionale interna e che ripercuote i suoi effetti verso il territorio dell’Alleanza. [3]

In questo contesto, la NATO è chiamata ad affrontare una duplice sfida strategica: da un lato, contenere la crisi del Sahel e le sue ripercussioni sulla sicurezza euro-atlantica attraverso la lotta alle organizzazioni criminali; dall’altro, contrastare il progressivo consolidamento dell’influenza russa e cinese. Per perseguire tali obiettivi, la NATO ha il dovere di individuare modalità di reingaggio capaci di coniugare cooperazione con gli attori locali, sostegno alla sicurezza regionale e recupero della propria credibilità nella regione.

La crisi del Sahel e i limiti dell’approccio NATO

Da decenni, gruppi armati non statali destabilizzano la regione, sfruttandone le fragilità istituzionali. Il loro consolidamento è stato accelerato dal collasso dello Stato libico nel 2011, che ha facilitato la circolazione di armi e combattenti verso il Sahel. Approfittando di un deficit statale, questi gruppi si sono affermati presentandosi come attori alternativi per la garanzia di sicurezza e ordine nelle aree periferiche, attraverso azioni che riflettono una lettura radicale e selettiva del concetto di jihad, utilizzata per giustificare il ricorso alla violenza e al terrorismo. [4]

I due principali poli del terrore sono: da una parte alcuni gruppi legati ad al-Qaeda, come Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), dall’altra quelli legati allo Stato Islamico, come lo Stato Islamico nella Provincia del Sahel (ISSP) o lo Stato Islamico nella Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP). Tali gruppi hanno consolidato una presenza stabile in aree di confine, incentrando le loro operazioni soprattutto nella regione di Liptako-Gourma (al confine tra Mali, Burkina Faso e Niger) e nel bacino del Lago Ciad, divenuti epicentri della violenza e della crisi umanitaria nel Sahel. [5] Da qui, le loro attività si stanno progressivamente espandendo verso ovest, coinvolgendo gli stati costieri del Golfo di Guinea e proiettandosi direttamente verso il territorio dell’Alleanza, con un riflesso diretto sui flussi migratori e sulla crisi umanitaria. [6] [7] I dati confermano la crescente rilevanza del fenomeno, in quanto il Sahel si configura sempre più come corridoio di transito strategico:per esempio è stato registrato un maggiore flusso lungo la rotta dell’Africa occidentale verso le Isole Canarie, alimentata in particolare da correnti provenienti dal Mali, dal Senegal e dalla Guinea, mentre la Mauritania è divenuta il principale punto di partenza. Anche lungo la rotta del Mediterraneo centrale, dominata da nazionalità extra-saheliane, le dinamiche di insicurezza del Sahel generano spostamenti interni e transnazionali. [8] Su scala regionale, il fenomeno è ancora più marcato: l’instabilità ha già prodotto oltre 5 milioni di sfollati, una cifra che testimonia la crescente incapacità degli Stati saheliani di garantire stabilità politica e continuità governativa. [9] Inoltre, questi flussi sono spesso gestiti da reti criminali che collegano gruppi estremisti e criminalità organizzata, dedite altrettanto al traffico di armi e di droga. [10] Si crea così un nesso pericoloso tra migrazione, economia criminale e finanziamento di attori non statali, poiché queste reti talvolta forniscono servizi di protezione ai trafficanti e traggono ingenti profitti dal controllo delle principali arterie economiche e delle zone di confine dove le istituzioni sono assenti. È stato stimato che la dimensione del fenomeno di questa rete valga circa 1,5 miliardi di dollari all’anno (dato aggiornato al 2023). [11]

