IL “DILEMMA” ENERGETICO E SECURITARIO DI TOKYO. IL GIAPPONE DI FRONTE ALLA CRISI DI HORMUZ

«Se il mondo fosse un anello, Hormuz sarebbe il gioiello». Così affermava lo scrittore e storico portoghese del XVI secolo João de Barros, esprimendo metaforicamente la centralità del braccio di mare situato nel Golfo Persico – tra l’Iran e la Penisola Arabica – ai fini del controllo delle rotte marittime. 500 anni fa, così come oggi. L’attuale conflitto tra Iran e Stati Uniti (più l’alleato Israele) e il ruolo chiave che lo Stretto di Hormuz assume nel contesto delle difficili trattative tra le parti evidenziano l’importanza strategica del tratto marittimo e come la sua sicurezza e la circolazione attraverso di esso siano assolutamente fondamentali per l’economia globale. Si è visto come il suo controllo possa fungere da leva geopolitica[1], impattando poi gravemente sulle catene di approvvigionamento marittime e sui mercati. È un aspetto che riguarda non solo la dimensione commerciale e finanziaria, ma anche e soprattutto la dimensione energetica e securitaria. Perché, data la posizione geografica e la natura dei transiti per Hormuz, la crisi nel Golfo ha determinato uno shock energetico senza precedenti, e, contemporaneamente, data la ridefinizione posturale degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump e il suo diretto coinvolgimento, effetti anche sull’impostazione securitaria di altri attori, in particolare degli alleati di Washington. Il conflitto nel Golfo e la questione dello Stretto di Hormuz rappresentano pertanto un “dilemma” energetico e securitario, il quale sta attanagliando non solo i Paesi Europei, ma anche diversi Paesi Asiatici e, tra questi, il Giappone.

La vulnerabilità energetica di Tokyo

Il Giappone è un arcipelago situato nell’Oceano Pacifico – tra la Penisola Coreana e la Russia orientale – composto da diverse isole di origine vulcanica, di cui quattro sono le principali (Hokkaido, Honshu, Shikoku, Kyushu). Data la posizione geografica e la scarsa presenza di risorse naturali nel suo sottosuolo – soprattutto idrocarburi – il Giappone dipende, per soddisfare in pieno il suo fabbisogno energetico, da importazioni estere (oltre l’85%). In particolare, per il petrolio Tokyo dipende fortemente dal Medio Oriente. Al 2025 le importazioni giapponesi di petrolio greggio dalla regione costituivano circa il 94% del totale, con un 43% proveniente da Emirati Arabi Uniti (EAU) e un 39% dall’Arabia Saudita[2]. Per quanto riguarda il gas naturale liquefatto (GNL) la situazione è leggermente meno allarmante. Nell’ultimo decennio il Giappone ha visto diminuire la sua dipendenza di gas dal Medio Oriente: sempre al 2025 le importazioni di Tokyo di GNL da Qatar, Oman e EAU rappresentano l’11% del totale, contro il 29% circa del 2013. Molto più rilevanti sono le importazioni di GNL dall’Australia (circa 40%) e dalla Malaysia (circa il 15%)[3].

Lo Stretto di Hormuz è il principale snodo internazionale per il traffico di idrocarburi e rappresenta una via obbligata di uscita dal Golfo Persico, poiché non vi sono rotte alternative. Gli oleodotti terrestri – come, ad esempio, quello che attraversa l’Arabia Saudita verso il Mar Rosso – hanno capacità insufficienti a sopperire un blocco totale dello Stretto di Hormuz. La sua chiusura de facto, diretta conseguenza del conflitto Stati Uniti-Iran, ha messo perciò in luce una contraddizione strutturale del Giappone[4]. Il Paese, per quanto tecnologicamente avanzato e competitivo a livello globale, ha una vulnerabilità energetica significativa. E questo nonostante Tokyo, nel piano energetico per il 2030, punti a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, aumentando la quota di energia da fonti rinnovabili al 36%-38% (mancano però solo 4 anni alla scadenza!)[5].

