Nonostante non sia dotata di un accesso naturale sul Mar Glaciale Artico, la Cina sembra essere l’attore geopolitico che meglio è preparato per affrontare e sfruttare le potenzialità che offre il Polo Nord, soprattutto alla luce delle trasformazioni causate dai cambiamenti climatici. L’intento di quest’analisi, quindi, è quello di delineare un quadro che illustri la strategia di Pechino per cercare di guadagnare una posizione di leadership nella regione.
Il cambiamento climatico e le sue conseguenze geopolitiche
Prima di analizzare più concretamente la presenza cinese nell’Artico, però, è necessario fornire una panoramica generale di quanto sta accadendo al Polo Nord, dato che sono in atto sconvolgimenti climatici importanti, con ricadute sullo scacchiere internazionale di una certa rilevanza.
L’estensione del ghiaccio marino artico si sta gradualmente riducendo, con una tendenza, in media, del 12,9% in meno per decennio nei picchi minimi di settembre[1], un ritmo abbastanza sostenuto. Le ripercussioni a livello geopolitico di questi mutamenti si riflettono, in particolare, in due ambiti: rotte navali ed accessibilità delle risorse naturali. Per quanto riguarda le rotte, è ovvio che la diminuzione dei ghiacci renda il Mar Glaciale Artico navigabile, anche se per il momento si tratta di un’opportunità sfruttabile solo a carattere stagionale; in merito alle risorse, invece, il discorso si fa più complesso. Va innanzitutto fatta una distinzione tra materie prime (petrolio e gas naturale) e terre rare, cioè minerali preziosi difficilmente reperibili. Risulta difficile, per entrambi, calcolare le quantità disponibili nell’Artico, essendo la superficie ricoperta dai ghiacci. Ad ogni modo, secondo le stime, il 22% delle riserve ancora sconosciute di gas e petrolio si trova al Polo Nord, e 157 miliardi di barili di petrolio sarebbero ancora recuperabili nella regione[2], mentre 25 dei 34 minerali considerati critici dalla Commissione Europea si troverebbe in Groenlandia[3].
Va inoltre rilevato che le attività estrattive creerebbero una spirale, dato che esse contribuiscono attivamente al cambiamento del clima, aumentando quindi la convenienza ad estrarre in modo esponenziale, ma allo stesso tempo accelerando irreversibilmente i processi di trasformazione climatica già in corso.
Quali sono, quindi, le dinamiche che prendono forma da questo scenario? Anzitutto si può sicuramente evidenziare una centralità, nelle questioni geopolitiche, che forse l’Artico non ha mai avuto prima, sia per la sua posizione geografica periferica rispetto ad altre aree del globo, che per le ardue condizioni climatiche. Da questa nuova attenzione verso il Polo Nord deriva un aumento della competizione tra i principali attori, accentuata dal fatto che molti di essi godono di una naturale proiezione verso la regione, come nel caso degli Stati Uniti – che, oltre ad essere presenti tramite l’Alaska, possono contare su numerosi alleati nell’Europa settentrionale e sul Canada, anche se le recenti rivendicazioni di Washington sulla Groenlandia sembrano aver messo un po’ in crisi la compattezza dell’alleanza – e della Russia, che possiede il 53% delle coste artiche[4]. Le nuove rotte commerciali e lo sfruttamento delle risorse naturali sembrano essere i due fronti sui quali si giocherà la partita, dalla quale ancora nessuno è uscito vincitore. La sfida artica potrebbe essere quindi un potenziale banco di prova dello scontro, ancora non violento, tra le potenze occidentali da una parte e le forze antioccidentali dall’altra.
Come la Cina legge il Polo Nord
Proprio tra le forze antioccidentali è schierato l’unico attore globale che non gode di uno sbocco diretto sull’Artico, ma che nonostante gli impedimenti geografici sembra sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla regione, ossia la Cina.
