Negli ultimi tempi il tema del terrorismo è passato un po’ in sordina e questo anche a causa dei recenti avvenimenti globali, in un contesto internazionale che sembrerebbe aver “ben altro a cui pensare”. Tuttavia il fenomeno non è mai scomparso e nel quadro degli studi strategici contemporanei, il terrorismo rappresenta una variabile strutturale dell’attuale disordine internazionale, configurandosi non soltanto come una minaccia asimmetrica alla sicurezza degli Stati, ma anche come uno strumento capace di interagire con le dinamiche della competizione geopolitica e della guerra irregolare. L’erosione progressiva dell’ordine internazionale emerso dopo la fine della Guerra fredda e sempre più attuale negli ultimi tempi, unita alla moltiplicazione dei conflitti armati e alla crisi dei meccanismi di governance globale, ha creato un ambiente strategico caratterizzato da elevata volatilità, nel quale attori non statali violenti trovano ampi margini di manovra. In tale contesto, il terrorismo non pu essere analizzato esclusivamente come un fenomeno criminale o ideologico, ma deve essere necessariamente interpretato come parte integrante delle trasformazioni della guerra contemporanea, in particolare nell’ambito dei conflitti a bassa intensità, delle insorgenze e delle strategie ibride. I dati empirici più recenti indicano che il terrorismo, pur non raggiungendo i livelli di letalità registrati nella fase culminante della cosiddetta “guerra globale al terrorismo”, ha ampliato la propria diffusione geografica, coinvolgendo un numero crescente di Stati e dimostrando una notevole capacità di adattamento strategico. Secondo il Global Terrorism Index dell’Institute for Economics & Peace, nel 2024 oltre sessanta paesi hanno sperimentato almeno un attacco terroristico, segnalando una tendenza alla dispersione del fenomeno e alla sua integrazione in contesti di instabilità regionale piuttosto che alla concentrazione in pochi teatri principali.
Dal punto di vista strategico, il Sahel africano si configura come il principale laboratorio della guerra irregolare contemporanea, dove gruppi jihadisti affiliati allo Stato Islamico e ad al-Qaida operano in ambienti caratterizzati da debolezza statale, porosità dei confini e limitata capacità di proiezione militare da parte dei governi centrali. In questa regione, è doveroso specificare come il terrorismo assuma funzioni che vanno oltre l’atto violento in sé, trasformandosi in uno strumento di controllo territoriale, di delegittimazione dello Stato e di competizione per le risorse. L’azione terroristica si integra con tattiche di insorgenza classica, come l’uso di imboscate, il controllo delle rotte di traffico e l’imposizione di sistemi fiscali informali, dando origine a forme di governance armata che sfidano direttamente la sovranità statale. Questa evoluzione è particolarmente rilevante per gli studi strategici e le analisi di settore, in quanto evidenzia come il terrorismo possa fungere da moltiplicatore di instabilità e da fattore di prolungamento dei conflitti, rendendo inefficaci approcci esclusivamente militari basati sulla neutralizzazione dei singoli gruppi.
Nel Medio Oriente e in Asia meridionale, il terrorismo continua a essere strettamente interconnesso con conflitti armati di lunga durata e con rivalità regionali. In Siria e in Iraq, le residue capacità operative dello Stato Islamico dimostrano come la perdita del controllo territoriale non equivalga alla sconfitta strategica di un’organizzazione terroristica, la quale pu riorganizzarsi in strutture clandestine e sfruttare le fragilità persistenti degli apparati statali. In Pakistan e Afghanistan, l’attività di gruppi come Islamic State Khorasan evidenzia il potenziale destabilizzante del terrorismo in aree già segnate da equilibri strategici precari, con implicazioni dirette per la sicurezza regionale e per la competizione tra potenze locali e globali. Da una prospettiva strategica, tali dinamiche confermano che il terrorismo prospera in contesti di guerra incompleta o congelata, dove l’assenza di una soluzione politica favorisce la persistenza di attori armati non statali.
