Sono passati 57 anni da quando l’uomo è sbarcato sulla Luna. La missione Apollo 11 del 1969 fu un

momento con forte significato emblematico dell’avanzamento tecnologico e al tempo stesso, un momento con grande rilevanza geopolitica. Nel pieno della Guerra Fredda, l’allunaggio ha permesso agli Stati Uniti d’America di dimostrare la loro supremazia tecnologica in un settore nel quale L’Unione Sovietica aveva conquistato importanti primati.

L’esplorazione spaziale non era più vista come “sogno collettivo” della specie umana e come traguardo prestigioso, ma come realtà concreta nella futura storia geopolitica dell’uomo.

La prospettiva, ormai concreta, di una presenza umana oltre l’orbita terrestre rese evidente la necessità di definire un quadro di governance internazionale dello spazio e dei corpi celesti.

Già nel 1967 fu stipulato l’Outer Space Treaty (Trattato sullo spazio extra-atmosferico), che ancora oggi rappresenta la base del diritto internazionale dello spazio.

Il trattato delinea un quadro normativo fondato sui principi di cooperazione, responsabilità e uso pacifico dello spazio. L’articolo 1 sancisce la libertà di esplorazione e utilizzo dello spazio da parte di tutti gli Stati, mentre l’articolo 2 vieta ogni appropriazione nazionale mediante rivendicazioni di sovranità, uso, occupazione o altri mezzi.

L’articolo 4 disciplina la dimensione militare delle attività spaziali. Esso proibisce la collocazione in orbita e nello spazio di armi nucleari o di altre armi di distruzione di massa e, sui corpi celesti, la costruzione di basi, installazioni e fortificazioni militari, i test di armi e le manovre militari. L’impiego di personale rimane ammissibile per la ricerca scientifica e per altri scopi pacifici.

L’Outer Space Treaty ha raccolto un’adesione quasi universale tra le principali potenze spaziali e conta 116 Stati parti.

Nonostante la sua importanza, il trattato offre una risposta parziale alle esigenze di governance dello spazio. Nello specifico la disciplina dell’articolo 4 circoscrive il divieto ad alcune forme specifiche di impiego militare, lasciando aperti significativi margini di interpretazione (Quinn, 2008).

Inoltre, il patto vieta l’appropriazione dei corpi celesti da parte degli Stati, ma lascia irrisolta una questione decisiva per la corsa allo spazio: l’utilizzo e lo sfruttamento delle risorse su pianeti e satelliti (Melissa de Zwart, 2023). Questa lacuna è particolarmente grave perché l’assenza di regole comuni e vincolanti può trasformare la competizione per siti strategici e risorse limitate in una fonte di conflitto, favorendo il consolidamento di vantaggi da parte degli attori capaci di insediarsi per primi e aumentando il rischio di interferenze tra missioni concorrenti.


Nel 1979 fu adottato il Moon Agreement (Accordo sulla Luna), con l’obiettivo di definire i principi giuridici applicabili alle attività degli Stati e delle organizzazioni internazionali nell’esplorazione dei corpi celesti e nell’eventuale sfruttamento delle loro risorse.

L’articolo 3.4 dell’accordo ammette l’impiego di personale militare per finalità scientifiche e per altri scopi pacifici. L’articolo 11.7 prevede invece la futura istituzione di un regime internazionale, da attivare qualora lo sfruttamento delle risorse divenga concretamente praticabile. Tale regime dovrebbe favorire l’utilizzo ordinato e sicuro delle risorse, consentendone la gestione razionale ed un’equa distribuzione dei benefici.

L’accordo conserva tuttavia un peso molto limitato sul piano internazionale. Al 19 settembre 2026 risultavano 17 Stati parti e 11 Stati firmatari, mentre le principali potenze spaziali rimanevano al di fuori del trattato. La limitata adesione delle maggiori potenze spaziali è stata ricondotta soprattutto alle disposizioni dell’articolo 11: il principio del patrimonio comune dell’umanità e la prospettiva di un regime internazionale per lo sfruttamento delle risorse sono stati percepiti come potenziali limitazioni all’autonomia degli Stati e allo sviluppo di attività estrattive commerciali sulla Luna.

Altri accordi furono conclusi con obiettivi più circoscritti e marginali, senza colmare le lacune normative sopra evidenziate.

Il Rescue Agreement fu adottato nel 1967, aperto alla firma nel 1968 ed entrò in vigore nello stesso anno. Esso disciplina l’assistenza agli astronauti in caso di incidente, pericolo o atterraggio di emergenza e la restituzione degli oggetti spaziali.
La Registration Convention fu invece adottata nel 1974, aperta alla firma nel 1975 ed entrò in vigore nel 1976. Questa convenzione istituisce un sistema di registrazione degli oggetti lanciati nello spazio. Le informazioni da comunicare alle Nazioni Unite comprendono lo Stato di lancio, la designazione o il numero di registrazione dell’oggetto, la data e il territorio o luogo di lancio, i parametri orbitali fondamentali e la funzione generale dell’oggetto.

Queste evidenti lacune nel framework legislativo internazionale permettono agli Stati più attrezzati nella corsa allo spazio di crearsi vantaggi competitivi rispetto alla comunità internazionale.
Gli Stati Uniti, attraverso il programma Artemis e gli Artemis Accords, mirano a stabilire una presenza stabile e permanente sulla Luna.
La Cina, attraverso le missioni Chang’e e il progetto International Lunar Research Station (ILRS), sta sviluppando un programma parallelo a quello statunitense.