Inoltre, il Giappone possiede tra le riserve petrolifere più grandi dell’Asia, con 470 milioni di barili stoccati – per un totale di 254 giorni di consumo interno – suddivisi tra scorte nazionali (146 giorni), scorte del settore privato (101 giorni) e scorte comuni con gli Stati produttori di petrolio (7 giorni). Per quanto riguarda quest’ultime, dal 2010 è in vigore un accordo con la Saudi Aramco con il quale la compagnia petrolifera nazionale saudita ha ottenuto la fornitura gratuita di spazio di stoccaggio di circa 1,3 milioni di greggio (8,2 milioni di barili) a Okinawa, mentre Tokyo ha accesso preferenziale alle scorte in casi di emergenza[6]. Le scorte di GNL, invece, ammontano a 4 milioni di tonnellate – quanto il volume totale delle importazioni dipendenti dallo Stretto di Hormuz -; quindi dalle 3-4 settimane di consumo totale. Nonostante queste scorte, il Giappone sconta comunque una concorrenza molto forte dovuta alle limitate risorse di idrocarburi e i conseguenti aumenti di prezzo[7].

È pur vero che, la tregua tra Stati Uniti e Iran a seguito della firma del memorandum di intesa del 17-18 giugno 2026 e la parziale apertura dello Stretto hanno permesso alle petroliere e metaniere giapponesi di riprendere con una la navigazione nel tratto. Tra il 7 e il 9 luglio 6 superpetroliere giapponesi per trasporto di greggio hanno attraversato Hormuz. Però il numero di navi collegate a Tokyo presenti nell’area è decisamente diminuito da prima del conflitto (ad oggi, 4 navi sono ancora presenti, contro le 45 di fine febbraio). Inoltre, il persistere delle tensioni e la recente ripresa degli attacchi incrociati tra Washington e Tehran – che hanno portato alla ripresa del conflitto tout court – sollevano ancora di più il problema della sicurezza nello Stretto. L’Iran ha riaperto il fuoco su alcune navi mercantili e petroliere, soprattutto verso quelle che costeggiano il tratto omanita del choke point[8].

La crisi del Golfo sta anche dimostrando che gli shock energetici possono investire rapidamente sistemi industriali e settori più ampi. L’aumento dei prezzi del greggio e l’incertezza riguardo all’offerta hanno avuto un impatto negativo su trasporti, aviazione, chimica, produzione automobilistica e manifatturiera. I costi del trasporto marittimo sono aumentati enormemente da fine febbraio, così come sono stati aumentati i premi da parte delle compagnie assicurative e i canoni di noleggio da parte degli armatori. Numerose aziende giapponesi nei settori delle compagnie aeree, della produzione di vetro, di pneumatici, della chimica hanno subito e subiranno contraccolpi dall’aumento del prezzo dei carburanti. La salute dell’economia giapponese, in generale, è stata messa a dura prova, incalzata già dall’inflazione, dall’aumento dei prezzi e dalla debolezza dello yen[9]. Agli inizi della guerra Stati Uniti-Iran, i mercati finanziari hanno reagito con oscillazioni dello yen e cali nei mercati azionari, riflettendo l’ansia degli investitori per la volatilità dei prezzi dell’energia e per l’aumento del rischio di ampliamento del conflitto[10]. Questo fa sì che la vulnerabilità energetica emersa in questi mesi costituisca un vero e proprio “dilemma” per Tokyo.

La risposta al dilemma energetico

La risposta del governo giapponese alla vulnerabilità energetica conseguente alla crisi di Hormuz, nel breve termine, si è concentrata principalmente sulle riserve petrolifere strategiche, sul coordinamento delle raffinerie e su vie alternative di approvvigionamento del greggio. Il 9 marzo il Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI) ha incaricato dieci depositi nazionali di stoccaggio di prepararsi al rilascio di quote di riserva[11]. Tokyo ha quindi rilasciato riserve per attutire a breve termine possibili interruzioni, per evitare acquisti dettati dal panico e per dare priorità a settori critici, ma fondamentali, come sanità e trasporti. Tutto questo lo ha fatto coordinandosi con i partner internazionali, anche nell’ambito dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA)[12]. Ma non solo.

