John F. Kennedy, Richard Nixon, Ronald Reagan e George W. Bush sono solo alcuni dei presidenti degli Stati Uniti che si sono scontrati apertamente con le proprie agenzie di intelligence. Tuttavia, sotto le amministrazioni di Trump, queste tensioni sono diventate un tratto distintivo della sua leadership. Tradizionalmente fondata sulla fiducia, sulla discrezione e sull’indipendenza istituzionale, questa relazione ha subito una modifica significativa durante la 45ª e la 47ª presidenza degli Stati Uniti d’America. L’approccio del presidente Trump è stato caratterizzato da un palpabile scetticismo e da una sistematica ridefinizione delle priorità istituzionali. La forte politicizzazione dell’intelligence, già evidente durante il primo mandato, è stata ripristinata all’inizio del 2025 in occasione dei dialoghi tra Russia e Ucraina. Sebbene l’imprevedibilità degli scenari di conflitto moderno renda difficoltosa qualsiasi previsione, il presidente Trump sembra riprendere da dove aveva lasciato, lasciando ampi margini di incertezza sul futuro della comunità d’intelligence statunitense e occidentale.
Una Presidenza in Contrasto con l’Intelligence: la prima eredità di Trump tra sfiducia, interferenze politiche e riallineamento strategico.
Insolita e controversa potrebbero essere le parole più adatte per descrivere la relazione tra il 45º – e ora 47º – Presidente degli Stati Uniti e le agenzie di intelligence statunitensi. Un percepibile scetticismo nei confronti della comunità d’intelligence degli Stati Uniti è stato il principale fattore di rottura con la tradizionale collaborazione tra il ramo esecutivo e le agenzie di intelligence. Sin dall’inizio, Trump ha manifestato una profonda diffidenza nei confronti della valutazione unanime dell’intelligence riguardo a qualsiasi interferenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016. Alcune delle sue dichiarazioni sono diventate difficili da dimenticare, come quando, respingendo diversi rapporti della Central Intelligence Agency (CIA), ha paragonato la comunità d’intelligence alla Germania nazista,[1] suscitando una vasta reazione negativa negli ambienti della sicurezza nazionale. Il suo rifiuto di avallare le conclusioni delle agenzie d’intelligence ha segnato un cambiamento cruciale nell’approccio dell’amministrazione, in cui l’integrità e l’obiettività delle valutazioni dell’intelligence venivano spesso subordinate a considerazioni politiche.
La visita del presidente Trump alla sede della CIA nei giorni successivi alla sua inaugurazione è un esempio emblematico dell’influenza senza precedenti della politica sulle questioni d’intelligence, poiché il suo discorso fu aspramente criticato per il suo carattere autocelebrativo da autorevoli figure nel mondo dell’intelligence americana, tra cui l’ex vertice John Brennan.[2] Un intervento che si sarebbe dovuto rivolgere al personale dell’agenzia con ammirazione e riconoscenza si trasformò, invece, in un attacco aperto ai media, in un vanto della propria vittoria elettorale e in una delegittimazione della professionalità della comunità d’intelligence. Numerosi studiosi, tra cui Nahal Toosi e Darren Samuelsohn,[3] hanno interpretato questo discorso come un’anticipazione della natura sempre meno bipartisan che avrebbe caratterizzato l’amministrazione Trump durante il suo primo mandato.