Questa pressione migratoria si riflette direttamente sui confini esterni europei, sollevando per la NATO sfide che vanno dalla gestione della sicurezza regionale alla coesione dell’Alleanza. Il fenomeno, infatti, è sempre più percepito come questione di sicurezza piuttosto che come emergenza umanitaria, alimentando movimenti populisti e pressioni sui governi per politiche migratorie più restrittive, una fragilità che ogni Paese membro affronta in maniera differente, impattando sulle priorità strategiche dell’Alleanza. [12] Il quadro entro cui la NATO ha provato ad affrontare queste problematiche esisteva già prima del 2011. Infatti, dal 2010 la NATO ha orientato il proprio approccio agli Stati dell’Africa costiera e al Sahel attorno a due assi, la cooperazione in materia di sicurezza e la gestione delle crisi, promuovendo programmi di rafforzamento delle capacità di difesa (DCB), attività di formazione per ufficiali e lo sviluppo di relazioni tra stati maggiori, principalmente nel quadro del Dialogo Mediterraneo (MD). Il collasso libico ha messo a nudo i limiti di questo impianto, perché il coinvolgimento della NATO è infatti rimasto circoscritto ad alcuni partner nordafricani, lasciando fuori attori chiave del Sahel come Mali e Niger, e limitando, di conseguenza, la capacità dell’Alleanza di incidere sulla stabilità dell’area proprio nel momento in cui la crisi libica ne riversava gli effetti più a sud. [13]

Competizione e ridefinizione degli equilibri nel Sahel

Oltre agli attori non statali, la crisi della Libia e il ritiro delle forze occidentali hanno aperto lo spazio anche all’ingresso di potenze rivali della NATO, le quali si sono progressivamente inserite nell’area con l’obiettivo strategico di sostituirsi ad essa.

La Russia rappresenta il primo caso rilevante in questo contesto, poiché, sfruttando la debolezza delle istituzioni, si è proposta ai paesi saheliani come un’alternativa di sicurezza attraverso l’impiego di compagnie militari private, tra cui la principale è l’Africa Corps (ex Wagner). Le origini della presenza del gruppo nella regione risalgono al 2018, nella Repubblica Centrafricana, dove Mosca ha ottenuto dall’ONU un’esenzione dall’embargo per il dispiegamento di personale militare con finalità di peacekeeping. Nel tempo, tuttavia, il gruppo ha progressivamente ampliato il proprio ruolo, estendendo la propria influenza allo sfruttamento delle risorse naturali e ai settori della sicurezza statale, contribuendo alla costruzione di una rete di controllo politico-economico. Un momento di svolta nella sua legittimazione regionale è stato rappresentato dalla risposta all’offensiva ribelle del 2021, che ha rafforzato l’immagine del gruppo come modello esportabile di “sicurezza in cambio di risorse” rivolto alle giunte militari del Sahel. Tuttavia, tale modello ha mostrato criticità significative. In Mali, dove il gruppo è stato dispiegato nel 2021 come alternativa alle forze occidentali, i risultati sono stati controversi: si è registrato un aumento dei livelli di violenza, numerose violazioni contro la popolazione civile e un deterioramento generale della situazione securitaria. Anche la riconquista di Kidal nel novembre 2023, pur presentata come un successo strategico, è stata accompagnata da limitati effetti di stabilizzazione sul terreno. [14] Infatti, meno di un anno dopo, i gruppi jihadisti hanno attaccato la capitale Bamako facendo dubitare della sicurezza offerta da Mosca. [15] La situazione è precipitata dopo l’attentato subito da un’alleanza tra Tuareg e al-Qaeda che ha inflitto al gruppo la più grande sconfitta al di fuori dell’Ucraina. La strategia di Mosca di presentarsi come alternativa alle forze occidentali sta incontrando molteplici difficoltà, e lo testimonia nuovamente un recente attacco alla capitale maliana. [16]

Differentemente, si inserisce la Cina che persegue una strategia di lungo periodo basata sull’integrazione economica e tecnologica che punta alla creazione di relazioni dipendenti. Per esempio, attraverso la Belt and Road Initiative (BRI), Pechino finanzia e costruisce infrastrutture critiche (porti, ferrovie, miniere) in quasi tutti i paesi del Sahel e domina l’ecosistema digitale della regione promuovendo narrazioni favorevoli attraverso i media locali, minando lo spazio di manovra degli Alleati. [17] Analogamente alla Russia, anche la strategia di Pechino sta incontrando forti pressioni dai gruppi armati estremisti che hanno fatto diventare le infrastrutture cinesi i loro obiettivi strategici in quanto accusati di essere i nuovi “stranieri” che guadagnano profitti da contratti “sanguinosi”. La reazione di Pechino rimane cauta anche a discapito dei suoi cittadini in quanto la tattica rimane l’espansione dell’influenza attraverso l’economia, anche se sta inviando un numero maggiore di consiglieri militari sotto l’egida della General Security Initiative, un’iniziativa in collaborazione con l’Alleanza degli Stati del Sahel, compresi Mali e Niger, in cui fornisce armi cinesi, tra cui veicoli, droni e apparecchiature di comunicazione. [18]

Nel complesso, tali dinamiche rafforzano il carattere del Sahel come spazio di competizione strategica, con implicazioni dirette per la capacità della NATO di mantenere influenza e stabilità nel fianco meridionale.