Il Giappone ha puntato anche sulla strada della diversificazione degli approvvigionamenti. Le raffinerie hanno cercato forniture da Stati Uniti, America Latina, Africa occidentale, dalla Russia (oleodotto Shakalin-II)[13]. In particolare, le forniture statunitensi, non dipendendo assolutamente dallo Stretto di Hormuz, offrono al Giappone un grande vantaggio in termini di diversificazione delle rotte. Nell’incontro del 19 marzo con il Presidente degli Stati Uniti Trump la premier giapponese Takaichi ha avanzato la proposta di un progetto congiunto per lo stoccaggio di petrolio greggio americano in Giappone. L’amministrazione americana, dal canto suo, ha insistito al che Washington e Tokyo rafforzino la cooperazione economica nel settore energetico, soprattutto attraverso investimenti in progetti energetici statunitensi, quali ad esempio Alaskan LG. Una mossa che Washington ritiene strategica dal punto di vista geopolitico, in chiave di contenimento della Russia e della Cina[14].

Nel medio-lungo termine, Tokyo potrebbe puntare anche sulle rinnovabili – con l’obiettivo di raggiungere il 50% del fabbisogno energetico nazionale – e soprattutto sull’energia atomica. La crisi del Golfo ha infatti ancor più rafforzato la necessità di riavviare le centrali nucleari, molte delle quali dismesse dopo il grave incidente di Fukushima del 2011. Il tema è controverso. Dopo la catastrofe del 2011 il Giappone ha chiuso tutti i 54 reattori presenti sul territorio nazionale, i quali rifornivano quasi il 30% del fabbisogno elettrico del paese[15]. L’esecutivo Takaichi, davanti ad un’eccessiva dipendenza dal fossile soggetta sempre più a scossoni geopolitici, ha mostrato di voler decisamente puntare verso la massimizzazione dell’uso di energia nucleare (7° Piano Energetico Strategico, aggiornato al 2025). A marzo 2026 il Giappone aveva a disposizione circa 15 reattori in funzione e altri potenzialmente operativi ma in fase di valutazione[16]; a metà aprile è stato riattivato anche il reattore nucleare di Kashiwazaki-Kariwa, gestito dall’azienda TEPCO, la stessa responsabile della centrale di Fukushima.

Anche l’opposizione è d’accordo sull’utilizzo dell’energia atomica. Il leader del Partito Democratico per il Popolo, Tamaki, ha affermato che Tokyo dovrebbe fare affidamento su tutte le centrali nucleari presenti sul suo territorio per compensare l’impatto della guerra nel Golfo sul costo dell’energia. L’opinione pubblica giapponese gradualmente sta diventando maggiormente favorevole, poiché l’energia nucleare è vista come una fonte potente, a zero emissioni di carbonio e fondamentale per essere meno dipendenti dall’estero. Le percentuali però di consenso sono ancora basse: in un sondaggio condotto dall’Università di Tecnologia di Nagaoka, solo il 37% degli intervistati era favorevole alla riattivazione delle centrali atomiche, contro un 23% contrario e un 40% indeciso[17].

Il dilemma securitario

La guerra nel Golfo e il problema Hormuz hanno fatto emergere non solo un dilemma energetico per il Giappone, ma anche un dilemma riguardo alla sicurezza nazionale. In questione c’è, oltre la necessità di garantire l’incolumità delle navi, raffinerie e aziende giapponesi, la stessa postura internazionale di Tokyo. Quest’ultima investe due aspetti: un possibile coinvolgimento del Giappone nella difesa collettiva della libertà di transito nello Stretto; l’assunzione di un ruolo maggiormente attivo come partner operativo statunitense e moltiplicatore di forza nell’area dell’Indo-Pacifico. Ovviamente i due aspetti non sono separati, ma si intrecciano e influenzano a vicenda.