La Russia partecipa al progetto ILRS insieme alla Cina, contribuendo alla formazione di un polo di cooperazione alternativo al programma Artemis promosso dagli Stati Uniti.

L’Europa si colloca prevalentemente nell’area di cooperazione spaziale occidentale. L’Agenzia Spaziale Europea (European Space Agency – ESA) e i suoi Stati membri mantengono stretti rapporti con gli Stati Uniti e attualmente, tutti i 23 Paesi membri dell’ESA risultavano firmatari degli Artemis Accords.

Secondo l’interpretazione proposta dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), Artemis e ILRS rappresentano anche due framework politico-normativi paralleli. La loro evoluzione potrebbe favorire una progressiva frammentazione delle regole applicabili alle attività lunari, sovrapponendo alla competizione tecnologica una più ampia contrapposizione geopolitica.

La questione dunque rimane ancora aperta. L’Outer Space Treaty vieta la rivendicazione formale di sovranità sui corpi celesti, ma non definisce con sufficiente precisione il limite oltre il quale una missione

scientifica, una presenza prolungata o una base permanente possano assumere, nella pratica, un controllo sostanziale. In questi casi, uno Stato potrebbe anche non dichiarare mai il possesso di un territorio

extraterrestre, ma esercitare comunque un’influenza concreta su specifiche aree attraverso infrastrutture e capacità operative.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla crescente importanza degli attori privati. Nel 2006, l’amministrazione Bush, avviò il programma Commercial Orbital Transportation Services (COTS). Il progetto finanziò lo sviluppo, da parte di imprese private, di veicoli destinati al rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale. Tale iniziativa inaugurò un nuovo modello di collaborazione pubblico-privato, consentendo alle aziende di competere per l’assegnazione di contratti e appalti della NASA per lo sviluppo e la fornitura di servizi spaziali.
Aziende private come le statunitensi Blue Origin e SpaceX hanno progressivamente acquisito una rilevanza sempre maggiore. Ad esempio, SpaceX è responsabile della realizzazione di componenti fondamentali per le missioni spaziali, tra cui le capsule destinate al trasporto degli astronauti. Emblematico, in questo senso, è il caso dell’European Space Agency, che si affida interamente a tecnologie e infrastrutture sviluppate da operatori privati come SpaceX (Cozzi, 2026). Si può anche notare che la missione spaziale Artemis 3, programmata per il 2027, prevede un test di rover lunari interamente sviluppati da queste stesse aziende private, Starship HLS di SpaceX e Blue Moon di Blue Origin. L’obiettivo sarà infatti quello di testare, nell’orbita terrestre bassa, la capacità di rendez-vous e attracco dei due veicoli lunari commerciali, oltre a test aggiuntivi e alla verifica integrata dei sistemi di supporto vitale, comunicazione e propulsione (Musso, 2026).

Questa è la principale fragilità della governance spaziale al giorno d’oggi. I trattati esistenti, dunque, non rappresentano strumenti sufficienti per impedire che gli attori internazionali più forti ne interpretino le clausole a proprio vantaggio. La competizione spaziale rischia quindi di svilupparsi non attraverso annessioni formali, ma tramite il consolidamento progressivo di posizioni strategiche.

Un primo tentativo di affrontare queste criticità è rappresentato dall’Action Team on Lunar Activities Consultation (ATLAC), istituito nell’ambito del COPUOS e sostenuto nelle proprie attività dall’UNOOSA (United Nations – Office for Outer Space Affairs, 2026). Nel documento Proposals for the way-forward del 20 aprile 2026, si è preso in considerazione la possibilità di creare un meccanismo internazionale di consultazione sulle attività lunari, volto a migliorare lo scambio di informazioni e il coordinamento tra gli Stati. Pur non avendo ancora prodotto norme giuridicamente vincolanti, l’iniziativa segnala il tentativo di trasferire la governance lunare dal piano dei principi generali a quello della cooperazione operativa. La difficoltà della governance dei corpi celesti nasce proprio da questa distanza tra norma e realtà. Da un lato, il diritto internazionale spaziale continua a fondarsi su principi generali, spesso ambigui e privi di strumenti applicativi efficaci; dall’altro, la realtà futura sembra orientarsi verso una competizione sempre più concreta per siti strategici, infrastrutture e risorse extraterrestri. Iniziative come l’ATLAC dimostrano una crescente consapevolezza della necessità di regole condivise, ma la loroefficaciadipenderà dalla capacità degli Stati di trasformare la consultazione in forme concrete di coordinamento. Di fronte a Stati e attori privati pronti ad agire in modo possessivo e strategico, il quadro giuridico esistente appare non solo incompleto, ma ancora profondamente impreparato.


Cozzi, E. (2026, Luglio 16). Youtube – ISPI. Tratto da USA e Cina si sfidano: chi controllerà lo spazio? | TWTW: https://www.youtube.com/watch?v=OcRCUzP8sbA

Musso, M. (2026, Giugno 10). WIRED. Tratto da Cosa farà Luca Parmitano nella missione Artemis III, fondamentale per il nostro ritorno sulla Luna: https://www.wired.it/article/cosa-fara-luca-parmitano-nella-missione-artemis-iii-fondamentale-per-il-nostro-ritorno-sulla-luna/

United Nations – Office for Outer Space Affairs. (2026, Aprile 4). Tratto da https://www.unoosa.org/oosa/en/oosadoc/data/documents/2026/aac.105c.22026crp/aac.105c.22026crp.24rev.1_0.html

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