L’atteggiamento del presidente Trump nei confronti della comunità d’intelligence è stato motivo di dibattito in diverse altre occasioni, come nel gennaio 2019, quando Dan Coats (Direttore dell’Intelligence Nazionale) e Gina Haspel (Direttrice della CIA) testimoniarono davanti al Congresso affermando che la Corea del Nord difficilmente avrebbe rinunciato al proprio arsenale nucleare e che l’Iran risultava ancora conforme al Piano d’Azione Globale Congiunto (JCPOA),[4] il cosiddetto “Accordo sul nucleare iraniano”. La reazione del presidente Trump fu tutt’altro che moderata: espresse un netto dissenso, accusando i vertici dell’intelligence di essere “ingenui e passivi” e suggerendo che “avrebbero dovuto tornare a scuola”.[5] Questo episodio, unito alle continue avvertenze di Coats riguardo alle attività del Cremlino come potenziale minaccia persistente alla democrazia americana, contribuì infine alla sua estromissione dalla CIA. Neppure la sua consolidata esperienza di ex senatore repubblicano si rivelò sufficiente a soddisfare le aspettative del presidente. Anche Sue Gordon, rispettata vicedirettrice, la cui lealtà era in linea con i valori di Coats, fu costretta a lasciare il suo incarico.[6] Al loro posto vennero nominati diversi fedelissimi, a partire da Joseph Maguire, ammiraglio in pensione a capo del controterrorismo, seguito da Richard Grenell (ex ambasciatore statunitense in Germania) e infine da John Ratcliffe, uno dei più strenui difensori di Trump durante la procedura di impeachment.
Anche l’FBI seguì un percorso simile: infatti, Trump licenziò apertamente James Comey nel 2017 e, pochi anni dopo, il direttore dell’FBI Christopher Wray si trovò in disaccordo con il presidente in più occasioni, soprattutto su questioni di sicurezza interna, affrontando minacce di licenziamento a sua volta. Wray, infatti, riconosceva l’interferenza russa nelle elezioni come una minaccia maggiore e più immediata rispetto a quella cinese. Inoltre, la sua testimonianza davanti al Congresso contribuì a definire “Antifa” come un movimento ideologico piuttosto che un gruppo terroristico interno, in netta contraddizione con le dichiarazioni pubbliche precedenti di Trump.[7] Questi ripetuti scontri tra Trump e i vertici dell’intelligence sottolineavano un modello più ampio in cui alle agenzie di intelligence veniva richiesto di conformarsi agli obiettivi politici dell’amministrazione piuttosto che fornire analisi basate sui fatti. Questa autocensura minava la vera funzione dell’intelligence: se il presidente degli Stati Uniti avesse dichiarato apertamente di non fidarsi delle proprie agenzie, le informazioni da esse prodotte avrebbero perso peso e rilevanza sia agli occhi degli alleati sia di quelli degli avversari. Trump arrivò persino a ipotizzare una ristrutturazione radicale dell’apparato d’intelligence, discutendo l’abolizione dell’ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI) o almeno una sua drastica riduzione.[8] Leader esperti, con decenni di conoscenza istituzionale, furono sostituiti da figure che si interfacciavano per la prima volta con un sistema di intelligence, nel mentre il presidente si dimostrava determinato a escludere chiunque fosse in disaccordo con la sua amministrazione, segnando uno dei momenti più critici per la comunità d’intelligence.[9]
Le divergenze tra il presidente Trump e le sue agenzie di intelligence si tradussero anche in cambiamenti nelle priorità strategiche della politica estera statunitense. Sul fronte delle minacce esterne, l’amministrazione Trump enfatizzò la sfida emergente rappresentata dalla Cina, ridimensionando al contempo la minaccia russa. Indagini successive rivelarono che, nel 2020, un agente del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), Brian Murphy, ricevette l’ordine di interrompere i rapporti sulle interferenze russe e di concentrarsi invece sulle attività di influenza di Cina e Iran.[10] Le dichiarazioni di Murphy risultarono coerenti con le preoccupazioni espresse da altri funzionari secondo cui l’amministrazione stesse tentando di deviare l’attenzione dalla minaccia imminente rappresentata da Mosca, una dinamica confermata poco dopo il richiamo pubblico al direttore dell’FBI Wray.