Nell’ultimo decennio il Giappone ha avviato una politica di rafforzamento del settore della difesa; con l’esecutivo Takaichi questa politica sta subendo una decisa accelerazione, dettata anche dagli eventi internazionali. Sin dall’inizio del suo insediamento, l’attuale governo nipponico ha previsto una revisione anticipata dei tre documenti chiave della sicurezza nazionale – National Security Strategy, National Defense Strategy e Defense Buildup Program -, adottati alla fine del 2022[18]. Tokyo ha anche compiuto progressi verso l’obiettivo prefissatosi di portare la spesa per la difesa al 2% del PIL entro il 2027. Quest’anno la spesa, secondo le dichiarazioni del Ministro della Difesa Koizumi, è già vicino a tale soglia, con l’1,9% del prodotto interno lordo. La quota generale prevista per il rafforzamento della difesa nel quinquennio 2023-2027 è di circa 43 trilioni di yen[19].

A queste misure se ne sono accompagnate altre: la decisione di rivedere le norme sull’esportazione di materiale militare, per allentarne le maglie e ampliare così le vendite all’estero, favorendo le aziende nazionali nel settore della difesa; la costituzione di un Consiglio Nazionale di Intelligence – il Giappone non ne possiede uno paragonabile agli omonimi occidentali -, coordinato dalla Premier, con la funzione di consolidare le informazioni che vengono raccolte da diverse agenzie[20].

In tema di modernizzazione militare il Giappone ha investito e sta investendo in diversi ambiti: ad esempio, nella costruzione di due navi equipaggiate con il sistema Aegis per l’intercettazione di missili balistici, nello sviluppo di due nuove fregate dotate di missili a lungo raggio e capacità di guerra antisommergibile, nell’ammodernamento della portaelicotteri classe Izumo adatta all’imbarco di caccia F-35B, nella produzione di droni (MQ-9B Sea Guardian e UAV). Inoltre, ha avviato un progetto trilaterale con Regno Unito e Italia per sviluppare arei da combattimento di nuova generazione (operativi entro il 2035)[21].

Nonostante i passi avanti compiuti però, la crisi nel Golfo sta mettendo il Giappone di fronte ad uno sforzo consistente e arduo, spingendo ad accelerare sulle spese militari e nel ridisegnare il proprio ruolo internazionale. Il conflitto Stati Uniti-Iran ha sollevato diversi interrogativi sul possibile grado di coinvolgimento del Giappone. A marzo (il 14) il Presidente Trump ha chiesto a Tokyo – così come agli altri alleati – di intervenire in aiuto per scortare le petroliere attraverso Hormuz (proposta poi ritrattata). Il 16 (due giorni dopo) il Segretario alla Difesa statunitense Hegseth ha chiesto al Giappone di partecipare ad una “task force” marittima per la salvaguardia delle acque territoriali. Non sarebbe certo una novità se le Forze di Autodifesa nipponiche fornissero assistenza logistica in Medio Oriente o partecipassero ad azioni di sminamento dei fondali.

Il problema è che il conflitto è tutt’altro che risolto e la tensione nello Stretto di Hormuz è ancora molto alta, con l’Iran che continua a bombardare mercantili. Cosa succederebbe se fossero colpite navi delle Forze di Autodifesa? Quale risposta darebbe Tokyo? Un coinvolgimento diretto del Giappone – anche nel caso di tutela della libertà di navigazione nello Stretto -, così come richiesto dall’amministrazione Trump (e rimproverato categoricamente dal presidente americano agli alleati NATO), contrasterebbe con vincoli e tutele legali. Il ben noto articolo 9 della Costituzione nipponica – scritta dagli americani all’indomani della Seconda Guerra Mondiale – afferma che il Paese rinuncia alla guerra e all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Nel 2014 il governo Abe ha adottato una nuova lettura dell’articolo, secondo cui il Giappone, oltre all’autodifesa, poteva prendere parte a operazioni di peacekeeping internazionali, estendendo pertanto l’operatività militare nipponica anche all’autodifesa collettiva.

Un ruolo attivo di Tokyo nella tutela della sicurezza nel Golfo Persico è perciò possibile, ma nell’ambito di una azione coordinata dagli organismi internazionali (ONU). Cosa ad oggi molto difficile. Inoltre, da alcuni sondaggi condotti nel Paese, è emerso che il 75-82% dei giapponesi intervistati è fortemente contrario agli attacchi condotti da Israele e Stati Uniti contro l’Iran (in linea del resto con molti Paesi europei). Il governo nipponico non può non tener conto di questo dato[22]. Di fatto Tokyo, pur condannando lo sviluppo nucleare di Teheran e la chiusura dello Stretto di Hormuz come leva di ricatto, ha evitato un sostegno esplicito alle operazioni di Stati Uniti e Israele, preferendo mantenere una linea prudente.