Per poter comprendere al meglio come si muove nel concreto la potenza asiatica, bisogna prima indagare la concezione che essa ha sviluppato e la narrativa che vuole costruire e portare avanti attorno alla questione artica. Pechino si avvale di una duplice lettura, apparentemente contraddittoria, che punta a valorizzare le specificità territoriali dell’Artico e, allo stesso tempo, la sua valenza a livello globale.
Per quanto riguarda la valorizzazione territoriale, va innanzitutto notato che la Cina si definisce un “near-Arctic State”, nel tentativo di legittimare la sua presenza al Polo Nord da un punto di vista spaziale. Il confine con la Russia è il pretesto per giustificare la sua autoproclamazione di Stato di prossimità, oltre al fatto che offre un contributo non indifferente alla ricerca scientifica nell’Artico.
La seconda chiave di lettura della postura cinese punta invece ad internazionalizzare i temi che riguardano la regione: il cambiamento climatico, la tutela delle popolazioni indigene e, in generale, la “cultura polare” sono questioni che per Pechino riguardano tutta l’umanità, in quanto hanno un impatto sull’intero pianeta e non solo sulle aree polari[5].
La strategia cinese nella regione è stata più chiaramente definita nel Libro Bianco sulla Politica Artica del 2018. Questo documento rivendica un ruolo più attivo, da parte di Pechino, nella governance dell’Artico, auspicando quindi una certa multilateralità nelle decisioni che lo riguardano, seppure in forma parziale, cioè nel rispetto del ruolo preminente degli Stati rivieraschi. La considerazione delle esigenze locali si rinviene, per esempio, riguardo la tutela delle etnie indigene. Il Libro Bianco afferma, a tal proposito, che il Governo si impegna a rispettare le diverse culture sociali e le tradizioni storiche dei popoli indigeni, nonché i loro interessi e preoccupazioni, anche per quanto riguarda la cooperazione in ambito economico. Proprio su questo tema il documento del 2018 statuisce il rispetto delle decisioni degli Stati artici per rafforzare il progresso sociale ed economico dei cittadini locali e migliorare istruzione e servizi sanitari, cosicché i cittadini locali, inclusi gli indigeni, possano beneficiare dello sviluppo delle risorse dell’Artico. Va notato, comunque, che il Libro Bianco non parla mai apertamente di “diritti” indigeni, ma preferisce usare parole come “interessi”, “preoccupazioni” e “cultura”, espressioni più morbide che evitano il rischio di mettere in difficoltà il Governo, alla luce del trattamento che riserva nel suo territorio alle minoranze tibetana e uiguri[6].
L’azione cinese al Polo Nord
Il fronte su cui Pechino si dimostra molto abile è quello commerciale. Tra settembre ed ottobre 2025 ha avuto luogo il viaggio della nave Istanbul Bridge, partita da Ningbo (Cina) ed arrivata a Felixstowe (Regno Unito), che ha segnato il primo servizio container regolare sulla Northern Sea Route (NSR)[7], la rotta artica della nuova via della seta cinese. Il viaggio è durato 20 giorni, contro i 40 che impiegano in media le navi che partono dalla Cina ad arrivare nei porti europei tramite il Canale di Suez, una rotta che presenta anche rischi di instabilità politica poiché prevede numerosi colli di bottiglia, come gli stretti di Malacca e Bab El-Mandeb.
Va però sottolineato che l’interesse cinese su questa rotta non è nato da pochi mesi. Già dal 2013, infatti, erano stati avviati viaggi sperimentali nell’Artico, a dimostrazione di una concezione ben più strutturata della nuova via della seta, arricchita di rotte inedite come quella polare. Sono inoltre cresciuti notevolmente, proprio in quegli anni, gli investimenti cinesi nelle infrastrutture di GNL nell’Artico russo. A seguito dello scoppio della guerra in Ucraina, che ha causato il ritiro di molte compagnie occidentali dai progetti sino-russi, molte compagnie cinesi hanno provato a colmare il vuoto, un tentativo di successo che ha portato a un nuovo aumento dei traffici lungo la rotta tra il 2024 e il 2025, soprattutto grazie agli scambi di idrocarburi e manufatti tra la Russia e la Cina. La cooperazione tra Mosca e Pechino sulla NSR va consolidandosi sempre di più: è stata istituta una Commissione bilaterale, la Cina ha promesso investimenti nei porti russi e Xi Jinping ha dichiarato di voler sviluppare ulteriormente la rotta, rendendola praticabile annualmente e non solo durante la stagione favorevole[8].