Se le agenzie d’intelligence risultavano limitate nell’ambito della politica estera, sul fronte interno la loro attenzione venne reindirizzata verso l’immigrazione e la sicurezza delle frontiere. La retorica del presidente Trump si incentrò sulla minaccia alla sicurezza rappresentata dall’immigrazione clandestina, orientando la comunità d’intelligence alla raccolta di informazioni su gang criminali (come l’MS-13)[11] e su presunti terroristi che si infiltravano attraverso il confine meridionale. Sebbene il contrasto all’immigrazione illegale potesse rappresentare un obiettivo legittimo, l’eccessiva enfatizzazione di questa minaccia e la restrizione della ricerca d’intelligence a questo fine ebbero un costo significativo. Risorse e attenzione furono infatti distolte da altre questioni urgenti di sicurezza interna, come la crescente minaccia del terrorismo nazionalista, evidenziando un’influenza marcata dell’agenda politica sulle priorità dell’intelligence.[12]
Anche nel settore della cybersicurezza, l’allineamento di Trump alla propria agenda politica rimase evidente: non vennero intraprese azioni concrete contro la disinformazione russa né contro il loro coinvolgimento nelle elezioni americane precedenti.[13] Le sostituzioni nei ruoli chiave continuarono, in particolare quando il direttore della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), Chris Krebs, creò un sito di “controllo delle voci” per contrastare la disinformazione elettorale e affermò che il voto del 2020 era stato sicuro. Questa dichiarazione gli costò il licenziamento immediato tramite un tweet di Trump, che lo accusò di aver diffuso “dichiarazioni altamente inaccurate”.[14]
L’assenza di una linea unitaria permise agli avversari di continuare a sfruttare le divisioni politiche americane, concedendo alla Russia un vero e proprio “lasciapassare” nello spazio cibernetico. L’amministrazione Trump si concluse con un sostegno incoerente da parte delle più alte cariche dello Stato e con una crescente necessità di una profonda riforma all’interno della comunità d’intelligence.
La Riorganizzazione dell’Intelligence Americana: il secondo mandato di Trump, la Russia e il futuro dei conflitti globali.
Le modifiche apportate dall’amministrazione Biden non furono sufficienti per costituire una vera e propria riforma del sistema; di fatto, il riallineamento delle priorità nella comunità d’intelligence è stato un risultato riconducibile all’invasione russa dell’Ucraina. La seconda amministrazione Trump ha già segnalato un cambiamento nelle operazioni d’intelligence statunitensi e nella politica estera, in particolare per quanto riguarda la guerra in corso tra Russia e Ucraina. Uno dei primi sviluppi chiave è stata la sospensione della condivisione di informazioni d’intelligence e dell’assistenza militare a Kiev, una drastica inversione di rotta rispetto alle politiche perseguite sotto l’amministrazione Biden.[15]
Questa decisione è derivata da un incontro fallito tra il presidente Trump e il presidente Zelensky,[16] durante il quale Trump avrebbe cercato di sfruttare un accordo sui minerali per spingere l’Ucraina verso negoziati di pace con la Russia. Tale valutazione ha avuto conseguenze immediate per Kiev, che ha fatto ampio affidamento sull’intelligence statunitense per le operazioni strategiche sul campo di battaglia e per il monitoraggio dei movimenti delle truppe russe. John Ratcliffe, Direttore dell’Intelligence Nazionale, ha confermato che la sospensione era un tentativo di indurre l’Ucraina ai negoziati, rafforzando la visione di lunga data di Trump secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero ridimensionare il proprio coinvolgimento nel conflitto. Questa scelta non solo potrebbe rappresentare un aiuto significativo per la Russia, considerata la storica relazione tra Trump e il presidente Putin e il suo scetticismo nel sostenere l’Ucraina, ma sembra anche perseguire lo stesso indirizzo di influenza politica sulle agenzie d’intelligence che non era stato possibile avanzare a causa della mancata vittoria alle elezioni del 2020.