Approccio a 360 gradi

La NATO si confronta oggi con una duplice dinamica, in cui da un lato restano aperte le fragilità legate al radicamento jihadista e alla crisi migratoria che ne deriva; dall’altro, e in maniera ancora più urgente, si è consolidata la presenza di potenze rivali come Russia e Cina, che mostrano crescenti difficoltà nel consolidare la propria influenza regionale, un’apertura che rappresenta per l’Alleanza tanto una sfida quanto un’opportunità. Quindi, l’obiettivo strategico della NATO è quello di rafforzare la presenza nel Sahel, anche se la sfida è ardua, per via di una profonda crisi di legittimità, segnata dalla guerra in Libia, dal fallimento del modello francese e dall’appoggio dei governi occidentali ad amministrazioni percepite come stabili ma prive di sostegno popolare. [19] Questi fattori hanno contribuito a diffondere tra le popolazioni locali la percezione dell’impegno militare occidentale come una forma di neocolonialismo, come evidenziato anche dalla recente rottura diplomatica tra Francia e Burkina Faso.[20] [21]  Tuttavia, come avverte il Middle East Institute, la NATO può ricostruirsi una reputazione attraverso la collaborazione con i partner locali con un approccio su misura, capace di tenere conto delle diverse realtà di questa macroregione così variegata. [22] In questo senso, serve consolidare una presenza più credibile e cooperativa, che costituisce una condizione necessaria per il riposizionamento dell’Alleanza nel Sahel. La dimensione narrativa della strategia deve essere accompagnata da strumenti operativi di implementazione sul terreno. In tale prospettiva è possibile considerare tre livelli complementari di intervento tattico: relazionale, operativo e cognitivo.

Dal punto di vista relazionale, una possibile via passa dal coinvolgimento della Turchia, membro dell’Alleanza, che gode di rapporti privilegiati con gli stati del Sahel. Ankara offre cooperazione in materia di difesa (es. principale produttore di droni per l’Africa) e sostegno economico senza imporre le condizioni di governance o diritti umani richieste dai paesi occidentali. Mediante l’appoggio della Turchia, la NATO si potrebbe inserire con l’ausilio di partnership istituzionali come supporto in termini di difesa, economici e politico-militari. Inoltre, grazie alla rete di ambasciate turche, l’Alleanza potrebbe avere accesso a una buona quantità di informazioni se si attivasse una rete dedicata alla condivisione dell’intelligence locale, che rappresenta un elemento fondamentale per la gestione della crisi. La Turchia potrebbe così rappresentare per la NATO il mezzo tattico per tornare presente sul territorio in maniera credibile, per poi consolidare la propria influenza a discapito di quella russa e cinese. [23]

In secondo luogo, come già menzionato, riguardo al contrasto del terrorismo e alla crisi migratoria, la NATO si era già inserita attraverso il DCB e il Dialogo Mediterraneo, un impianto che si è però rivelato insufficiente. Ad oggi, il nuovo punto di partenza operativo è rappresentato dalla Mauritania. Il paese è l’unico partner strategico della NATO, membro del Dialogo Mediterraneo dal 1995 e che ha ottenuto lo status di partner non-NATO al vertice di Madrid nel 2022, ricevendo il pacchetto “Defence Security Capacity Building” che le ha permesso di modernizzare e rafforzare il proprio esercito e include: programmi di addestramento, intelligence, sicurezza marittima, gestione delle scorte di armi (distruzione di armi leggere per evitare che finiscano in mano a gruppi estremisti), istruzione militare e transizione di carriera. [24] La NATO ha la possibilità di puntare sul rafforzamento di questi programmi già attivi che, per quanto tatticamente eccellenti, hanno finora avuto un impatto limitato a livello societario a causa della loro scarsa visibilità. Del resto, si tratta di una tattica necessaria, poiché l’espansione delle attività delle organizzazioni criminali e della migrazione lungo le rotte del Sahel sta mettendo sotto pressione la gestione dei confini mauritani, rendendo urgente e strategicamente opportuna una cooperazione rafforzata con l’Alleanza.