La Cina afferma la sua presenza nella regione non solo da un punto di vista strettamente commerciale, ma anche sotto il profilo politico-istituzionale. Nel 2013 è stata infatti ammessa – insieme all’Italia ed altri paesi asiatici come Corea del Sud, India, Giappone e Singapore – nel Consiglio Artico in qualità di membro osservatore[9]. Se da una parte questa istituzione è sostanzialmente bloccata dall’inizio della guerra in Ucraina (la Russia è l’unico membro del Consiglio non appartenente alla NATO e reclama una reintroduzione nelle sue decisioni, minacciando altrimenti di prendere atto della decadenza di quest’organo)[10], dall’altro risulta evidente il coinvolgimento di Pechino nelle dinamiche, anche politiche, che riguardano il Polo Nord.
La politica energetica, come accennato prima, rappresenta un tassello fondamentale per quanto riguarda la presenza cinese nell’Artico. I progetti per la costruzione di nuovi gasdotti, anche in Siberia, sono stati oggetto dei colloqui avuti durante l’ultima visita di Putin a Pechino, lo scorso maggio, ma non è stato trovato un accordo definitivo e dettagliato (si parla di un’intesa generale), anche a causa dei timori cinesi riguardo un’eccessiva dipendenza da Mosca sul fronte energetico[11]. In generale, comunque, è noto che la Russia cerchi di finanziare lo sfruttamento delle risorse energetiche presenti nell’Artico tramite l’afflusso di capitali cinesi, cosicché la Cina possa beneficiare a sua volta di grandi quantità di materie prime.
Sul piano militare, invece, la Cina è ancora in una posizione di svantaggio, sebbene gli sforzi per compensare il gap siano evidenti. Avvalersi della naturale presenza russa nella regione diviene, in questo caso, un imperativo per Pechino, anche in relazione alla manifesta superiorità militare del gigante euroasiatico nell’ambito delle infrastrutture militari utilizzabili nelle aree polari. Nel 2024 si sono verificati due eventi che segnalano la volontà cinese di accrescere, in maniera sempre maggiore, la sua presenza nell’Artico: il primo è l’invio di tre navi rompighiaccio verso il Polo Nord[12], dimostrando l’aumento delle sue capacità militari anche in aree remote e storicamente poco esplorate dai cinesi; il secondo è la firma di un accordo con la Russia per l’applicazione congiunta del diritto marittimo, affinché il Circolo Polare Artico non diventi oggetto di tensioni[13]. Non va, inoltre, sottovalutato il fatto che i numerosi progressi che la Cina sta compiendo, ufficialmente in campo scientifico e tecnologico, possano essere usati anche in ambito militare. Ne costituisce un esempio la perforazione dei ghiacci compiuta lo scorso febbraio in Antartide con la tecnica dell’hot-water drilling, che consiste nell’utilizzo di un getto d’acqua ad alta pressione e ad una temperatura superiore agli 80 gradi, permettendo di arrivare ad una profondità di oltre 3400 metri[14]. Questa tecnica può quindi risultare facilmente utilizzabile anche per scopi diversi dalla ricerca scientifica, come invece è avvenuto al Polo Sud, dato che in ambito militare non serve arrivare a una tale profondità per consentire il passaggio delle navi.
Conclusioni
Si può senza dubbio affermare che la politica cinese abbia un progetto ben definito per garantire al proprio Stato una presenza solida nell’Artico. Pechino ha intuito molto prima degli stessi Stati rivieraschi (ad eccezione, forse, della Russia) non solo le potenzialità della regione, ma anche che essa avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella competizione tra i più grandi attori globali.