Sul fronte interno, l’amministrazione Trump ha avviato cambiamenti significativi ai vertici della comunità d’intelligence e cybersicurezza statunitense. Sean Plankey, un ufficiale in pensione della Guardia Costiera con esperienza in politiche di cybersicurezza, è stato nominato nuovo direttore della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA).[17] Numerosi dipendenti sono stati posti in congedo amministrativo e i tagli di bilancio previsti per iniziative specifiche di cybersicurezza hanno suscitato preoccupazioni tra i funzionari elettorali. Il Segretario per la Sicurezza Nazionale, Kristi Noem, ha rassicurato le autorità elettorali statali sul fatto che la CISA continuerà a sostenere gli sforzi per la sicurezza elettorale,[18] ma permangono incertezze sul possibile cambiamento del ruolo dell’agenzia durante questa amministrazione.
La reazione internazionale oscilla tra allarme e incertezza. La posizione di Trump sul conflitto russo-ucraino ha alimentato preoccupazioni tra gli alleati della NATO sul fatto che gli Stati Uniti possano adottare un approccio più isolazionista, con il potenziale di alterare gli equilibri di potere in Europa. Inoltre, i rapporti di condivisione delle informazioni d’intelligence tra gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero essere compromessi da una percezione di erosione della fiducia nella leadership americana, con il timore che informazioni sensibili possano essere gestite in modo inadeguato dalla cerchia ristretta di Trump.[19] Il diffuso sentimento di sfiducia nell’attuale amministrazione statunitense e lo scetticismo di Trump sull’utilità della NATO[20] hanno riaperto il dibattito sul programma di difesa militare dell’Unione Europea. L’UE ha avviato misure significative per rafforzare le proprie capacità militari, a partire dall’iniziativa “ReArm Europe”, presentata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con l’obiettivo di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per potenziare le infrastrutture di difesa dell’Unione.[21] Sebbene permangano grandi incertezze sul fatto che l’approccio di Trump possa portare a una soluzione di pace duratura o incoraggiare la Russia a spingersi verso ulteriori conquiste territoriali, ciò che appare certo è la volontà di sfruttare l’intelligence come strumento di negoziazione diplomatica. Con le nazioni alleate che starebbero valutando la loro fiducia nella cooperazione d’intelligence con gli Stati Uniti, la prossima fase della seconda amministrazione Trump sarà probabilmente caratterizzata da continue tensioni tra il riallineamento strategico e le sfide persistenti poste dalla competizione tra grandi potenze. Tuttavia, al di là delle molteplici valutazioni contrastanti, una cosa è certa: l’intelligence è destinata a informare la leadership, non a essere modellata da essa. E sebbene non sia del tutto chiaro se le amministrazioni Trump abbiano superato questa linea, di certo ne hanno messo alla prova i limiti come mai prima d’ora.
[1]Reuters, “Trump Accuses US Spy Agencies of ‘Nazi Practices’ over ‘Phony’ Russia Dossier,” Reuters, January 11, 2017, https://www.reuters.com/article/world/trump-accuses-us-spy-agencies-of-nazi-practices-over-phony-russia-dossier-idUSKBN14W0B2.
[2] NBC News. “Ex-CIA Boss Brennan, Others Rip Trump for Speech in Front of Memorial.” NBC News, January 23, 2017. https://www.nbcnews.com/news/us-news/ex-cia-boss-brennan-others-rip-trump-speech-front-memorial-n710366.
[3]Benjamin Dovere, “Trump’s War with the Intelligence Community,” Politico, December 12, 2016, https://www.politico.com/story/2016/12/trump-intelligence-community-232463#:~:text=Some%20fear%20that%20Trump%E2%80%99s%20highly,officials%2C%20why%20should%20anyone%20else.
[4] Council of the European Union, “EU Policy on Iran and Restrictive Measures,” Council of the European Union, accessed March 2025, https://www.consilium.europa.eu/en/policies/jcpoa-iran-restrictive-measures/#:~:text=The%20Joint%20Comprehensive%20Plan%20of,nuclear%2Drelated%20sanctions%20against%20Iran.
[5]BBC News, “Trump Says US Intelligence Chiefs ‘Naive’ on Iran,” BBC News, January 30, 2019, https://www.bbc.com/news/world-us-canada-47061509.