Infine, sul piano cognitivo, un elemento centrale riguarda il contrasto alla disinformazione attribuita a Pechino e Mosca, che incide in modo significativo sulla percezione dell’Alleanza e che la NATO dovrebbe considerare già nelle fasi preliminari del proprio coinvolgimento. Su questo fronte, sono state proposte alcune linee d’azione concrete, come: coordinare NATO ed Unione Europea per evitare azioni unilaterali, rafforzare i leader locali e le organizzazioni della società civile, comprese le reti di fact-checking indipendenti come Africa Check; investire nella formazione e nella digital literacy di giornalisti ed élite africane per contrastare i programmi di addestramento russi e cinesi; ricostruire la credibilità occidentale ammettendo gli errori passati, e rivedendo le condizionalità degli aiuti.[25] Anche in questo caso si tratta di un elemento tattico, volto a garantire alla NATO una base di credibilità e consenso su cui costruire il proprio riposizionamento nella regione.

Questi tre livelli di intervento delineano un insieme di opzioni necessarie che la NATO potrebbe adottare per rafforzare il proprio impegno sul fianco meridionale. In particolare, il ricorso alla Turchia quale interlocutore privilegiato per ricostruire una presenza credibile nella regione, il consolidamento della cooperazione con la Mauritania attraverso il rafforzamento degli strumenti già esistenti con lo scopo di limitare azioni terroristiche e migliorare la gestione dei fenomeni migratori, nonché il contrasto alla disinformazione mediante una narrativa fondata sulla fiducia, rappresentano condizioni fondamentali per il riposizionamento dell’Alleanza nella regione.

Solo attraverso un approccio integrato di questo tipo la NATO può contribuire a prevenire un ulteriore deterioramento della stabilità ai confini meridionali dell’Europa e riaffermare una postura di difesa collettiva effettivamente a 360 gradi.


[1] NATO. (2022, July 18). Strategic concepts. NATO. https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and resources/strategic-concepts.

[2] Center For Preventive Action (Ed.). (n.d.). Violent extremism in the Sahel | Global Conflict Tracker. Council on Foreign Relations. https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/violent-extremism-sahel

[3] BESENYŐ, J. (2025, December). NATO’s regional challenges terrorism and counter-terrorism in sahel. Centre of Excellence Defence Aganst Terrorsm. http://www.coedat.nato.int/publication/researches/23-NATOs_Regional_Challenges_TerrorismandCT_in_SAHEL.pdf

[4] Sambe, B. (2026, June 17). From Mali to Nigeria : The new crisis arc and upcoming fragmentation in the Sahel (by dr. Bakary Sambe). Timbuktu Institute. https://timbuktu-institute.org/index.php/toutes-l-actualites/item/1606-from-mali-to-nigeria-the-new-crisis-arc-and-upcoming-fragmentation-in-the-sahel

[5] Center For Preventive Action (Ed.). (n.d.). Violent extremism in the Sahel | Global Conflict Tracker. Council on Foreign Relations. https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/violent-extremism-sahel

[6] Sany, J., & Togun, K. (2024, January 30). How to counter Africa’s coup problem. Foreign Affairs. https://www.foreignaffairs.com/africa/how-counter-africas-coup-problem (Pp. 3)

[7] BESENYŐ, J. (2025, December). NATO’s regional challenges terrorism and counter-terrorism in sahel. Centre of Excellence Defence Aganst Terrorsm. http://www.coedat.nato.int/publication/researches/23-NATOs_Regional_Challenges_TerrorismandCT_in_SAHEL.pdf (Pp. 131)

[8] Frontex. (2025). Risk Analysis for 2025/2026, European Border and Coast Guard

Agency, Warsaw.