Ma il conflitto in Medio Oriente è indice anche di come sta cambiando, in generale, l’ordine internazionale basato sulle regole e il Giappone – così come gli altri Stati dell’alleanza a guida statunitense – deve fare i conti con le conseguenze di questo mutamento. Mutamento che potrebbe influenzare gli scenari geopolitici nell’Indo-Pacifico, l’area di più diretto interesse di Tokyo per la sua sicurezza e difesa.

 Gli Stati Uniti, con il conflitto contro l’Iran, stanno concentrando il loro interesse il Medio Oriente. Una regione strategica, proprio per la ricca presenza di idrocarburi. La sicurezza e una pur generale forma di controllo indiretto dell’area – attraverso alleanze o, nel caso, il contenimento di attori rivali – è fondamentale per Washington, che conta anche su alleati come Israele, il quale, da parte sua, aspira ad un ruolo di potenza regionale e tende a giocare molto sulla comunanza di interessi tra Tel Aviv e Washington, soprattutto da quando Trump si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno perciò spostato risorse dall’Indo-Pacifico al Golfo: missili Patriot e intercettatori di sistema di difesa missilistica THAD (Terminal High Altitude Area Defense), dislocati precedentemente in Corea del Sud, la USS Tripoli e 2.200 marines americani precedentemente stanziati nella prefettura di Okinawa[23].

Questo non significa che l’amministrazione statunitense reputi l’interesse per l’Indo-Pacifico secondario o subalterno rispetto al Medio Oriente o al “cortile di casa” americano. Tant’ è che fino al 1° luglio sono state condotte delle esercitazioni militari, denominate Valiant Shield 26, nelle Isole Marianne, a Guam e nelle stesse acque giapponesi da parte di forze congiunte del Comando Pacifico degli Stati Uniti e di alleati e partner. Valiant Shield 26, dimostrerebbe, secondo le parole dell’ammiraglio Steve Koehler, comandante della Flotta statunitense del Pacifico, “il nostro impegno costante per un Indo-Pacifico libero e aperto”[24].

Il Giappone negli ultimi anni – anche grazie alle maggiori spese e investimenti – sta consolidando il suo hard power, puntando sulla deterrenza come una vera e propria architettura operativa, sviluppando e coordinando tecniche e capacità militari nei cinque domini dello spazio (terra, acqua, aria, spazio e digitale). Inoltre, pur ribadendo il valore fondamentale dell’alleanza con gli Stati Uniti, Tokyo sta costruendo una “autonomia relativa”, cioè una maggiore capacità di iniziativa che apra spazi di azione all’interno dell’alleanza con Washington[25]. Per questo motivo ha deciso di puntare sul multilateralismo e minilateralismo, intensificando la partnership strategica con altri Stati della regione indo-pacifica (Australia, India, Nuova Zelanda) e con la NATO. Specialmente con quest’ultima Tokyo ha consolidato i legami, prendendo parte a diversi vertici negli ultimi anni e adottando un programma di partenariato. La cooperazione Giappone-NATO si estende alla cybersicurezza e alle esercitazioni congiunte, con Tokyo che ha anche aderito al Centro di eccellenza per la difesa cybernetica dell’Alleanza Atlantica in Estonia[26].

Nonostante ciò, è pur vero che se il conflitto nel Golfo e la tensione su Hormuz persisteranno a lungo il Giappone dovrà in qualche modo accelerare sulla sua postura militare e securitaria nell’Indo-Pacifico, con preoccupazioni evidenti sulla sicurezza legata alle mosse di Cina, Russia e Corea del Nord[27]. Soprattutto se la Cina, ad, esempio cogliesse l’impasse statunitense in Medio Oriente come una finestra per poter testare i limiti di risposta del Giappone attorno alle isole Senkaku/Diaoyu (appartenenti a Tokyo, ma spesso lambite da navi militari cinesi) o intensificare le pressioni su Taiwan.