La Cina si è assicurata, intanto, un vantaggio in termini commerciali. Se venisse potenziata e resa stabile la Northern Sea Route, verrebbero meno i rischi geopolitici legati alle rotte tradizionali (Malacca, Bab el-Mandeb e Suez, principalmente) su cui difficilmente la potenza asiatica può esercitare un controllo diretto alla tutela dei propri interessi. Una seconda conseguenza, che non riguarda la Cina, sarebbe quella di assistere alla definitiva vittoria dei porti del Nord Europa su quelli mediterranei, che vedrebbero diminuire drasticamente il traffico proveniente dal Canale di Suez.
La grande abilità dei cinesi è inoltre emersa in ambito energetico. Pechino è riuscita a trasformare una posizione di debolezza (un fabbisogno enorme di materie prime) in una posizione di forza (la ricerca disperata dei capitali cinesi da parte dei russi), sfruttando le sue capacità economiche e l’isolamento di Mosca a livello internazionale.
Sul piano militare, tuttavia, la collaborazione con la Russia rimane indispensabile, sia perché la Cina non ha sbocchi diretti sull’Artico, sia per via della sua indiscussa superiorità a livello di infrastrutture e mezzi in grado di operare nella regione. La questione geografica potrebbe rivelarsi determinante anche se, in futuro, l’arsenale artico cinese dovesse superare quello russo.
L’evoluzione del rapporto controverso tra i due vicini, quindi, potrebbe essere la chiave di volta per assistere ad uno sconvolgimento degli equilibri geopolitici al Polo Nord, dove comunque non c’è una prevalenza né dello schieramento occidentale, né delle sue forze oppositrici. Nonostante abbia sette Stati rivieraschi su otto, infatti, il blocco NATO non solo si è fortemente spaccato sulla questione della Groenlandia, ma ha solamente reagito alle mosse della Cina dell’ultimo decennio, senza avere una propria visione strategica. Resta quindi da risolvere l’incognita dell’intesa sino-russa, apparentemente solida ma in realtà segnata da reciproche e storiche diffidenze, che ancora resistono nei palazzi che contano di Mosca e Pechino.
[1] https://arctic.noaa.gov/report-card/report-card-2019/sea-ice-4/?utm_
[2] https://www.globsec.org/what-we-do/commentaries/securing-arctic-dilemma-resources-climate-and-stability
[3] https://it.euronews.com/2026/01/09/minerali-critici-clima-e-espansione-usa-cosa-ce-dietro-linteresse-di-trump-per-la-groenlan
[4] https://arctic-council.org/about/states/russian-federation/
[5] Bennett M. M.; How China Sees the Arctic: Reading Between Extraregional and Intraregional Narratives; Geopolitics, 2015; https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/14650045.2015.1017757
[6] Koivurova T., Kauppila L., Kopra S., Lanteigne M., Shi M., Smieszek M. G., Stepien A; China in the Arctic; and the Opportunities and Challenges for Chinese Finnish Arctic Co-operation; Publications of the Government´s analysis, assessment and research activities, 2019; https://research.ulapland.fi/fi/publications/china-in-the-arctic-and-the-opportunities-and-challenges-for-chin/
[7] https://www.inss.org.il/publication/northern-sea-route/
[8] Ibidem.
[9] Bennett M. M.; How China Sees the Arctic: Reading Between Extraregional and Intraregional Narratives; Geopolitics, 2015; https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/14650045.2015.1017757
[10] https://www.osservatorioartico.it/che-cose-e-come-funziona-il-consiglio-artico/
[11] https://www.rferl.org/a/putin-xi-power-of-siberia-iran-war-trump-china-russia/33760781.html
[12] https://iari.site/2024/10/08/corsa-allartico-la-cooperazione-tra-russia-e-cina-e-le-sfide-per-la-nato/
[13] https://www.notiziegeopolitiche.net/russia-circolo-polare-artico-la-cooperazione-con-la-cina-potrebbe-minacciare-gli-interessi-di-altri-paesi/
[14] https://www.geopop.it/la-cina-perfora-3413m-di-ghiaccio-antartico-e-accede-al-lago-sigillato-di-qilin-e-un-record-mondiale/