[9] UNHCR. (2026). Sahel Crisis. Operational Data Portal. Retrieved June 25, 2026, https://data.unhcr.org/en/situations/sahelcrisis

[10] Ibid (Pp. 8)

[11] BESENYŐ, J. (2025, December). NATO’s regional challenges terrorism and counter-terrorism in sahel. Centre of Excellence Defence Aganst Terrorsm. http://www.coedat.nato.int/publication/researches/23-NATOs_Regional_Challenges_TerrorismandCT_in_SAHEL.pdf (Pp. 394-430)

[12] Çoncar, A. B. (2020, December). DEVELOPMENT AND SECURITY CHALLENGES IN THE SAHEL REGION. MEDITERRANEAN AND MIDDLE EAST SPECIAL GROUP (GSM). https://www.nato-pa.int/download-file?filename=/sites/default/files/2021-02/042.pdf (Pp. 1)

[13] Colombo, S., & Fakir, I. (2024, July 5). NATO, North Africa, and the Sahel: Squaring the triangle of insecurity – middle east institute. Middle East Institute. https://mei.edu/publication/nato-north-africa-and-sahel-squaring-triangle-insecurity/

[14] Faulkner, C. M., & Parens, R. (2025, March 24). Russia in Africa: Private military proxies in the Sahel | Georgetown Journal of International Affairs | georgetown university. Georgetown Journal of International Affairs. https://gjia.georgetown.edu/global-governance/russia-in-africa-private-military-proxies-in-the-sahel/

[15] Chibelushi, W., & Njie, P. (2024, September 17). Mali attack: Al-Qaeda-linked JNIM says it was behind Morning assault. BBC News. https://www.bbc.com/news/articles/ce8d996x1r0o

[16] Lapham, J., Okafor, M., & Ibrahim, M. (2026, April 26). Armed groups launch coordinated attacks across Mali. BBC News. https://www.bbc.com/news/articles/clyx7nnrkqdo

[17] BESENYŐ, J. (2025, December). NATO’s regional challenges terrorism and counter-terrorism in sahel. Centre of Excellence Defence Aganst Terrorsm. http://www.coedat.nato.int/publication/researches/23-NATOs_Regional_Challenges_TerrorismandCT_in_SAHEL.pdf (Pp. 78)

[18] Bociaga, R. (2025, November 20). China’s Sahel Gamble falters as insurgencies rage. The Diplomat. https://thediplomat.com/2025/11/chinas-sahel-gamble-falters-as-insurgencies-rage/

[19] BESENYŐ, J. (2025, December). NATO’s regional challenges terrorism and counter-terrorism in sahel. Centre of Excellence Defence Aganst Terrorsm. http://www.coedat.nato.int/publication/researches/23-NATOs_Regional_Challenges_TerrorismandCT_in_SAHEL.pdf (Pp. 60)

[20] Durie, A. M. (2026, June 26). Burkina faso cuts diplomatic ties with former colonial ruler France | Politics News | Al Jazeera. AlJazeera. https://www.aljazeera.com/news/2026/6/26/burkina-faso-cuts-diplomatic-ties-with-former-colonial-ruler-france

[21] Smith, S. (2025, March 11). Macron’s mess in the sahel. Foreign Affaris. https://www.foreignaffairs.com/westafrica/macrons-mess-sahel

[22] Colombo, S., & Fakir, I. (2024, July 5). NATO, North Africa, and the Sahel: Squaring the triangle of insecurity – middle east institute. Middle East Institute. https://mei.edu/publication/nato-north-africa-and-sahel-squaring-triangle-insecurity/

[23] Ozen, A., & Nelson, H. (2025a, November 19). Why Ankara’s rising power in the Sahel could benefit the west – atlantic council. Atlantic Council. https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/issue-brief/why-ankaras-rising-power-in-the-sahel-could-benefit-the-west/

[24] BESENYŐ, J. (2025, December). NATO’s regional challenges terrorism and counter-terrorism in sahel. Centre of Excellence Defence Aganst Terrorsm. http://www.coedat.nato.int/publication/researches/23-NATOs_Regional_Challenges_TerrorismandCT_in_SAHEL.pdf

[25] NATO Allied Command Transformation, Open Perspectives Exchange Network (OPEN). (2024). Final report on OPEN study day: Russian, Chinese and other misinformation and disinformation efforts in the Sahel region (Vol. 9, No. 7). OPEN Publications. https://sahelresearch.africa.ufl.edu/wp-content/uploads/sites/170/Open-Study-2024_-Final-Report.pdf

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