Conclusioni

Il conflitto nel Golfo – che sembra negli ultimi giorni riprendere di intensità – e il problema Hormuz[28] hanno avuto un impatto diretto sulla sicurezza energetica e sull’economia del Giappone (ma anche di altri Stati asiatici e non solo), facendo emergere una vulnerabilità energetica che costituisce, all’ombra di un conflitto che persiste e di scosse geopolitiche sempre più frequenti, un dilemma per Tokyo, e che investe anche l’aspetto securitario. Nell’immediato il Giappone sta puntando a diversificare le forniture di fossili. Ma, alla lunga, questo potrebbe dare un vantaggio a chi lo rifornisce: gli Stati Uniti, ad esempio, vedrebbero aumentare la dipendenza giapponese dal proprio greggio, con introiti miliardari e conseguenti costi eccessivi per Tokyo, oltre all’aumento di capitali nipponici in impianti energetici americani; la Russia, con il conflitto in Medio Oriente, ha visto revocare temporaneamente dagli Stati Uniti le sanzioni sul proprio petrolio e lo stesso Giappone, pur avendo diminuito le proprie importazioni di gas e greggio russo a seguito dell’invasione dell’Ucraina, ha recentemente ribadito l’importanza per la propria sicurezza energetica del GNL russo (attualmente circa un decimo del mix di importazioni nipponiche di gas), ottenendo il rinnovo delle deroghe alla sua importazione da parte del Dipartimento del Tesoro statunitense. Questo ovviamente potrebbe aumentare il peso e l’influenza geopolitica della Russia che, non bisogna dimenticarlo, è presente nell’isola di Shakalin – dove passano anche oleodotti e gasdotti –, ad un braccio di mare dall’isola di Hokkaido, e che ha un contenzioso con Tokyo riguardo alle Isole Curili[29].

Per questo è importante che il Giappone punti sul nucleare e sulla produzione di energia da fonti rinnovabili. L’aspetto securitario vede poi Tokyo in qualche modo obbligato a ripensare il proprio peso e il proprio ruolo internazionale: comunque riaffermando la solidità dell’alleanza con Washington, si rende non di meno necessario assumere una posizione più autorevole e attiva nella difesa del diritto internazionale e della sicurezza di un Indo-Pacifico libero e aperto. Per ora, pur con qualche passo compiuto in tal senso, Tokyo rimane prudente, anche perché i limiti costituzionali e il rispetto della cornice del diritto impongono un quadro entro cui poter operare; inoltre, in quanto democrazia, il Giappone deve fare i conti con l’opinione pubblica dei propri cittadini, contraria ad impegni militari all’estero, pur se di supporto all’alleato americano. I prossimi mesi e i prossimi anni – anche per quanto riguarda la Presidenza Trump e chi verrà dopo – saranno decisivi per capire come Tokyo riuscirà (e se riuscirà) a rispondere al dilemma energetico e securitario.


[1] L’Iran ha mostrato molto bene come il controllo militare di uno stretto di mare strategico per le catene globali e i flussi intercontinentali – come per l’appunto Hormuz – e la possibilità di aprirlo e chiuderlo a proprio piacimento possa diventare fonte di ricatto sull’avversario, decidendo anche degli sviluppi e degli esiti di una guerra asimmetrica.

[2] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?; Center for Strategic & International Studies (CSIS); 2026; https://www.csis.org/analysis/what-are-implications-iran-conflict-japan

[3] Gallotti G.; Il Giappone e la crisi nel Golfo: le implicazioni per il nucleare e la sicurezza energetica; Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI); 2026; https://iari.site/2026/05/02/il-giappone-e-la-crisi-nel-golfo-le-implicazioni-per-il-nucleare-e-la-sicurezza-energetica/

[4] Fumagalli M.; Gli effetti della crisi di Hormuz del 2026 su Corea del Sud e Giappone: vulnerabilità, impatto e misure di mitigazione; Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI); 2026; https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gli-effetti-della-crisi-di-hormuz-del-2026-su-corea-del-sud-e-giappone-vulnerabilita-impatto-e-misure-di-mitigazione

[5] A.A.V.V.; Atlante Geopolitico; Enciclopedia Italiana Treccani; 2025; p. 251

[6] Golubkova K.; Japan’s Middle East energy dependency – and how it mitigates shocks; Reuters; 2026; https://www.reuters.com/sustainability/boards-policy-regulation/japans-middle-east-energy-dependency-how-it-mitigates-shocks-2026-03-04/

[7] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?