[6]NBC News, “Sue Gordon Resigns as Deputy Director of National Intelligence,” NBC News, August 8, 2019, https://www.nbcnews.com/politics/national-security/sue-gordon-has-resigned-deputy-director-national-intelligence-n1040616.
[7]NBC News, “FBI Director Wray Repeatedly Refutes Claims That Antifa Activists Attacked Capitol,” NBC News, February 23, 2021, https://www.nbcnews.com/politics/congress/fbi-director-wray-repeatedly-refutes-claims-antifa-activists-attacked-capitol-n1259297.
[8]The Hill, “Trump’s Nomination of Unqualified DNI Undermines Reform,” The Hill, February 20, 2020, https://thehill.com/opinion/national-security/484054-trumps-nomination-of-unqualified-dni-undermines-reform/.
[9]Vanity Fair, “Donald Trump’s Intelligence Shake-Up: The Fallout from Sue Gordon’s Departure,” Vanity Fair, August 9, 2019, https://www.vanityfair.com/news/2019/08/donald-trump-intelligence-shakeup-sue-gordon?srsltid=AfmBOoriW-Rp7PJSb5NVV-vPMw6AufMXO0CYwapamEYlygLoKd2SG-JP#:~:text=Still%2C%20Gordon%E2%80%99s%20departure%20has%20left,%E2%80%9D.
[10] Politico, “Whistleblower Says Top Homeland Security Appointees Tried to Censor Reports on Russian Influence,” Politico, September 9, 2020, https://www.politico.com/news/2020/09/09/whistleblower-says-top-homeland-security-appointees-tried-to-censor-reports-on-russian-influence-410920#:~:text=In%20his%20complaint%2C%20Murphy%20claimed,%E2%80%9D.
[11] Wikipedia, s.v. “MS-13,” last modified March 2025, https://en.wikipedia.org/wiki/MS-13.
[12] DPCE Online. “Trump’s Foreign Policy and National Security Priorities.” DPCE Online, 2021. https://www.dpceonline.it/index.php/dpceonline/announcement/view/84.
[13] Ibidem.
[14]Reuters, “Trump Fires Top US Election Cybersecurity Official Who Defended Vote,” Reuters, November 17, 2020, https://www.reuters.com/article/world/india/trump-fires-top-us-election-cybersecurity-official-who-defended-vote-idUSKBN27Y04O.
[15]Associated Press (AP), “CIA Warned Ukraine about Russia’s Invasion Plans, but Kyiv Doubted U.S. Intelligence,” AP News, March 2023, https://apnews.com/article/ukraine-russia-putin-trump-cia-zelenskyy-5eb2c8025f6bb4b616c86e1fe89bba0f.
[16]Wikipedia, s.v. “2025 Trump–Zelenskyy Meeting,” ultima modifica il 12 marzo 2025, https://en.wikipedia.org/wiki/2025_Trump%E2%80%93Zelenskyy_meeting.
[17]Reuters, “Donald Trump Nominates Sean Plankey to Head Cyber Agency CISA,” Reuters, 11 Marzo 2025, https://www.reuters.com/world/us/donald-trump-nominates-sean-plankey-head-cyber-agency-cisa-2025-03-11/.
[18] Ibidem.
[19] Colin Wood, “Secretaries of State Ask DHS to Retain Essential Election Security Services,” StateScoop, 24 febbraio 2025, https://statescoop.com/secretaries-of-state-ask-dhs-to-retain-essential-election-security-services/.
[20]Ibidem.
[21]European Commission, “Statement by President on Recent Developments,” European Commission, 13 marzo 2025, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/sv/statement_25_673.

Neolaureato in Scienze Politiche (110/110) alla LUISS Guido Carli, dove frequenta la magistrale in Relazioni Internazionali. Ha maturato esperienze formative a Miami, Parigi e Madrid, lavorando presso OCSE e attualmente nell’ufficio Institutional Affairs di Mundys. Parla fluentemente quattro lingue ed è orientato all’analisi politica, alla gestione progettuale e alle attività interculturali.