Un ulteriore aspetto centrale per gli studi strategici riguarda la trasformazione organizzativa del terrorismo contemporaneo, sempre meno basato su strutture gerarchiche centralizzate e sempre più orientato verso modelli reticolari e decentralizzati. Lo Stato Islamico rappresenta un caso paradigmatico di questa evoluzione, avendo sviluppato un sistema di “province” autonome che operano con elevati margini di iniziativa tattica, pur mantenendo un riferimento ideologico comune. Questo modello aumenta la resilienza dell’organizzazione e ne riduce la vulnerabilità alle operazioni di decapitazione della leadership, tradizionalmente privilegiate nelle strategie di controterrorismo. Dal punto di vista strategico, ci implica una crescente difficoltà nel definire obiettivi chiari e misurabili e nel valutare il successo delle campagne di contrasto, poiché la capacità di rigenerazione dei gruppi terroristici risulta elevata anche in assenza di controllo territoriale.
Nei paesi occidentali, invece, il terrorismo assume prevalentemente la forma di attacchi condotti da individui isolati o da piccole cellule informali (molto difficili da prevedere e debellare) spesso ispirati da narrazioni ideologiche diffuse online piuttosto che da direttive operative dirette. Sebbene tali attacchi abbiano un impatto militare limitato, essi producono effetti strategici rilevanti, incidendo sulla percezione della sicurezza, influenzando il dibattito politico interno e contribuendo alla polarizzazione delle società. In una prospettiva di studi strategici, questi atti possono essere interpretati come strumenti di guerra psicologica, capaci di ottenere risultati sproporzionati rispetto alle risorse impiegate, sfruttando la vulnerabilità delle società aperte e la centralità dei media nel plasmare l’opinione pubblica. Nel contesto più ampio della competizione tra grandi potenze, il terrorismo interagisce con le strategie statali in modo diretto e indiretto. In alcune aree di crisi, la presenza di gruppi terroristici pu essere tollerata o strumentalizzata come fattore di pressione sull’avversario, contribuendo a forme di conflitto per procura e a dinamiche di ambiguità strategica. Inoltre, la crescente attenzione delle potenze globali verso scenari di competizione ad alta intensità rischia di ridurre le risorse dedicate alla stabilizzazione delle aree periferiche, creando ulteriori spazi di manovra per attori terroristici. Da questo punto di vista, il terrorismo si configura come un indicatore e al tempo stesso un acceleratore del disordine internazionale, riflettendo la difficoltà degli Stati nel conciliare priorità strategiche concorrenti.
Avviandoci alla conclusione, possiamo affermare che un’analisi del terrorismo orientata agli studi strategici evidenzia come il fenomeno sia profondamente integrato nelle trasformazioni della guerra e della sicurezza internazionale contemporanee. Il terrorismo non pu essere compreso né contrastato efficacemente se isolato dal contesto dei conflitti armati, della competizione geopolitica e delle crisi di governance che ne alimentano la persistenza. Le strategie di contrasto che privilegiano esclusivamente l’uso della forza militare tendono a produrre risultati limitati e temporanei, mentre un approccio strategico più efficace richiede l’integrazione di strumenti militari, politici, economici e informativi, nonché una visione di lungo periodo orientata alla stabilizzazione e al rafforzamento della resilienza statale. In questo senso, il terrorismo emerge non come un’anomalia del sistema internazionale, ma come una delle sue manifestazioni più coerenti in una fase storica segnata da frammentazione del potere e incertezza strategica.
Bibliografia
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Si laurea in Relazioni Internazionali e sceglie di proseguire i suoi studi nel settore delle Scienze Strategiche, conseguendo la laurea magistrale con lode, discutendo una tesi sul rapporto tra Etica ed intelligence istituzionale. Appassionato di intelligence e terrorismo internazionale, si specializza nell’analisi delle informazioni da fonti aperte, apprendendo da personalità illustri del settore. Nell’ambito delle esperienze post-laurea collabora con la Marina Militare italiana in qualità di Political Advisor. Coordinatore di Protezione Civile, matura esperienza nella gestione delle emergenze, affrontando rischi di tipo idraulico, idrogeologico, antincendio boschivo e attività SAR. Appassionato di fotografia aerea, da anni pilota di droni certificato Enav.