[8] Reuters (ed.); Traffic slows through Strait of Hormuz as Iran tensions flare; Reuters; 2026; https://www.reuters.com/business/energy/more-lng-japan-linked-vessels-transit-hormuz-despite-renewed-mideast-tensions-2026-07-10/

[9] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?

[10] Rossi E.; Come l’Indo-Pacifico guarda alla crisi in Medio Oriente; Med-Or Italian Foundation (Med-Or); 2026; https://www.med-or.org/news/come-lindo-pacifico-guarda-alla-crisi-in-medio-oriente

[11] Tsuruta J.; Japan’s Response to the De Facto Blockade of the Strait of Hormuz. The key question: Is it a ‘survival-threating situation’?; The Diplomat; 2026; https://thediplomat.com/2026/03/japans-response-to-the-de-facto-blockade-of-the-strait-of-hormuz/

[12] Situazione simile accadde all’inizio del 2022 con lo scoppio della guerra in Ucraina, quando il Giappone rilasciò parte delle sue riserve, sempre in coordinamento con la IEA e altri partner internazionali; Gallotti G.; Il Giappone e la crisi nel Golfo

[13] Fumagalli M.; Gli effetti della crisi di Hormuz del 2026 su Corea del Sud e Giappone; anche se la strada della diversificazione delle forniture si è rivelata molto costosa e tecnicamente complessa, in quanto le raffinerie giapponesi risultano ottimizzate per il greggio proveniente dal Golfo Persico

[14] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?

[15] Gallotti G.; Il Giappone e la crisi nel Golfo

[16] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?

[17] Gallotti G.; Il Giappone e la crisi nel Golfo

[18] Adnkronos English (ed.); Funding Key to Japan PM Takaichi’s Bid for Defense Expansion; 2025; https://english.adnkronos.com/2025/10/22/funding-key-to-japan-pm-takaichis-bid-for-defense-expansion/

[19] Johnson J.; Japan’s defense spending to reach 1.9% of GDP this fiscal year; The Japan Times; 2026; https://www.japantimes.co.jp/news/2026/04/18/japan/japan-defense-spending-gdp/

[20] Kelly T. -Geddie J.; Japan PM Takaichi warns of China ‘coercion’, vows security overhaul; Reuters; 2026; https://www.reuters.com/world/china/japan-pm-takaichi-warns-china-coercion-vows-security-overhaul-2026-02-20/

[21] A.A.V.V.; Atlante Geopolitico; pp. 251-252

[22] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?

[23] Ibidem

[24] Commander, U.S. Pacific Fleet; Allies Come Together in the Indo-Pacific for Exercise Valiant Shield 26; U.S. Department of War; https://www.war.gov/News/News-Stories/Article/Article/4522795/allies-come-together-in-the-indo-pacific-for-exercise-valiant-shield-26/

[25] MedOr; Giappone: una potenza di connessione tra Indo-Pacifico ed Europa; «Osservatorio Indo-Pacifico»; v. 1-nr 1 (2026); pp. 6-10

[26] A.A.V.V.; Atlante Geopolitico; p. 252

[27] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?

[28] È notizia di questi giorni che, per Teheran, lo Stretto di Hormuz (e non il nucleare) è il vero nodo da sciogliere con Washington. Questo dimostrerebbe ancora di più quanto sostenuto all’inizio, come l’Iran utilizzi l’“arma” di Hormuz come leva geopolitica. E, di contro, come Washington abbia compiuto un errore strategico, non considerando la mossa di Teheran

[29] Govella K. – Nakano J.; What Are the Implications of the Iran Conflict for Japan?

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